6 Ago

Cercasi Comunista disperatamente!

Pubblicato da Nino Caliendo

Karl Marx

Ogni tanto nasce un partito con la dicitura “comunista”, che in realtà verso il comunismo non mantiene più nemmeno un appena offuscato richiamo ideologico.

Oggi, i “comunisti” imperversano sul web. Scrivono, scrivono e fioccano (per loro) i “Mi piace” degli altri “comunisti” da salotto, che ce l’hanno con questo o con quello, che auspicano la rivoluzione popolare (ormai i termini “proletariato”, “lotta”, “piazza” sono in disuso, in quanto desueti e obsoleti) da fare, ovviamente, in pantofole dal proprio salotto, armati fino ai denti di smartphone o tablet, con una mitragliata di post su Facebook e migliaia di “Mi piace” in risposta di altri “comunisti”. Forza, forza. Colpito e affondato. Affondato dove, non si sa. Renzi c’è ancora. La Boschi, anche. Etc etc.

Senza i Comunisti, la società è alla deriva. Gli interessi dei grandi poteri concedono e favoriscono la nascita di micropoteri nei ghetti delle province radunati nei minuscoli ghetti massoculturali che rendono molto pericolosi e dannosi a livello locale gli associati. Immaginate il giudice che gestisce la vostra causa e l’avvocato vostro antagonista che fanno parte della stessa fogna. Come diceva Peppino De Filippo in un famoso film con Totò: “Ho detto tutto!”

Da qui, il bisogno di trovare un Comunista che possa chiarire le idee ai “comunisti” e, soprattutto, possa risvegliarli dallo loro pigrizia salottiera fatta solo di parole.

Le basi su cui poggia il Comunismo sono anzitutto materiali.

Una società civilmente sviluppata deve poter garantire il sostentamento e l’evoluzione di tutta l’umanità. Difatti, un’organizzazione sociale comunista sarebbe nell’interesse di tutti, borghesia inclusa.

Solo che la borghesia oggi non vuole vederlo. E che cosa fa? S’impadronisce delle risorse attraverso il liberismo e sottrae i frutti della produzione ai lavoratori.

La borghesia detiene la proprietà dei mezzi di produzione. Lascia ai “proletari” (perché, ficchiamocelo bene in mente, quelli che lavorano o sono in pensione, al di là delle pompose qualifiche di prof, manager, quadro, dirigente, chief executive, etc, sono soltanto dei semplici salariati, cioè dei proletari) il salario: ovvero, una minima parte di quanto da loro prodotto, esercitando in pratica una dittatura, non immediatamente visibile a occhio nudo. Per poterla vedere, bisogna trovarsi in particolari circostanze. Ad esempio, quando c’è crisi, osservate come la borghesia conduce la sua lotta di classe, eliminando – anche con la forza dei manganelli, se necessario – le conquiste dei lavoratori: dai diritti più ordinari a quelli straordinari, come il rischio sul lavoro.

La borghesia crea le crisi a tavolino!

Crisi che verranno pagate dai lavoratori. Tasse più alte, tagli dei servizi, licenziamenti, ristrutturazioni in genere.

Al tempo stesso, dice loro: “Comprate!”

Così avviene che, mentre da una parte il mercato si riempie di merci, dall’altra le persone non sono in grado di assorbirle. E il mercato diventa saturo.

Si alzano, di conseguenza, le barriere protezionistiche. Si forgiano nuove e vecchie ideologie che manderanno quegli stessi lavoratori in guerra, al massacro per distruggere la concorrenza.

A guerra conclusa, le borghesie che hanno vinto si spartiscono il bottino.

E si ricomincia!

Essere Comunista vuol dire mettere fine a questo dramma, fare evolvere l’umanità.

E non c’entra nulla nemmeno essere contro Berlusconi (ovvero la c.d. “Destra”). Grosso sbaglio pensare che un Comunista ce l’abbia con Berlusconi o con Tizio o con Caio. E’ una questione che va ben oltre la dimensione delle persone: Berlusconi è stato (oggi lo è molto meno), politicamente, un rappresentante della borghesia. Uno tra i tanti. Perciò non è questo il punto: chiedere le dimissioni di un singolo politico non è affatto nella logica di un Comunista. Un Comunista lotta per cambiare non l’uomo, ma il sistema.

In parole povere, dirsi comunisti, sul web o altrove, non vuol dire a priori esserlo veramente.

Nella maggior parte dei casi, accade proprio il contrario. Né nella Storia troviamo buoni esempi.

Da documenti venuti fuori dagli archivi storici di Mosca, ultimamente, si è appreso che, prima della seconda guerra mondiale, Stalin ed Hitler trattavano per spartirsi il mondo. Il giorno dopo, sono diventati nemici: Stalin si era alleato con gli angloamericani.

Appreso ciò, diventa assurdo leggere, alla fine della guerra, i verbali dei vincitori. Si dividevano, come in ogni guerra, nazioni, popoli, aree secondo percentuali concordate, come qualsiasi altra merce.

Oggi, è assurdo sentirsi dire: “Comunismo = Russia”, oppure in versione opposta: “W Stalin che distrusse la belva nazista”.

Pochissimi si prendono l’onere di studiare, informarsi, analizzare. I più amano solo parlare, ripetere quello che sentono dire.

Oggi più che mai c’è bisogno di organizzare un’opposizione e una tutela alle fasce deboli della popolazione contro un potere costituito sempre più difficile da individuare, ma sempre più forte. I comunisti, nel secolo scorso, ci riuscirono con risultati alterni, individuando la lotta di classe e la presa del potere come le chiavi della battaglia politica.

E’ vero, oggi non può essere così perché il potere politico è completamente soggiogato dal potere economico privato e perché di “cosa pubblica” da gestire e redistribuire, ormai, non è rimasto quasi niente. Tutto è stato svenduto, dall’acqua all’energia al patrimonio immobiliare. Le banche e le multinazionali sono i veri governi che decidono le nostre sorti. Chi va al potere deve solo intraprendere percorsi già segnati e far rispettare regole già prestabilite dai cosiddetti poteri forti (economici, finanziari e religiosi).

La svolta di Bertinotti che abbandonava il vecchio conflitto di classe verso il fantomatico “socialismo della persona” stava proprio in quest’ottica: rassicurare i poteri forti, garantire proteste pacifiche, colorate, ma inefficaci e legalitarie.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Essere comunisti oggi è complicato e, adesso che i partiti che si definiscono tali abbandonano tutta una serie di riferimenti culturali e di prassi consolidate e vincenti, sembra ancora più difficile.

Questo non vuole essere un grido nostalgico, un appiglio a modelli passati. Le società cambiano travolte da nuovi processi produttivi, plasmate da nuove tecnologie, condizionate dal mondo delle telecomunicazioni.

Essere comunisti oggi significa intraprendere la strada dell’organizzazione popolare dal basso e della conflittualità sociale per riappropriarsi di quei diritti erosi negli ultimi 25 anni.

Essere comunisti oggi significa occupare e requisire i palazzi della grande speculazione finanziaria e restituirli a chi ne ha bisogno, organizzare le lotte contro la precarietà sul lavoro, legandole ai meccanismi che rendono precaria la vita (costo della casa, intermittenza del reddito, durata del permesso di soggiorno, carovita), creare reti di solidarietà politica e sociale verso tutti quei soggetti che il sistema liberista tende ad escludere (nuovi poveri, giovani precari, migranti), difendere le conquiste keinesiane dei movimenti operai e studenteschi (statuto dei lavoratori, potere d’acquisto, pensioni, scala mobile) e dei movimenti degli anni ’60 e ’70 (legge sull’aborto e sul divorzio, equo canone).

Essere comunisti oggi significa credere che libertà significhi prima di tutto libertà dal bisogno e che democrazia significhi distribuzione delle risorse e dei saperi, al contrario di tutti quei pensieri che considerano libertà la facoltà di comprare, licenziare, inquinare, mandare i figli alle scuole private, senza rendere conto a nessuno della mancata democrazia nell’esercizio del voto e della delega, concedendolo solo una volta ogni tanto, con la speranza che poi l’elettore torni sul proprio divano a guardare qualche reality.

Il “socialismo della persona” può attendere in una società in cui i bisogni primari sono un lusso in mano ai privati e non una garanzia collettiva e dove le risorse sono ormai patrimonio di grandi aziende e finanziarie multinazionali straniere, calcolatrici solo di profitto.

Negli anni ’70 e ’80, in Italia abbiamo vissuto una specie d’inizio di socialismo “solidale” con le “Partecipazioni Statali”. Lo Stato rilevava le aziende in crisi, salvando migliaia di posti di lavoro. Le risanava e partecipava agli utili (perché gli utili c’erano, ed anche congrui). Per citare solo qualche azienda, salvata all’epoca dalle Partecipazioni Statali: Pavesi, De Rica, Bertolli, Bellentani, Motta, Alemagna, Pai… E poi, Buitoni e Perugina…

Sciolte le Partecipazioni Statali, in una politica liberista incalzante e voluta dai poteri che comandano il mondo, quelle aziende vennero svendute per pochi irrisori spiccioli, finendo per la maggior parte nelle mani di multinazionali straniere. E, con loro, addio anche a migliaia di posti di lavoro e a soldi per le casse integrazioni pagate dallo Stato per somme di gran lunga superiori a quanto incassato.

Detto ciò… Cercasi Comunista disperatamente!

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