Archivio per la categoria 'Argomenti vari'

16 Ott

Centrosinistra, centrodestra o M5S, il governo sarà sempre quello dei Proci

Pubblicato da Nino Caliendo

Prepariamoci: non cambierà niente, in Italia, dopo le elezioni. L’ultima volta s’è votato nell’ormai remoto 2013. Un match concluso con la “non vittoria” di Bersani, la flessione del Cavaliere (bombardato dalla filiera mediatica Nato-Ue) e la squillante ma pletorica affermazione dei 5 Stelle. Risultato: governicchi di compromesso (da Letta a Gentiloni) intervallati dalla meteora Renzi, il finto rivoluzionario rottamatore, ben attento a non disturbare il vero manovratore finanziario, atlantico, europeo. Ora siamo alla parità perfetta di tre blocchi elettorali, ma sempre in assenza in proposta politica: nessuno si candida a sbloccare la situazione di crisi, innanzitutto economica e democratica. «Dato che abbiamo tre poli politici – Pd, M5S, Centrodestra – ciascuno vicino al 30%, consegue che, probabilmente, col sistema elettorale attuale (e non vi è impegno di mutarlo), frutto del lavoro della Corte Costituzionale su leggi elettorali incostituzionali, dopo le imminenti elezioni politiche semplicemente non ci potrà essere una maggioranza uscita dalle urne, un governo che sia espressione democratica», scrive l’avvocato e saggista Marco Della Luna, che teme l’avvento del “governo dei Proci”, i saccheggiatori di Itaca.

«Un governo dovrà però esser formato in ogni caso, perché lo esigono i “mercati”(=lobby bancaria) come condizione per continuare a comperare i buoni del Tesoro», scrive Della Luna sul suo blog. Quindi, aggiunge, questo nuovo governo poselettorale «lo si formerà grazie all’intervento dei soliti “responsabili” – forse mediante un’alleanza tra Berlusconi e Pd (=lobby bancaria), col sostegno di Mattarella, dell’“Europa” (=lobby bancaria), dell’Eurogruppo (=lobby bancaria), del Fmi (=lobby bancaria)». Morale: «E’ il trionfo dei Proci, che saccheggiano Itaca e il palazzo di Odisseo approfittando della sua assenza e tramando affinché non tornasse più sul trono». Tradotto: sarebbe «la cuccagna della partitocrazia italiana, di questi partiti consistenti in coalizioni di comitati di affari per il saccheggio delle risorse pubbliche». Mano libera, ai “Proci”, grazie a «due leggi elettorali incostituzionali di fila», nonché «un Parlamento eletto incostituzionalmente». Fattori che «garantiscono che il popolo non possa scegliere chi governa». E così, «la partitocrazia si ritrova in una situazione che neutralizza gli elettori e lascia pertanto le segreterie partitocratiche (=coordinamenti dei comitati di affari) padrone di negoziare tra loro stesse le più opportune e redditizie lottizzazioni».

Tutto questo, aggiunge Della Luna, avverrà «sopra la testa della gente, creando governi servili agli interessi non-italiani dominanti in Europa e in generale in Occidente». Interessi, dice, a cui la palude italiana «continuerà ad appoggiarsi», per ottenere «sostegno e legittimazione», aspetti necessari a «portare avanti le sue pratiche ladresche e di svendita degli interessi nazionali». Se Della Luna non usa toni diplomatici, è difficile non convenire sulla serietà dei rischi che paventa: la Germania è alle prese con i primi incubi (il malessere incarnato da Afd per un’economiaasimmetrica, votata all’export e basata sulla compressione di salari e consumi) ma per ora continua a dormire tra due guanciali, la Cdu e l’Spd, così come la Francia che – dopo il sedativo Hollande, strattonato dal super-potereoligarchico – ha scelto direttamente l’originale: Macron è un prodotto fabbricato in vitro e orgogliosamente rivendicato come tale dal suo padrino Jacques Attali, eminente supermassone reazionario, tra i massimi guru ispiratori dell’architettura neo-artistocratica, antipopolare e antidemocratica chiamata Unione Europea. E in questa situazione, con l’economia appesa ai diktat della Bce e della Bundesbank, l’Italia schiera Di Maio e Berlusconi, Salvini e Renzi, Bersani e D’Alema. Chi di loro arriverà a Palazzo Chigi? Non importa, è del tutto indifferente, sostiene Della Luna: per l’Italia non cambierà niente.

Da: Idee Libre

10 Ott

“Mettimmece d’accordo e ce vattimme…” con “Gli ipocriti associati”

Pubblicato da Nino Caliendo

Gustoso lo spettacolo offerto dalla Compagnia Teatrale “Gli ipocriti associati” nella serata di domenica, 8 ottobre, nel Teatro Diana di Nocera Inferiore (SA).

Esilarante l’interpretazione del cast degli attori della commedia “Mettimmece d’accordo e ce vattimme…”  di G. Di Maio, con l’adattamento e la regìa di Iannotta & Privitera.

Eccoli in ordine d’apparizione:

- Patrizia Masiello, nella parte di Cristina;

- Antonio Iannotta, nella parte di Persichetti;

- Toni Ranelli, nella parte di Alfonso;

- Massimo Gambardella, nella parte di Geppino;

- Tiziana Carotenuto, nella parte di Margherita;

- Giovanni Carrino, nella parte dell’Avv. Stenda;

- Gennaro Privitera, nella parte dell’Avv. Sarappa;

- Lara Antico, nella parte di Marisa;

- Roberta Carrino, nella parte di Donna Grazia;

- Massimo Montagna, nella parte di Don Lucio;

- Teresa Di Lauro, nella parte di Memette;

- Daniela Seccia, nella parte di Concettina;

- Gennaro Bracale, nella parte di Osvaldo.

Nino Caliendo

Foto di Salvatore Porzio


9 Ott

I misteri di Napoli: il sangue che si scioglie

Pubblicato da Nino Caliendo

Lo scioglimento del sangue di S. Gennaro

Il cardinale Crescenzio Sepe durante il rito dello scioglimento del sangue di San Gennaro (Wikipedia)

Lo sapete che, da oltre 1500 anni, la chiesa cattolica è dovuta scendere a compromessi con i napoletani, i quali sono loro a decidere cosa è sacro e cosa è profano nella città? Tra gli ex-voto del santo, ad esempio, soggiorna tranquillamente la maglia n. 10 per ricordare Maradona, paragonato nella miracolosità a San Gennaro (per qualche anno, infatti, durante la processione in suo onore, il patrono della città ha sfilato indossando la “sacra” maglietta). E il cardinale Sepe, arcivescovo di Napoli, come gli altri suoi predecessori nel passato, tutto questo deve accettarlo, altrimenti può anche andarsene da un’altra parte.

Un’altra simpatica paganità è rappresentata dalle sorelle di San Gennaro, che non sono suore, ma semplici anziane popolane che assistono il “fratello” nel “miracolo dello scioglimento del sangue” e, qualora il santo dovesse ritardare l’evento “miracoloso”, non esitano a rimproverarlo ad alta voce, finanche dirigendogli epiteti e parolacce irripetibili, nel Duomo di Napoli, davanti ai prelati e a migliaia di persone, tra le quali centinaia di turisti venuti apposta a Napoli per assistere all’evento.

Al di là dell’interesse folcloristico, il miracolo di San Gennaro è una delle forme in cui la religione e la superstizione si fondono, come tutto nella cultura napoletana. San Gennaro, più che un santo, è un napoletano con la leadership confidenziale del fratello più grande a cui chiedere consigli e ottenere risposte. Napoli è una città particolare, ricca di Storia e di credenze popolari che non hanno niente di religioso, dove la normalità vive proprio grazie all’essenza esoterica dei suoi abitanti.

Secondo la leggenda, il sangue di San Gennaro si sarebbe liquefatto per la prima volta nel IV secolo d.C. durante il trasferimento a Napoli delle spoglie del santo da parte del vescovo cristiano Severo (secondo altri, del vescovo cristiano Cosimo). Da qui, si deduce quindi che S. Gennaro, pur essendosi appropriata della sua “santità” la Chiesa di Roma, sarebbe vissuto ben prima della fondazione del Cattolicesimo (VI secolo d.C.).

Storicamente, però, la prima notizia documentata dell’ampolla contenente la presunta reliquia del sangue di San Gennaro risale soltanto al 1389. Il Chronicon Siculum racconta che, durante le manifestazioni per la festa dell’Assunta, vi fu l’esposizione pubblica delle ampolle contenenti il cosiddetto “sangue di San Gennaro” e il 17 agosto, durante la processione, il liquido conservato nell’ampolla si era liquefatto ”come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo”.

Attualmente le due ampolle sono conservate nel Duomo di Napoli: una è riempita per tre quarti, mentre l’altra è semivuota poiché parte del suo contenuto pare fosse stato sottratto (ma non esiste fonte certa della cosa) da re Carlo III di Borbone che lo portò con sé in Spagna. Il fenomeno della liquefazione è invocato tre volte l’anno (il sabato precedente la prima domenica di maggio e negli otto giorni successivi, il 19 settembre e per tutto il perioso delle celebrazioni in onore del patrono e il 16 dicembre), durante una solenne cerimonia religiosa guidata dall’arcivescovo in carica (che storce il naso, ma lo deve fare). Per sottolineare come la religione possa fondersi con la superstizione popolare, la liquefazione durante la cerimonia è ritenuta foriera di buoni auspici per la città. Al contrario, la mancata liquefazione è vista come cattivo presagio per Napoli (non si liquefò nel 1980 e a novembre di quell’anno ci fu il grande terremoto che colpì Napoli e l’Irpinia).

La stessa Chiesa è scettica (e non ama molto S. Gennaro, che ruba la scena ad altri santi meno famosi ma più redditizi, al punto di averlo relegato a santo di serie B, cancellandolo persino dal calendario), ma fa di tutto per non mostrare il proprio scetticismo perdurando in un atteggiamento ambiguo: lascia credere ai carenti di spirito critico che si tratti di “miracolo”, ma non lo fa quando parla con gli scienziati!

Con il Concilio Vaticano II, la Chiesa (che ha sempre rifiutato di acconsentire al prelievo del liquido sostenendo che un’analisi invasiva potrebbe danneggiare sia le ampolle che il liquido), come già qui in precedenza riportato, decise di togliere dal calendario alcuni santi scomodi, San Gennaro compreso.

Poiché vi furono forti resistenze popolari, quasi una ribellione di massa, decise di mantenere il culto della reliquia del santo, tenendo a precisare che lo scioglimento del sangue di San Gennaro non è un miracolo, ma piuttosto un fatto mirabolante ritenuto prodigioso dalla popolazione. In parole povere, definì l’evento alla stregua di una superstizione.

In realtà, di mirabolante non c’è nulla. La spiegazione fisica più semplice è quella della tissotropia: i materiali tissotropici diventano più fluidi se sottoposti a una sollecitazione meccanica, come piccole scosse o vibrazioni, tornando allo stato precedente se lasciati indisturbati. Un esempio di questa proprietà è la salsa ketchup che si può mostrare in uno stato quasi solido finché, scossa, non diventa improvvisamente molto più liquida.

Tre scienziati italiani, Garlaschelli, Ramaccini e Della Sala, hanno riprodotto una sospensione avente un comportamento tissotropico molto simile al fluido contenuto nella teca di San Gennaro. Il loro lavoro fu pubblicato su Nature (A Thixotropic mixture like the blood of Saint Januarius, “Nature”, vol. 353, 10 ottobre 1991).

Ognuno di noi può stupire gli amici con il trucco dei tre ricercatori (che, peraltro, hanno usato sostanze già facilmente reperibili alla fine del XIV secolo). Con cloruro ferrico (sotto forma di molisite, un minerale tipico delle zone vulcaniche e quindi presente anche nel napoletano grazie al Vesuvio e ai vulcani dei Campi Flegrei), carbonato di calcio (i gusci d’uovo sono fatti per circa il 94% di carbonato di calcio), cloruro di sodio (il comune sale da cucina) e acqua, è possibile ottenere una soluzione colloidale di colore rosso che ha proprietà tissotropiche.

La banale domanda del perché il sangue alcune volte non si sia liquefatto è rigettata dalle proprietà stesse dei materiali tissotropici: basta agitare la soluzione delicatamente e non c’è liquefazione (del resto, il sangue di San Gennaro si è liquefatto anche al di fuori dei periodi previsti, probabilmente a causa di manipolazioni non delicate).

Un’obiezione più sensata si basa sulla diffusione della notizia secondo la quale il gel dei tre ricercatori non avrebbe più proprietà tissotropiche dopo 2 anni. La scarsa consistenza logica dei sostenitori del miracolo ha fatto gridare che questa sarebbe la prova più lampante che di miracolo trattasi (il solito errore: non so spiegarmi un fenomeno, allora è sicuramente un miracolo divino). Come ha rilevato Garlaschelli, alcuni campioni del suo gel durano dieci anni, altri molto meno. Il mistero non sta nel “miracolo”, ma nella durata della composizione del liquido, che rimane appunto un mistero scientifico, ma non divino.

Del resto, come già detto, Napoli ha nella sua cultura l’esoterismo, i misteri soprannaturali inspiegabili (dalle “presenze” secolari nelle antiche magioni al Principe di Sansevero).

Lo scioglimento del sangue, comunque, non è un’esclusiva di San Gennaro: a Napoli esistono altri santi che fanno l’identico “miracolo”, ma (quando si parla di Napoli, definita dalle sfere clericali la città ribelle) la Chiesa non ama pubblicizzarlo.

Bisogna riconoscere che il sangue che si scioglie a Napoli è un fenomeno molto più complesso e misterioso di quanto si possa credere.

Infatti, l’antica discussione sul sangue di San Gennaro, ha oscurato i molti altri fenomeni analoghi che da secoli, secondo molteplici testimonianze, avvengono in molte chiese di Napoli e anche, e questo in pochi lo sanno, in molte Cappelle gentilizie napoletane.

A questo proposito, oltre il miracolo del Santo Patrono, si possono citare almeno altri otto importanti fenomeni di liquefazione del sangue.

Per cominciare, possiamo citare, in Piazza del Gesù ed esattamente nel famoso Monastero delle Clarisse, meglio conosciuto come Monastero di Santa Chiara, la liquefazione del sangue del protomartire S. Stefano, che avviene, generalmente, il 3 agosto e il 25 dicembre. La reliquia fu portata a Napoli da S. Gaudioso. Essa fu scoperta per caso dietro una cripta segreta di un altare. Per un periodo di tempo, fu tenuta nel Convento della Sapienza a Costantinopoli e, dopo la soppressione della Chiesa, fu trasferita al monastero assieme alle monache.

Il miracolo non si ripete da qualche anno, con sollievo delle suore, perché pare che, allo scioglimento del sangue, coincida sempre la morte della madre superiora in carica.

Il sangue di S. Alfonso dei Liguori, santo noto anche perché fu l’autore della cantata“Quanno nascette ninno”, si scioglie il 2 agosto nella chiesa di S. Maria della Redenzione dei Cattivi.

Nella chiesa di S. Gregorio Armeno, sorta sull’antico tempio di Cerere e sull’annesso collegio delle Sacerdotesse dell’Antico Culto, conosciuto dai vecchi napoletani come “S. Liguoro”, avviene la liquefazione del sangue di S. Giovanni, di S. Lorenzo e di Santa Patrizia, quest’ultima nota anche per il misterioso liquido guaritivo “miracoloso” che ancora stilla dalla sua tomba, da secoli.

Per Santa Patrizia ancora oggi avviene il miracolo del sangue ogni martedì mattina.

Altri due fenomeni avvengono ogni 21 giugno nella chiesa del Gesù Vecchio, per S. Pantaleone e S. Luigi Gonzaga.

Negli avvenimenti di Napoli, come facilmente si può dedurre da quanto sopra raccontato, c’entra molto poco la religione e la miracolosità divina, cedendo il posto alla cultura del mistero esoterico e all’antropologia del folclore della città, che ha fatto del sacro e del profano (molto più del profano) una risultanza di fatti inspiegabili e appassionanti. Alla faccia del Vaticano, Napoli è la città più divina di Roma!

Nino Caliendo

Info, dati e contenuti da: Albanesi.it e Napolimisteriosa.it

 

A Napoli non si liquefa solo il sangue di S. Gennaro

Il sangue che si scioglie a Napoli è un fenomeno molto più complesso e misterioso di quanto si possa credere.

Infatti, l’antica discussione sul sangue di San Gennaro, ha oscurato molti altri fenomeni analoghi che da secoli, secondo molteplici testimonianze, avvengono in molte chiese di Napoli e anche, e questo in pochi lo sanno, in molte Cappelle gentilizie napoletane.

A questo proposito, oltre il miracolo del Santo Patrono, si possono citare almeno altri otto importanti fenomeni di liquefazione del sangue.

Per cominciare, possiamo citare, in Piazza del Gesù ed esattamente nel famoso Monastero delle

Chiostro e Monastero di Santa Chiara a Napoli

Clarisse, meglio conosciuto come Monastero di Santa Chiara, la liquefazione del protomartire S. Stefano, che avviene, generalmente, il 3 agosto e il 25 dicembre.

La reliquia fu portata a Napoli da S. Gaudioso. Essa fu scoperta per caso dietro una cripta segreta di un altare. Per un periodo di tempo, fu tenuta nel Convento della Sapienza a Costantinopoli e, dopo la soppressione della Chiesa, fu trasferita al monastero assieme alle monache.

Chiesa di San Gregorio Armeno - Scalone monumentale e portale d'ingresso al monastero

Il miracolo non si ripete da qualche anno, con sollievo delle suore, perché pare che, allo scioglimento del sangue, coincida sempre la morte della madre superiora in carica.

Il sangue di S. Alfonso dei Liguori, Santo noto anche perché fu l’autore della cantata “Quanno nascette ninno”, si scioglie il 2 agosto nella chiesa di S. Maria della Redenzione dei Cattivi.

Nella chiesa di S. Gregorio Armeno, sorta sull’antico tempio di Cerere e sull’annesso collegio delle Sacerdotesse dell’Antico Culto, conosciuto dai vecchi napoletani come “S. Liguoro”, avviene la liquefazione del sangue di S. Giovanni, di S. Lorenzo e di Santa Patrizia, quest’ultima nota anche per il misterioso liquido miracoloso che ancora stilla dalla sua tomba, da secoli.

Per Santa Patrizia ancora oggi avviene il miracolo del sangue ogni martedì mattina.

Altri due fenomeni avvengono ogni 21 giugno nella chiesa del Gesù Vecchio, per S. Pantaleone e S. Luigi Gonzaga.

 Tratto da: http://napolimisteriosa.blogspot.com/2009/01/la-liquefazione-del-sangue.html

4 Ott

I misteri di Napoli: la leggenda attorno al Principe di Sansevero

Pubblicato da Nino Caliendo

Il ritratto di Raimondo Di Sangro fu realizzato da Carlo Amalfi, con la tecnica dell’olio su rame, intorno al 1759. Raffigura il principe con una semplice corazza, ma senza le effigi militari e nobiliari, scolpite invece sulla sua tomba. Il dipinto, inserito in una bella cornice in marmo, rimane l’unico giunto fino a noi che riporti la fisionomia di Raimondo Di Sangro. Da: http://www.napoligrafia.it

Anche se oggi il popolo napoletano ha quasi totalmente dimenticato Raimondo di Sangro e le sue prodigiose opere, coloro che abitano nei dintorni della Cappella e del suo palazzo ben ricordano le storie tenebrose e singolari, tramandate dai  padri, che hanno contribuito a formare un’ampia leggenda attorno al Principe di Sansevero o, meglio, semplicemente “o’ Princepe”, come viene denominato, quasi che nella casa dei Sangro uno solo sia stato il Principe di Sansevero.

Per il popolo, Raimondo di Sangro è stato ateo e mago, senza ben distinguere fra loro le due qualità, poiché l’uomo che compie dei prodigi, per il volgo, è aiutato dal demonio e, dove c’è il diavolo, c’è sempre il nemico di Dio.

Ed ecco che ancora oggi c’è chi giura di essere stato testimone di un fenomeno, quanto meno sconcertante, a cui si assisterebbe – o, sarebbe più giusto dire, si ascolterebbe – nelle notti di Natale e Pasqua, a Via De Sanctis, all’altezza della misteriosa “Cappella”,  oggi sconsacrata.

In queste notti, un fortissimo suono d’organo farebbe vibrare l’aria attorno ad essa e dalle sue vetrate sarebbe possibile scorgere intensi bagliori.

Sempre la zona antistante la Cappella Sansevero, e la Cappella stessa, sarebbero protagonisti di un altro fenomeno misterioso: tutte le sere risuonerebbero, nel silenzio, dei passi lenti e cadenzati, accompagnati da un  lieve  tintinnio, simile a quello di un uomo con ai piedi pesanti stivali muniti di speroni.

Si comincerebbe con il sentirli in lontananza, poi man mano il loro suono aumenterebbe, fino a sfiorare lo sprovveduto passante, per poi allontanarsi.

E così avverrebbe da secoli.

Il tam-tam popolare vuole che si tratti del fantasma di Raimondo Di Sangro, rimasto a guardia della sua Cappella, del suo palazzo e della Via De Sanctis stessa.

Del Principe si narra che avesse in suo potere il diavolo stesso e che si considerasse se non  uguale, quantomeno molto simile a Dio.

Il povero demonio sarebbe stato costretto ad e-saudire ogni suo ordine o desiderio e l’avrebbe aiutato a scoprire la mitica pietra filosofale, capace di trasformare tutti i metalli in oro.

Mistero, leggenda, contraddizioni hanno da sempre circondato la figura del Principe.

In “Storie e leggende napoletane”, l’autorevole storico Benedetto Croce, a proposito di alcune

La tomba del principe Raimondo Di Sangro, fu disegnata da Francesco Maria Russo nel 1759, anno in cui il committente era ancora in vita. Essa è costituita da due elementi principali; l’arco, decorato con una serie di emblemi (armi, bandiere, libri, pergamene, squadre, un mappamondo e la collana da Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro) celebranti le glorie in ambito militare e scientifico, e la lapide con l’elogio funebre, dove è collocato anche il ritratto del defunto. Questa, realizzata in marmo rosa, ora sbiadito, presenta una finissima decorazione con papiri e grappoli d’uva, realizzata, vista la sottigliezza del marmo, senza l’uso di scalpello. Da: http://www.napoligrafia.it

invenzioni di Raimondo Di Sangro, tra cui la carrozza anfibia, scriveva: “Tesseva senza ordigni stoffe mai viste. Con le mani riduceva in polvere marmi e metalli. Entrava in mare con la sua carrozza ed i suoi cavalli e vi scorreva sulla superfice senza bagnarne  le ruote”.

“Quando sentì non lontana la morte”, continua Croce, “provvide a risorgere e da uno schiavo moro  si lasciò tagliare a pezzi e bene adattare in  una cassa, donde sarebbe balzato fuori vivo e sano a tempo prefisso. Senonché la famiglia, che egli aveva procurato di tenere all’oscuro di tutto, cercò la cassa, la scoperchiò prima del tempo, mentre i pezzi del corpo erano ancora in processo di saldatura, e il Principe, come risvegliato dal sonno, fece per sollevarsi, ma ricadde subito gettando un urlo dannato”.

Questo imprevisto non consentì a Raimondo di Sangro di ritornare a vivere e tramandare così ai posteri la grandiosa scoperta di cui il demonio l’aveva fatto artefice: il segreto della vita eterna.

“Per essere un gran signore, un Principe”, scriveva ancora Croce, “egli riuniva alle arti diaboliche capricci da tiranno, opere di sangue e  atti di raffinata crudeltà. Ammazzò niente meno che sette cardinali e dalle loro ossa costruì sette seggiole, ricoprendone il fondo con la loro pelle”.

Anche il suo amore perl’arte ed il suo mecenatismo, troppo all’avanguardia, per il popolino diventa diabolica spietatezza e, quindi, l’immenso splendore artistico della Cappella Sansevero si trasforma in efferata opera di magia nera, perpetrata dal Principe e dal demonio suo  servo.

Pure attorno al famoso “Cristo velato” del Sammartino, una delle più belle opere della Cappella, si è creata una leggenda popolare.

L’opera straordinaria, che mostra in trasparenza il corpo di Gesù coricato ed avvolto in un velo che solo al tatto si scopre essere anch’esso di marmo, è ancora oggi, con le più moderne tecniche conosciute, impossibile da realizzare, soprattutto in meno di tre mesi, come fece il  Sammartino.

Ma pare, con i suoi poteri diabolici, Raimondo Di Sangro potesse tanto e che per lui sia stata una sciocchezza possedere il Sammartino e guidarlo nella realizzazione.

Sempre a proposito di quest’opera, ecco affiorare la  leggenda  della  spietatezza del Principe di Sansevero: si vuole che lo scultore, subito dopo la realizzazione, fosse stato fatto da lui accecare perché non potesse mai più realizzare per altri un capolavoro del genere.

Anche sui due scheletri, su cui il Principe sperimentò la “metallizzazione delle arterie”, esiste una storia di diabolica crudeltà.

Pare  che  Raimondo  di  Sangro  avesse iniettato egli stesso, nelle vene di due servi, un uomo e una donna, vivi e vegeti, una sostanza di sua invenzione.

La circolazione del sangue avrebbe favorito  il  percorso  della sostanza che, nel suo effetto di  “metallizzazione”, provocò ai due poveretti una lunga e dolorosa agonia.

Cronisti dell’epoca avrebbero a suo tempo riportato che la donna era una negra incinta e che il Principe, personalmente, dopo la morte, le avesse praticato il taglio cesareo per asportarle il feto, anch’esso con le arterie  “metallizzate”.

Anche Gian Giuseppe Origlia, nella sua “Historia dello studio di Napoli” (1753), racconta di una strana avventura che sarebbe capitata a Raimondo di Sangro.

Il Principe stava preparando, con ossa di cranio umano, il materiale per la fabbricazione della sua lampada perpetua, quando un suo aiutante lasciò cadere un’ampolla contenente la sostanza ricavata. Questa, rompendosi, sprigionò un fumo molto denso che, espandendosi, lasciò intravedere chiaramente un uomo nudo dallo sguardo impressionante.

La figura fumogena, giunta al soffitto, si distese su di esso, fino a svanire.

Al si sopra dell’altare maggiore della Cappella Sansevero si trova l’altorilievo raffigurante la “Deposizione”, realizzato da Francesco Celebrano, del quale è considerato l’opera migliore. La scena rappresentata è ricca di elemento tardo-barocchi che si fondono con l’arte napoletana del XVII secolo, e riesce a trasmettere in modo dirompente soprattutto la sofferenza che traspare dai volti di Maria e della Maddelena mentre il corpo del Cristo viene deposto. Da: http://www.napoligrafia.it

Conseguentemente a questo episodio, un servo del Principe ne sarebbe morto di paura, mentre un ragazzo, anch’egli presente, sarebbe scappato via e non avrebbe mai più trovato il coraggio di ritornare in quel  laboratorio.

Nella “Lettera apologetica sui Quipu”, quando si parla “de’ portenti  da lui operati”,  si  legge, tra l’altro , di quello “assai maggiore di richiamare a vita novella i già vicini a trapassare, volgarmente dicesi risuscitare i difunti”, e si racconta di alcuni risultati straordinari di cure fatte a Roma e a Napoli dal Principe di Sansevero, con le quali egli  aveva  guarito da malattie pazienti ormai dati per spacciati dalla medicina ufficiale.

Forse da questo derivò la leggenda che il Principe potesse resuscitare i morti, dimenticando che tali esperienze erano state fatte, più o meno negli stessi anni, da Friedrich Anton Mesmer, lo scopritore del “magnetismo animale” e l’inventore del “mesmerismo” (predecessore dell’“ipnosi”), di cui senz’altro Raimondo Di Sangro doveva essere studioso e conoscitore.

Ed ecco l’assurdità: le stesse esperienze, se fatte da Mesmer, sono scienza, se, invece, le fa il Principe, per il popolo napoletano, diventano pratiche demoniache.

E’ interessante la spiegazione della strana morte attribuita al Principe, nel racconto di Benedetto Croce, riportato in precedenza, che ne dà Fabio Colonna di Stigliano in un articolo, apparso su un fascicolo della rivista “Napoli Nobilissima” nel 1894.

Ricordando che, nella concezione popolare, il monumento a Cecco Di Sangro, conservato nella Cappella Sansevero, era il sepolcro di Raimondo di Sangro, il Colonna di Stigliano spiega: “Ora, siccome il popolino già in vita credeva il Principe un mago, già sapeva che il suo ingegno singolarissimo era  capace di tutto, già credeva, forse, ch’egli avesse perfino la potenza di risuscitare i morti, così è verisimile credere che, vedendo nella bizzarra scultura del Celebrano un guerriero saltar fuori dalla sua cassa mortuaria, andasse man mano intessendo a suo modo la storia della meravigliosa resurrezione”.

“E’ vero però,” continua Fabio Colonna di Stigliano, “che la scultura di Cecco di Sangro era già fatta cinque anni prima della morte del Principe: è vero altresì che a proposito di quel monumento il popolino narra un’altra storia: quella del guerriero che, fingendosi morto, entrò con l’inganno nel castello che assediava: ma si sa che nelle leggende il volgo spesso si contraddice, e spesso confonde più tradizioni, cambiando e sostituendo nomi, epoche e fatti”.

“Forse, dirà alcuno,” prosegue ancora il Colonna di Stigliano, “può anch’essere che la leggenda della morte di Raimondo di Sangro si fosse già formata  per chi sa quali ragioni, prima che il popolino cominciasse a credere il Principe sepolto nel monumento del Celebrano: e che poi, ponendo mente alla curiosa scultura, trovasse in essa una conferma alla sua storiella”.

“Ma il certo si è,” conclude, “che quella scultura ha sempre dato molto da pensare al volgo: e sia che essa si riferisse a Cecco od a Raimondo di Sangro, sia che ricordasse l’astuzia di un guerriero o il tentativo di un mago, il popolino v’ha sempre  visto sotto qualche cosa di misterioso, l’ha sempre ritenuto qualche cosa di diabolico: e quando nella rovina per lui fatale del palazzo Sansevero tutto quel lato della Cappella rimase danneggiato e scosso, e solo vi restò incolume nella sua cassa ferrata il guerriero resuscitato, il popolino accorso da ogni parte a curiosare vide nel caso strano una novella prova della sua credenza; cosìche nei racconti, nei dialoghi, nei commenti rifiorì assai più tenace la paurosa leggenda che in quella statua, come nella persona che rappresentava, stesse nascosto un mago, uno stregone o il diavolo  addirittura”.

In risposta, poi, all’accusa di ateismo e di “patti con il demonio”, vi è la visura dell’atto di morte di Raimondo di Sangro, che è conservato a Napoli nella Parrocchia di Santa Maria della  Rotonda:

“A 22 marzo 1771. L’Eccellentissimo signor D. Raimondo de Sangro, marito della Eccellentissima signora D. Carlotta Gaetani d’Aragona, Principe di Sansevero, abitante nel proprio palazzo, ricevuti li Santissimi Sacramenti, morì in Comunione di Santa Chiesa a dì detto, e fu seppellito nella propria cappella pubblica, era dell’età di anni 62 in circa”.

Nino Caliendo

Dal libro di Nino Caliendo “Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero” , E. 9,00, Boopen Editore

29 Set

1861: il civile e florido Stato del Sud invaso dall’indebitato Re piemontese

Pubblicato da Nino Caliendo

1861: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato florido e ricco, viene cancellato da uno staterello da quattro soldi, uno sputo sulla carta geografica, squattrinato fino all’indebitamento.

Immagine ripresa da: http://www.stpauls.it/gio/1210gi/chestoria.html

Cosa è accaduto? Per cercare di comprendere useremo una metafora, come fanno i poeti e gli psicoanalisti, categoria quest’ultima a cui appartengo.

Immaginiamo che quel Regno sia una bellissima donna , ricca, colta, feconda, che ha attirato, e che attira, molti Principi e molti Re, “maritata” con il Borbone. Una così bella donna suscita ovviamente il desiderio e la bramosia di altri uomini, che vorrebbero possederla, ma non possono: è maritata! Insieme al desiderio per lei provano invidia per l’uomo che la possiede.

La cosa di solito, con qualche sospiro, finisce lì. Vorrei ma non posso… Altre volte, invece, accade che un uomo, particolarmente invidioso e avido, non si rassegni e faccia di tutto per raggiungere il suo scopo. Sottolineo invidioso, oltre che avido.

L’invidia è un sentimento fisiologico di per sé, di cui tutti siamo provvisti, e nasce dall’ammirazione per l’altro… “ma vit’ a cudd ce bella mjjiere ca ten!” e ci spinge ad emulare quelli che invidiamo. Quindi andiamo a cercare una bella donna da conquistare o facciamo la corte proprio a quella…hai visto mai? Chiameremo questo tipo di invidia consapevole “propulsiva”, perché ci spinge a costruire qualcosa, senza fare troppo danno a nessuno.

Ma c’è un’invidia “distruttiva” che se ne sta nascosta in fondo all’anima (inconscia, diciamo noi psicoanalisti) e che prospera in una persona psicologicamente impotente, nel senso che non si ritiene capace di realizzare ciò che l’altro ha. E allora pensa, crede, che quelle cose può averle solo prendendole a chi le ha. Senza chiedere! (v. nota 1)

Le deve avere per sé, che le merita più dell’altro, perché è convinto di essere “superiore”, “migliore”.

Quindi se riprendiamo la metafora della nostra bella Patria dal nome Regno delle Due Sicilie, una bella, ricca, colta donna maritata, il Savoia cosa fa? La corteggia? No, assolutamente, no! Pieno di sé e del suo livore invidioso la vuole senza chiedere.

Si allea con altri miserabili invidiosi e avidi come lui (v. nota 2) per raggirarla e prenderla con la forza, contro la sua volontà. La isola, allontanandone il marito legittimo, il Re Borbone, e poi la prende con la violenza e l’inganno, corrompendo i suoi domestici e uccidendo i suoi figli, mentre i suoi compari, Francia e Inghilterra, lo aiutano ad immobilizzare la vittima, proprio come in uno stupro di gruppo. Da solo certamente non ce l’avrebbe fatta!

Invidia e bramosia sono mossi dal desiderio di possedere, non di amare, quindi cosa fa il violentatore che voleva “possedere” la sua vittima?

Le toglie tutti suoi averi, compresi i documenti, e la butta sul marciapiede, per farne la sua fonte di reddito. Per sé, la sua famiglia e i suoi amici.

Dopo averla spogliata dei beni e degli affetti, distrugge la sua identità con la denigrazione: “Sei sporca, povera e ignorante… ” e chiamandola “puttana”. Questo adesso è il suo nome!

I “proventi” di questa “attività” a cui la costringe deve darli integralmente a lui e in cambio le dà giusto l’indispensabile per continuare a “battere”.

L’aggressore è ormai il Padrone della sua vittima, la chiama “puttana” e le ripete che “Tu senza di me non sei niente, non sei nessuno”, per distruggere la sua autostima e portarla ad uno stato di minorità e di inferiorità, di dipendenza psicologica. Povera e sporca, intanto, lo è diventata per davvero.

Per i futuri figli, questa è la realtà, la verità. Sono “figli di puttana”, indegni, contrapposti ai “figli legittimi” del padre “nobile” a cui va dato tutto, per legge, mentre loro, se gli va bene, potranno sopravvivere, purché si tengano sempre un po’ in disparte ed evitino di “rivendicare” alcunché e di “lamentarsi”, soprattutto non si lamentino per carità…

L’ italica “famiglia” è nata così.

La nostra identità peculiare di Napoletani-Duosiciliani è diventata genericamente di Meridionali, al massimo Terroni, fondata sul sentimento d’inferiorità dell’illegittimo, senza nome e senza diritti.

Quando un essere umano non può, non sa, non trova un modo per sfuggire al degrado, si adatta e nell’adattarsi assimila lentamente il “modello” proposto dall’altro, finisce anche con il pensare che forse, in fondo,  “è anche colpa mia”, che “sono io che in qualche modo ho provocato”, che “in  qualcosa ho mancato”, “l’altro in fondo ha ragione a disprezzarmi, comincio a disprezzarmi pure io”, “mi sa tanto che quel che ho (di male!) me lo sono meritato, me lo merito”.

Visto come sono finiti (deportati, decapitati, fucilati, bruciati vivi) quelli che si sono ribellati, mi sottometto e mi adatto, in silenzio, per non essere ammazzato anche io, sperando in un riscatto futuro. Aspetto, spero e il tempo passa…

Noi, che non siamo stati uccisi e non siamo emigrati, siamo rimasti qui volenti o nolenti, educati alla “minorità”, abbiamo messo in atto un meccanismo psicologico che si chiama “identificazione con l’aggressore” (v. nota 3 ), che conclude il percorso di annientamento iniziato con la violenza, facciamo nostri i valori e i giudizi del nostro aguzzino, rinunciando ai nostri valori che nascondiamo come una vergogna, così, credendo che non saremo più derisi e disprezzati, è come se dicessimo: “vedi, ora sono come te, ora ti puoi rispecchiare in me e accettarmi alla tua tavola, apprezzarmi come apprezzi te stesso”. Cerchiamo di compiacere il nostro aguzzino per difenderci dalla sua violenza, per evitarla.

Identificandoci con il nostro aguzzino e compiacendolo accettiamo implicitamente ch’egli è “meglio” di noi, è “superiore” (cosa a cui l’aggressore tendeva!) e che mai arriveremo a eguagliarlo, mai, saremo sempre dei Terroni incapaci e inferiori.

L’autostima scende sempre più in basso, perché quando la vittima cancella la sua identità per diventare a immagine del suo carnefice, credendo così di poter esistere con dignità, sta giocando una partita in cui pensa di poter vincere facendo solo autogol. Perde e contribuisce al successo dell’altro.

Come se ne esce? In psicoanalisi e in psicoterapia, la strada da percorrere per liberarsi da questa trappola mortale è la conoscenza della Verità su se stessi per il recupero della propria originaria identità.

La verità può anche far male, ma può renderci liberi e padroni di noi stessi!


Nota 1 – Melanie Klein, Invidia e gratitudine, Martinelli, 1971, pag. 17: “L’invidia è un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode: l’impulso invidioso mira a portarla via o a danneggiarla”.

Nota 2 – ibidem, pag.18: “L’avidità è un desiderio imperioso ed insaziabile che va al di là dei bisogni del soggetto e di ciò che l’oggetto vuole e può dare. Ad un livello inconscio, l’avidità ha soprattutto lo scopo di svuotare completamente, di prosciugare […] e di divorare: in altre parole il suo scopo è l’introiezione distruttiva; l’invidia invece cerca non solo di derubare […], ma anche di mettere ciò che è cattivo e soprattutto i cattivi escrementi e le parti cattive del Sé nell’altro […], allo scopo di danneggiarlo e di distruggerlo. Nel senso più profondo ciò significa distruggere la sua creatività”. Al riguardo non è superfluo ricordare le parole di Carlo Bombrini, governatore della Banca Nazionale nel Regno d’Italia dal 1861 al 1882, che, riferendosi ai “meridionali”, sentenziò: “Non dovranno mai essere più in grado di intraprendere”.

Nota 3 – Anna Freud, “L’Io e i meccanismi di difesa”, Martinelli, 1967, pag. 123: “Assumendo il ruolo dell’aggressore e i suoi attributi, o imitando la sua aggressione, il soggetto si trasforma da minacciato in minacciante”.

Da: Briganti – “Metafora del Risorgimento”

25 Set

8 x 1000: la Chiesa ne destina appena l’8% agli aiuti. Il resto ingrassa il clero

Pubblicato da Nino Caliendo

Bella la pubblicità della Chiesa che con l’8×1000 aiuta mezzo mondo!

Sveglia! E’ solo pubblicità! Appena l’8% del miliardo che incassano va alle missioni.

Eccovi tutta la verità sull’8×1000!


COSA SIGNIFICA “OTTO PER MILLE”?

Fino a tre decenni fa lo Stato italiano pagava direttamente lo stipendio al clero cattolico, con il meccanismo della congrua. Ritenendolo datato, nell’ambito delle trattative per il “nuovo” Concordato, si decise un nuovo meccanismo di finanziamento alla Chiesa Cattolica, solo in apparenza più democratico e trasparente, in quanto allargato alle altre religioni: lo Stato decideva di devolvere l’8 per mille dell’intero gettito IRPEF alla Chiesa Cattolica (per scopi religiosi o caritativi) o alle altre confessioni o allo Stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.

Il sistema, nel corso del tempo, è diventato sempre più ingiustificato, tanto che anche la Corte dei Conti è intervenuta a più riprese criticando il Governo e chiedendo di rivederlo (ultima deliberazione del 23 dicembre 2016, n. 16/2016/G)

L’otto per mille è normato dalla legge 222/85.

COME FUNZIONA IL MECCANISMO?

Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito IRPEF tra dodici opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Unione Buddhista, Unione Induista, Chiesa apostolica, Sacra diocesi ortodossa d’Italia, Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia. Dal 2017, ve ne sarà una tredicesima, il Soka Gakkai.

In realtà, nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia di più ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi.

Come se non bastasse, la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse.

Alcune confessioni (Assemblee di Dio e Chiesa Apostolica), più coerentemente, lasciano allo Stato le quote non attribuite, limitandosi a prelevare solo quelli relativi ad opzioni esplicite a loro favore: cosa che NON fa la Chiesa cattolica, ottenendo un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti ottenuti a suo favore.

Ecco perché è importante compilare questa sezione della dichiarazione dei redditi.

Qualora il contribuente non sia tenuto alla presentazione della dichiarazione, può comunque effettuare ugualmente la scelta della destinazione dell’8 per mille consegnando il CUD in una busta chiusa a un ufficio postale.

COME VENGONO SPESI QUESTI SOLDI?

Chiesa Cattolica

Nato come meccanismo per garantire il sostentamento del clero, tale voce è diventata, percentualmente, sempre meno rilevante (circa il 36% del totale). Parrebbe infatti che la Chiesa cattolica prediliga destinare i fondi ricevuti dallo Stato alle cosiddette “esigenze di culto” (43,7%): finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio. Ovvio che non vedremo mai spot su queste tematiche: ai tanto strombazzati aiuti al terzo mondo, cui è dedicata quasi tutta la pubblicità cattolica, va – guarda caso – solo l’8,6% del gettito. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.8xmille.it nel quale, cliccando di seguito sulle sezioni “rendiconto” e “scelte per la chiesa cattolica”, si accede a una pagina che riporta le percentuali di scelta di fantomatici contribuenti senza specificare se siano la totalità o si tratti solo di coloro effettivamente firmano per destinare l’Otto per Mille.

Stato

Lo Stato è l’unico competitore per l’otto per mille che ha decido di non farsi pubblicità, almeno fino al 2017. Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito internet. L’ultima ripartizione delle scelte di sua competenza è andata soprattutto a beneficio del risanamennto del bilancio pubblico e alle calamità naturali. In generale la legge 222/1985 prevede che i fondi siano destinati a «interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali». Con la legge 147/2013 è stata aggiunta la seguente destinazione: «ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico ed efficientamento energetico degli immobili di proprietà pubblica adibiti all’istruzione scolastica». In base alla legge 7 aprile 2017, n.45, la quota parte dell’Otto per mille statale riservata ai beni culturali sarà destinata per dieci anni, dal 2016 a 2015, alla ricostruzione e al restauro di beni culturali danneggiati o distrutti dagli eventi sismici che hanno colpito il centro italia dall’agosto 2016.

Chiesa Valdese

Rifiuta di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.chiesavaldese.org.

Luterani

Una parte dei fondi viene utilizzata per il sostentamento dei pastori. Per maggiori informazioni vai su www.elki-celi.org.

Comunità Ebraiche

I fondi sono utilizzati per «…solidarietà sociale, attività culturali, restauro patrimonio storico, sostegno ad attività giovanili, strutture ospedaliere per la cittadinanza, cultura della memoria, lotta a razzismo e pregiudizio». Per maggiori informazioni vai su www.ucei.it.

Chiese Avventiste

Rifiutano anch’esse di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.avventisti.it.

Assemblee di Dio

I fondi sono destinati esclusivamente alle missioni e alla beneficenza. Per maggiori informazioni vai su www.adi-it.org.

Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa

I fondi sono utilizzati «per il mantenimento dei ministri di culto, per la realizzazione e la manutenzione degli edifici di culto e di monasteri, per scopi filantropici, assistenziali, scientifici e culturali da realizzarsi anche in paesi esteri».

Chiesa Apostolica in Italia

I fondi saranno utilizzati per «fini di culto, istruzione, assistenza e beneficienza».

Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia

I fondi saranno utilizzati per «gli interventi sociali, assistenziali, umanitari e culturali in Italia e all’estero».

Unione Buddhista Italiana

I fondi sono destinati a «interventi culturali, sociali ed umanitari anche a favore di altri paesi, nonché assistenziali e di sostegno al culto».

Unione Induista Italiana

I fondi saranno utilizzati «per il sostentamento dei ministri di culto, esigenze di culto e attività di religione o di culto, nonché interventi culturali, sociali, umanitari ed assistenziali eventualmente pure a favore di altri paesi».

PERCHÉ ABROGARE IL MECCANISMO?

  • perché il meccanismo doveva essere basato sulla volontarietà, ma la ripartizione delle scelte inespresse vìola, di fatto, questo principio;
  • perché è un finanziamento a fondo perduto a favore di confessioni religiose che si dovrebbero autofinanziare. Soprattutto nel caso della Chiesa Cattolica, gran parte di questi contributi non ha alcuna utilità sociale;
  • perché è una partita truccata: a differenza delle confessioni religiose, lo Stato italiano non fa pubblicità per sé e non informa su come destina questi fondi. Quando nel 1996 il ministro Livia Turco propose di destinare i fondi di competenza statale all’infanzia svantaggiata, il “cassiere” della Conferenza Episcopale Italiana Nicora reagì duramente, sostenendo che «lo Stato non deve fare concorrenza scorretta nei confronti della Chiesa»;
  • perché è una partita a cui non tutti possono giocare: sono ammesse solo le confessioni sottoscrittrici di un’Intesa con lo Stato. Ecco perché la Chiesa, attraverso i parlamentari cattolici, blocca l’accordo (già sottoscritto) con i Testimoni di Geova e impedisce l’avvio di trattative con gli islamici: i fedeli di queste religioni, ben disciplinati, grazie al meccanismo delle scelte inespresse porterebbero alle loro gerarchie una contribuzione ben superiore alla loro percentuale reale, con un danno valutabile in centinaia di milioni di Euro per la Chiesa cattolica.
  • perché è un meccanismo non chiaro, che trae in inganno non solo il semplice cittadino ma anche la persona colta. Un giornalista Rai ha dovuto addirittura scusarsi in diretta per la sua non conoscenza del meccanismo;
  • perché lo Stato, erogando questi finanziamenti, è costretto a cercarsi altre entrate con nuove forme di tassazione della popolazione.

MA SI PUÒ ABROGARE? O NON PAGARE? E COME?

L’Associazione per lo Sbattezzo ha lanciato anni fa un’iniziativa per l’obiezione fiscale.

L’UAAR ha anch’essa più volte criticato e chiesto modifiche alla normativa: resta il fatto che un cambiamento è fattibile solo attraverso una modifica della legge. L’UAAR ha proposto di adottare il meccanismo tedesco, per il quale solo i fedeli che desiderano esplicitamente appartenere a una confessione religiosa sono tassati per sovvenzionarla. Nel 2014 ha chiesto che i Comuni avanzino richiesta per i fondi per l’edilizia scolastica e le calamità naturali. Nel 2017 ha lanciato l’hashtag #primalecasepoilechiese.

Nel 2013 i radicali hanno lanciato un referendum per l’eliminazione della ripartizione delle scelte inespresse: l’Uaar ha appoggiato l’iniziativa. La raccolta firme non ha purtroppo raggiunto il numero minimo di sottoscrizioni richieste (500.000).

L’ESENZIONE ICI-IMU-TASI

Nell’ambito del Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria 2006, il Parlamento ha introdotto l’esenzione ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) per gli immobili adibiti a scopi commerciali per la Chiesa (ulteriormente estesa alle associazioni no-profit). Il patrimonio immobiliare della Chiesa cattolica è incalcolabile (si parla di un 20-25% dell’intero territorio nazionale), e incalcolabile è quanto di tale patrimonio sia effettivamente utilizzato per fini spirituali, quanto per fini commerciali e quanto per fini commerciali ‘occultati’ dietro i fini spirituali.

Secondo stime dell’ANCI, il provvedimento avrebbe comportato minori entrate per i Comuni nell’ordine di 700 milioni di Euro. Il d.l. 223 del 4 luglio 2006 ha successivamente eliminato tale esenzione. La sua formulazione («Attività di natura esclusivamente commerciale»), tuttavia, di fatto vanifica il provvedimento e mantiene in vigore tale privilegio: è infatti sufficiente che all’interno dell’immobile destinato ad attività commerciale si mantenga una piccola struttura destinata ad attività religiose.

Nell’agosto 2007 la Commissione Europea ha chiesto al governo italiano informazioni supplementari su tali vantaggi fiscali. Non risulta che né il governo Prodi, né il governo Berlusconi che subentrò nel 2008 le abbiano mai risposto. La procedura d’infrazione avviata infine dalla Commissione è stata infine accantonata perché, nonostante l’infrazione fosse palese, sarebbe «impossibile quantificarla». Il governo Monti ha promesso alle autorità comunitarie di regolamentare la questione, ma nulla è accaduto, tanto che l’Uaar ha scritto alla Commissione Europea chiedendole di intervenire. Né il governo Letta né quello di Renzi hanno tuttavia modificato la situazione, confermando quindi le larghe esenzioni di cui dispongono i beni ecclesiastici. L’Uaar ha pertanto chiesto alla Commissione Europea di aprire una procedura d’infrazione. Nel novembre 2014 la Corte di Giustizia del Lussemburgo ha rimesso in discussione tutto, ammettend nel merito un ricorso contro la decisione di accantonare la procedura d’infrazione. Nel luglio 2015 la Corte di Cassazione, con due sentenze, ha sancito che le scuole confessionali, se svolgono attività imprenditoriale, sono soggette al pagamento dell’imposta sugli immobili. Nel dicembre 2016 ha ulteriormente precisato che, se gli enti religiosi godono di una fiscalità agevolata, le tariffe che praticano devono essere ulteriormente ridotte.

Tra gli immobili a uso commerciale che, stando a notizie di stampa, beneficiano di tale esenzione, troviamo la casa alberghiera delle Suore Brigidine, nella prestigiosa Piazza Farnese a Roma, e il centro spiritualità e convegni Mondo migliore, una struttura voluta dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero.

Come se non bastasse, i beni immobiliari di proprietà ecclesiastica dispongono di ampie deroghe alla normativa sulla sicurezza, come abbiamo documentato sul nostro blog.

I COSTI DELLA CHIESA

L’Otto per Mille non è la più importante voce in «uscita» dallo Stato in direzione della Chiesa Cattolica: l’insegnamento della religione cattolica costa infatti ben un miliardo e mezzo, destinato a finanziare il catechismo impartito da docenti scelti dai vescovi ma pagati dallo stato. L’UAAR stima in oltre sei miliardi la cifra di cui gode la Chiesa cattolica, nelle sue varie articolazioni, a danno delle casse pubbliche. Tale stima è disponibile sul sito I costi della Chiesa, un’inchiesta realizzata dall’UAAR che rappresenta la più importante e dettagliata raccolta di dati sul Fenomeno. Per far conoscere ai cittadini I costi della Chiesal’UAAR ha anche lanciato una campagna di manifesti sei per tre. Nel 2014 ha inoltre creato una petizione online che chiede la riduzione dei costi pubblici della Chiesa.

OCCHIO x MILLE

Nell’aprile 2007 l’UAAR, prendendo atto della diffusa mancanza di conoscenza del meccanismo tra la popolazione, nonché del completo disinteresse da parte delle istituzioni a porvi rimedio, ha avviato autonomamente una propria campagna di informazione: «Otto per mille informati», dal 2009 «Occhiopermille».

CINQUE x MILLE

Con la dichiarazione dei redditi 2006 il governo ha introdotto una nuova possibilità: la destinazione del cosiddetto “Cinque per mille” del gettito IRPEF (completamente indipendente dall’Otto per mille).

Nato in origine per finanziare la ricerca scientifica, si è poi inopinatamente allargato ad altri scopi.

In breve, il funzionamento è questo:

  • se il cittadino non sceglie, il cinque per mille della sua IRPEF rimane nel bilancio dello Stato;
  • se il cittadino intende invece “destinare” il suo cinque per mille, può scegliere tra una delle seguenti categorie:
  1. sostegno delle ONLUS (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale) di cui all’art. 10 del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n: 460, e successive modificazioni, nonché delle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale, regionali e provinciali, previsti dall’art. 7, commi 1 2 3 e 4, della legge 7 dicembre 2000, n. 383, e delle associazioni riconosciute che operano nei settori di cui all’art. 10, comma 1, lettera a), del decreto legislativo 460 del 1997;
  2. finanziamento agli enti della ricerca scientifica e dell’università;
  3. finanziamento agli enti della ricerca sanitaria.
  • il cittadino ha anche la possibilità di indicare un beneficiario specifico. In questo caso deve scrivere il codice fiscale di tale soggetto beneficiario.

Dalla dichiarazione dei redditi 2008 è possibile destinare il proprio Cinque per Mille all’UAAR. Per farlo, è sufficiente:

  • apporre la propria firma nel riquadro “Sostegno del volontariato, delle associazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni riconosciute che operano nei settori di cui all’art. 10, c.1, lett a), del D.Lgs. n. 460 del 1997”;
  • riportare il codice fiscale dell’UAAR (92051440284) nello spazio collocato subito sotto la firma.

Se non si è tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi è possibile firmare comunque, consegnando la scelta effettuata in qualunque ufficio postale.

Qualora insorgano problemi per l’effettuazione della scelta si può contattare l’UAAR, o telefonando in sede al numero 06-5757511, oppure inviando una e-mail a info@uaar.it.

Maggiori informazioni, tra cui l’elenco completo dei possibili beneficiari, sono disponibili su una pagina del sito dell’Agenzia delle Entrate.

Ai fini di valutare la scelta del Cinque per Mille da un punto di vista laico, l’UAAR ha inoltre messo a disposizione uno strumento, il Laicometro, che valuta il «tasso» di laicità delle principali associazioni italiane.

PERCORSI DI APPROFONDIMENTO

 Fonte: https://www.uaar.it/laicita/otto-per-mille/

Da: Il Fastidioso

5 Set

Le grandi ricchezze africane e la povertà imposta dall’Occidente

Pubblicato da Nino Caliendo

La povertà africana non consiste solo nella resistenza tradizionale dei governi locali alla modernità e alla cultura, ma nelle forme subordinanti e disuguali con cui la tradizione è stata modellata e strumentalizzata con lo sfruttamento economico lasciato in eredità dal colonialismo, che non è mai realmente sparito, con l’estrema disparità nell’accesso ai mercati e alle risorse progressiste.

L’Africa è un paese fortemente legato al ruolo di produttore di materie prime, agricole e minerarie, di cui però non è in grado di controllare i mercati.

Il sottosuolo africano è, infatti, caratterizzato da un’immensa concentrazione di risorse che lo rendono una delle aree più ricche del mondo, ma la presenza di multinazionali straniere, complici con i loro governi di dittatori che affamano e sfruttano il Popolo, è dannosa al massimo per l’economia, in quanto tendono a controllare gran parte dei mercati: le materie prime vengono esportate direttamente senza essere state trasformate in prodotti finiti e successivamente venduti a basso prezzo, ma nel momento in cui devono essere riacquistate il loro costo è molto alto.
Questo patrimonio minerario non serve al continente africano per la ricchezza della propria popolazione, ma a seguito di corruzione e connubi, consente di sfruttare l’essere umano, in un territorio dove l’unico bene comune è la povertà e, di conseguenza, la manodopera costa un tozzo di pane, con la possibilità di appropriarsi delle zone minerarie senza l’opposizione di legislazioni contrarie.
Allo scarso sviluppo industriale, si aggiunge il problema dell’acqua, indispensabile sia per la sopravvivenza sia per l’agricoltura che, essendo di sussistenza, è poco redditizia.
La povertà è, infatti, una caratteristica diffusa in gran parte dell’Africa moderna. La maggior parte dei paesi africani si colloca agli ultimi posti di tutte le principali classifiche di ricchezza nazionale, come quelle basate sul reddito pro capite, pur disponendo spesso di ingenti risorse naturali. Gli ultimi 25 posti della classifica stilata dalle Nazioni Unite (ONU) sulla qualità della vita sono da sempre appannaggio di nazioni africane. Nell’elenco delle 50 nazioni meno sviluppate del mondo stesa dall’ONU nel 2006, 34 posizioni sono occupate da paesi africani.
Nonostante la grande disponibilità di terreno coltivabile a sud del Sahara, le modalità si sfruttamento sono in genere inefficaci per garantire la sussistenza delle popolazioni rurali. In molte nazioni africane, il terreno è tuttora proprietà dei discendenti dei coloni europei. Il caso più eclatante è probabilmente il Sudafrica, dove circa l’82% della terra coltivabile appartiene ai bianchi, che costituiscono solo una percentuale minima della popolazione.
L’Africa è uno dei continenti più tormentati da conflitti armati, sia da guerre civili (come quelle del Darfur e della Repubblica Democratica del Congo), sia da scontri fra nazioni.
Il fenomeno dei rifugiati è diffuso all’interno in gran parte del continente. In generale, essi si rifugiano in una nazione confinante, non essendo in condizione di emigrare altrove e ciò causa spesso ulteriori conflitti, come gli episodi di intolleranza avvenuti nel 2008 in Sudafrica nei confronti degli zimbabwesi.
I conflitti, molte volte, hanno l’ulteriore effetto di paralizzare o danneggiare l’economia dei Paesi in cui si svolgono e spesso anche di quelli confinanti, che dipendono in qualche misura da loschi traffici internazionali.
La più diretta conseguenza della povertà in Africa è il livello generalmente basso della qualità della vita, soprattutto in termini di beni di consumo.
Più in generale, i paesi africani (fatte le consuete eccezioni per il Sudafrica, le piccole nazioni turistiche come le Seychelles, alcuni stati del Maghreb e pochi altri) si trovano nelle ultime posizioni del mondo rispetto a parametri come mortalità infantile, aspettative di vita, alfabetizzazione e istruzione, etc.
Anche la penetrazione in Africa, non solo di Internet, ma anche delle telecomunicazioni e della tecnologia, è ai minimi mondiali.
La debolezza del sistema economico africano fa sì che in molti Paesi si assista a un fenomeno di iperinflazione. Il caso più paradigmatico è quello dello Zimbabwe, ma alti tassi di inflazione si registrano in molti altri Paesi.
La disoccupazione è certamente molto diffusa, anche se per la maggior parte delle nazioni mancano stime precise. Le dimensioni del fenomeno si possono, comunque, valutare considerando che la maggior parte delle città africane è circondata da vaste aree di baraccopoli abitate principalmente da persone disoccupate o sottoccupate.
Le ricchezze del continente africano ammontano, approssimativamente e per difetto, a 46.200 miliardi di dollari (valutazione eseguita nell’anno 2009 dall’esperto congolese David Beylard, autore di un’inchiesta sulla prestigiosa rivista economica “Les Afriques”).
Con appena il 12% di questa somma, l’Africa potrebbe finanziare la costruzione di nuove e importanti infrastrutture a livello di tutti gli Stati europei, compreso il ponte sullo stretto di Messina tanto caro alla mafia.
L’attività estrattiva rappresenta la voce più importante dell’economia africana.
I Paesi più importanti per l’attività estrattiva sono: Sudafrica (dove si trova la maggior concentrazione di miniere d’oro e diamanti, oltre che di cromo, amianto, carbone e rame), Libia (petrolio), Nigeria (petrolio, gas naturale, carbone e stagno), Namibia (diamanti, uranio), Algeria (petrolio, gas naturale, minerali di ferro), Zambia e Repubblica Democratica del Congo (rame, cobalto, piombo e zinco), Zimbabwe (oro, amianto, carbone, cromo, minerali di ferro e nichel) e Ghana (oro, bauxite e diamanti).
Si estrae petrolio anche lungo le coste africane occidentali, nel bacino del Gabon, nella Repubblica Democratica del Congo e in Angola. Ricchi giacimenti di uranio si trovano soprattutto in Sudafrica, nel Niger, nella Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centrafricana e nel Gabon.
Nella Repubblica Democratica del Congo si trova inoltre la più grande riserva mondiale di radio. Circa il 20% delle riserve mondiali di rame sono concentrate in Zambia, Repubblica Democratica del Congo, Sudafrica e Zimbabwe.
Repubblica Democratica del Congo e Zambia possiedono anche il 90% dei giacimenti di cobalto del pianeta, mentre la Sierra Leone è dotata delle maggiori riserve di titanio.
I tre quarti dell’oro mondiale provengono dall’Africa. I principali produttori sono Sudafrica, Zimbabwe, Repubblica Democratica del Congo e Ghana.
In tutte le regioni del continente si trovano minerali ferrosi. Gran parte della ricchezza mineraria dell’Africa è stata ed è tuttora gestita da grandi gruppi multinazionali appoggiati dai loro rispettivi governi.
Negli anni, i governanti (dittatori) africani hanno intascato (e intascano), in forma personale, quote sempre maggiori di compartecipazione nelle operazioni economiche all’interno dei propri Paesi, sfruttando e non concedendo benefici economici e sociali ai propri Popoli, che vivono nella povertà assoluta e nella mancanza totale dei più primari bisogni.
Da tutto questo, è facile capire il perché i poteri occidentali hanno sempre manifestato grande interesse per il continente africano, dapprima con le invasioni colonialistiche, che con altre definizioni sono vive tutt’oggi con la dicitura di “Missioni di pace”, utili a zittire il dittatore di turno che alza il tiro delle pretese o che comincia a democratizzare troppo il proprio Stato con la costituzione di uno stato sociale favorevole al Popolo, con il quale viene divisa equamente la ricchezza, ma di cattivo esempio per altri Popoli africani che potrebbero avanzare la stessa pretesa. Eclatante il caso di Gheddafi e della sua ricchissima e vivibilissima Libia, resa oggi territorio di fame e di guerra.
E’ ovvio che, in tutto questo, mafie e camorra la fanno da padrone, al punto che non si capisce bene dove finisce lo Stato e iniziano loro.
Una curiosità: mafiosi e camorristi simpatizzano e trafficano con l’estrema destra già dall’era mussoliniana (vedi il film “I guappi” e “Il Prefetto di ferro”).
E, come diceva il grande Peppino De Filippo: ho detto tutto!
24 Ago

Siamo ancora nel 18° secolo e Carlo Magno non è mai esistito

Pubblicato da Nino Caliendo

Se fosse vero, non sarebbe semplicemente una cospirazione, ma la madre di tutte le cospirazioni: un vero e proprio complotto temporale: ben 297 anni di storia, quelli tra il 614 e il 911, non sarebbero mai avvenuti e quindi deliberatamente inventati o volutamente datati in maniera erronea.

Questa teoria, conosciuta come Ipotesi del Tempo Fantasma, è stata formulata da tre studiosi in tempi diversi: Hans-Ulrich Niemitz, ingegnere ed ex direttore del Centro di Storia della Tecnologia di Berlino (1946-2010), lo storico tedesco Heribert Illig (nato nel 1947), e Anatolij Timofeevi? Fomenko, matematico, fisico e professore all’Università statale di Mosca (nato nel 1954).

Nell’introduzione al suo articolo “The Phantom Time Hypothesis”, il dottor Hans-Ulrich Niemitz chiede ai suoi lettori di essere pazienti, benevoli e aperti a idee radicalmente nuove, dato che le sue affermazioni sono tutt’altro che convenzionali.

Le tesi fondamentali esposte nel suo articolo sono tre: 1) centinaia di anni fa, il nostro calendario è stato manipolato aggiungendovi 297 anni che non si sono mai verificati; 2) quindi, oggi non siamo nel 2014, ma nel 1717; 3) i fautori di questa ipotesi non sono degli eccentrici.

La Teoria del Tempo Fantasma suggerisce che il Medioevo (614-911 d.C.) non è mai avvenuto, ma che questo periodo è stato aggiunto al calendario molto tempo fa, per caso, o per errata interpretazione dei documenti, o per falsificazione deliberata da cospiratori del tempo.

Ciò significa che tutti gli eventi attribuiti a questi tre secoli appartengono ad altri periodi, o che si siano verificati nello stesso momento, o che sono stati inventati di sana pianta. Ma che prove ci sono a sostegno di queste affermazioni?

Sembrerebbe che gli storici siano afflitti da una quantità significativa di documenti falsificati in età medievale: questo è stato, infatti, il tema di un convegno archeologico tenutosi a Monaco nel 1986. Nel suo intervento, Horst Fuhrmann, presidente di Monumenta Germaniae Historica, ha spiegato come alcuni documenti siano stati falsificati durante il Medioevo, creando eventi datati centinaia di anni prima, entrando poi nella cronologia storica ufficiale.

Questo implicava che chiunque abbia prodotto le falsificazioni, aveva voluto molto abilmente anticipare il futuro, oppure introdurre qualche discrepanza nelle date.

Tanto è bastato per suscitare la curiosità di Heribert Illig (nella foto), diventato uno dei principali sostenitori della teoria. Illig si è chiesto perchè qualcuno avrebbe dovuto falsificare documenti centinaia di anni prima che potessero diventare utili. Così, lui, insieme al suo gruppo, ha esaminato altri falsi dei secoli precedenti.

La ricerca li ha portati a indagare sull’origine del calendario gregoriano, introdotto da papa Gregorio XIII nel 1582 e che ancora oggi utilizziamo. Il calendario gregoriano fu progettato per sostituire il calendario giuliano (45 a.C.), per correggere una differenza di dieci giorni causata dal fatto che l’anno Giuliano è 10,8 minuti più lungo.

Ma, secondo i calcoli matematici di Illig, l’accumulo dei dieci giorni si sarebbe realizzato solo dopo 1257 anni e non dopo 16° secoli. Sulla base di questi calcoli, il ricercatore suggerisce che il calendario sia stato riavviato, introducendo 297 anni di storia mai avvenuti, o riformulati cronologicamente. La conclusione più sconcertante di Illig è che la dinastia carolingia non sia mai esistita e che Carlo Magno sia un personaggio di fantasia!

Per sostenere ulteriormente la sua ipotesi, Illig sottolinea la scarsità di prove archeologiche attendibili databili al periodo tra il 614 e il 911 d.C., l’eccessiva dipendenza degli storici medievali dalle fonti scritte e la presenza di architettura romanica nell’Europa occidentale del X secolo.

Tuttavia, la comunità scientifica ha proposto diversi metodi di datazione che sembrerebbero contraddire l’ipotesi di Illig. Innanzitutto, le osservazioni astronomiche antiche concordano nelle datazioni, come gli avvistamenti della cometa di Halley.

Inoltre, per quanto riguarda la riforma gregoriana, l’intento non era quello di portare il calendario in linea con quello giuliano, come era stato concepito nel 45 a.C., ma come era nel 325 d.C., anno del Concilio di Nicea, nel quale era stato stabilito il criterio per la data della Domenica di Pasqua, fissando l’equinozio di primavera al 20 marzo del calendario giuliano.

Nel 1582, l’equinozio di primavera cadeva il 10 marzo del calendario giuliano, ma la Pasqua era ancora calcolata sull’equinozio nominale del 20 marzo. C’era, dunque, una discrepanza tra le osservazioni astronomiche e la data nominale del calendario giuliano. I “tre secoli mancanti” di Illig corrispondono quindi ai 369 anni tra l’istituzione del calendario giuliano nel 45 a.C. e la fissazione della Pasqua nel Concilio di Nicea del 325 d.C.

La nuova cronologia

Nonostante la difesa della cronologia ufficiale da parte della comunità scientifica, un altro ricercatore ha proposto una teoria simile in maniera indipendente. Anatolij Timofeevi? Fomenko, matematico, fisico e scienziato russo, professore all’Università statale di Mosca. Come matematico si occupa di topologia, è membro dell’Accademia Russa delle Scienze ed è autore di 180 pubblicazioni scientifiche, 26 monografie e libri di testo.

È noto per essere autore della teoria conosciuta come Nuova Cronologia, secondo la quale tutti gli avvenimenti storici della storia del mondo sarebbero avvenuti in tempi diversi da quelli comunemente riconosciuti.

La teoria di Anatolij Fomenko vuole che la cronologia tradizionale consista in realtà di quattro copie della “vera” cronologia (ciò che è veramente accaduto) che si sovrappongono, spostate indietro nel tempo di intervalli significativi (da 300 a 2000 anni), con alcune revisioni.

Tutti gli eventi e i personaggi convenzionalmente datati prima dell’XI secolo sono o fittizi, o più comunemente rappresentanti “immagini riflesse fantasma” di eventi e personaggi medievali, trasportati da errori intenzionali o errate datazioni accidentali di documenti storici.

La nuova cronologia è radicalmente più corta della cronologia convenzionale, perché tutta la storia dell’Antico Egitto, quella della Grecia antica e la storia romana vengono comprese nel Medioevo, e l’Alto medioevo viene eliminato. Secondo Fomenko, la storia dell’umanità risale solo fino all’anno 800, visto che non avremmo a suo dire quasi informazioni sugli eventi fra l’800 ed il 1000, e la maggior parte degli eventi storici che conosciamo sarebbero avvenuti tra il 1000 ed il 1500.

Dunque, i nostri antenati erano tutti dei gran bugiardi? Oppure l’Ipotesi del Tempo Fantasma è solo il parto di menti pseudoscientifiche particolarmente fervide? È possibile che la figura di Carlo Magno, ricca di aneddoti leggendari, sia simile a quella che ci ha tramandato la figura di Re Artù?

Esistono migliaia di falsi riconosciuti prodotti nel Medioevo: testamenti, testi di storia, cronache, ecc… Come riconoscere i documenti veritieri da quelli fittizi? Inoltre, l’alfabetizzazione non era molto diffusa. Dato che la maggior parte delle persone non era in grado di leggere o scrivere, come potevano verificare i fatti registrati nei documenti ufficiali. E visto che non vi erano organi di informazione real-time, di quali eventi storici la popolazione medievale era realmente al corrente?

In realtà, come rivela un articolo della BBC, le confutazioni sull’Ipotesi del Tempo Fantasma non sono molto approfondite, essendo nella maggior parte dei casi commenti sprezzanti e indignati. È difficile, infatti, trovare testi accessibile che spigano in dettaglio perché è improbabile che tale teoria possa essere verosimile.

Ad ogni modo, staremo a vedere se gli studiosi tenteranno di revisionare l’intera cronologia che abbiamo studiato sui banchi di scuola, oppure continueranno a difenderla strenuamente “a prescindere”! L’unica riflessione che sembra suggerire questa teoria è che anche la cultura, se ci fosse ancora bisogno di conferme, può diventare uno strumento di controllo e di potere.

Da: Il Navigatore Curioso

Idee Libre

20 Ago

Italexit: ultimo salvagente possibile per gli italiani

Pubblicato da Nino Caliendo

Mark Friedrich

«All’Italia conviene tornare alla lira». Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista a “Sputnik Deutschland”. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma «tutti i paesi del Sud Europa starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai quell’inizio di crescita che permetterebbe loro di rimettersi». Marc Friedrich è co-autore di un saggio “Der groesste Raubzug der Geschichte”, che è stato un best seller nel 2012. «Già allora dimostravamo che l’euro non funziona. Adesso vedo che, per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù». Cita «Alberto Bagnai dell’università di Pescara». Ha ragione, Bagnai. «In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque, qualunque sia il capitale politico investito in esso, questo professore di economia ha sottolineato la necessità di una uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile: la causa più probabile – ha scritto Bagnai – sarà il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà con sé il sistema tedesco. E’ nell’interesse di ogni potere politico, certo dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli Usa, gestire questo evento invece di attenderlo passivamente».

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario. Che le paralizza. Pochi sanno che, nell’Eurozona, i prestiti “andati a male” in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di prestiti inesigibili; ma la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania ne cova 68, di miliardi; l’Olanda 45, il Portogallo 41. Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone di Berlino. Il rischio è passato inosservato, spiega l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti “andati a male” con i bilanci delle grandi banche francesi, il triplo del Pil nazionale (che ammonta a 2.450 miliardi di dollari). Errore, perché in caso di crisi le cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; «Quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri».

I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti “marciti”; Herlin prevede dunque l’uso di “bad bank”  riempite con il denaro dei contribuenti. «Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria (aumento dei fallimenti, un qualunque shock finanziario) il governo sarà forzato a intervenire». Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi dei virtuosi tedeschi ad una “bad bank” pan-europea da mille miliardi. Eppure, continua Friedrich, «se l’Italia deve restare nella Ue, allora l’economia più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud». Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane “compra” di titoli di debito che sta facendo la Bce al ritmo di 60 miliardi di euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.

«Per farlo, i vertici hanno rotto tutte le regole, a cominciare dalle loro. Ma collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro». Si potrà  contare sulla Merkel come la politica che responsabilmente smonterà la moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: «Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino». Ma come? Per quanto erratico e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa di slealtà e di manipolazione della moneta.

Maurizio Blondet, estratto dal post “Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?”, pubblicato sul blog di Blondet il 26 luglio 2017

Da: Idee Libre

6 Ago

Cercasi Comunista disperatamente!

Pubblicato da Nino Caliendo

Karl Marx

Ogni tanto nasce un partito con la dicitura “comunista”, che in realtà verso il comunismo non mantiene più nemmeno un appena offuscato richiamo ideologico.

Oggi, i “comunisti” imperversano sul web. Scrivono, scrivono e fioccano (per loro) i “Mi piace” degli altri “comunisti” da salotto, che ce l’hanno con questo o con quello, che auspicano la rivoluzione popolare (ormai i termini “proletariato”, “lotta”, “piazza” sono in disuso, in quanto desueti e obsoleti) da fare, ovviamente, in pantofole dal proprio salotto, armati fino ai denti di smartphone o tablet, con una mitragliata di post su Facebook e migliaia di “Mi piace” in risposta di altri “comunisti”. Forza, forza. Colpito e affondato. Affondato dove, non si sa. Renzi c’è ancora. La Boschi, anche. Etc etc.

Senza i Comunisti, la società è alla deriva. Gli interessi dei grandi poteri concedono e favoriscono la nascita di micropoteri nei ghetti delle province radunati nei minuscoli ghetti massoculturali che rendono molto pericolosi e dannosi a livello locale gli associati. Immaginate il giudice che gestisce la vostra causa e l’avvocato vostro antagonista che fanno parte della stessa fogna. Come diceva Peppino De Filippo in un famoso film con Totò: “Ho detto tutto!”

Da qui, il bisogno di trovare un Comunista che possa chiarire le idee ai “comunisti” e, soprattutto, possa risvegliarli dallo loro pigrizia salottiera fatta solo di parole.

Le basi su cui poggia il Comunismo sono anzitutto materiali.

Una società civilmente sviluppata deve poter garantire il sostentamento e l’evoluzione di tutta l’umanità. Difatti, un’organizzazione sociale comunista sarebbe nell’interesse di tutti, borghesia inclusa.

Solo che la borghesia oggi non vuole vederlo. E che cosa fa? S’impadronisce delle risorse attraverso il liberismo e sottrae i frutti della produzione ai lavoratori.

La borghesia detiene la proprietà dei mezzi di produzione. Lascia ai “proletari” (perché, ficchiamocelo bene in mente, quelli che lavorano o sono in pensione, al di là delle pompose qualifiche di prof, manager, quadro, dirigente, chief executive, etc, sono soltanto dei semplici salariati, cioè dei proletari) il salario: ovvero, una minima parte di quanto da loro prodotto, esercitando in pratica una dittatura, non immediatamente visibile a occhio nudo. Per poterla vedere, bisogna trovarsi in particolari circostanze. Ad esempio, quando c’è crisi, osservate come la borghesia conduce la sua lotta di classe, eliminando – anche con la forza dei manganelli, se necessario – le conquiste dei lavoratori: dai diritti più ordinari a quelli straordinari, come il rischio sul lavoro.

La borghesia crea le crisi a tavolino!

Crisi che verranno pagate dai lavoratori. Tasse più alte, tagli dei servizi, licenziamenti, ristrutturazioni in genere.

Al tempo stesso, dice loro: “Comprate!”

Così avviene che, mentre da una parte il mercato si riempie di merci, dall’altra le persone non sono in grado di assorbirle. E il mercato diventa saturo.

Si alzano, di conseguenza, le barriere protezionistiche. Si forgiano nuove e vecchie ideologie che manderanno quegli stessi lavoratori in guerra, al massacro per distruggere la concorrenza.

A guerra conclusa, le borghesie che hanno vinto si spartiscono il bottino.

E si ricomincia!

Essere Comunista vuol dire mettere fine a questo dramma, fare evolvere l’umanità.

E non c’entra nulla nemmeno essere contro Berlusconi (ovvero la c.d. “Destra”). Grosso sbaglio pensare che un Comunista ce l’abbia con Berlusconi o con Tizio o con Caio. E’ una questione che va ben oltre la dimensione delle persone: Berlusconi è stato (oggi lo è molto meno), politicamente, un rappresentante della borghesia. Uno tra i tanti. Perciò non è questo il punto: chiedere le dimissioni di un singolo politico non è affatto nella logica di un Comunista. Un Comunista lotta per cambiare non l’uomo, ma il sistema.

In parole povere, dirsi comunisti, sul web o altrove, non vuol dire a priori esserlo veramente.

Nella maggior parte dei casi, accade proprio il contrario. Né nella Storia troviamo buoni esempi.

Da documenti venuti fuori dagli archivi storici di Mosca, ultimamente, si è appreso che, prima della seconda guerra mondiale, Stalin ed Hitler trattavano per spartirsi il mondo. Il giorno dopo, sono diventati nemici: Stalin si era alleato con gli angloamericani.

Appreso ciò, diventa assurdo leggere, alla fine della guerra, i verbali dei vincitori. Si dividevano, come in ogni guerra, nazioni, popoli, aree secondo percentuali concordate, come qualsiasi altra merce.

Oggi, è assurdo sentirsi dire: “Comunismo = Russia”, oppure in versione opposta: “W Stalin che distrusse la belva nazista”.

Pochissimi si prendono l’onere di studiare, informarsi, analizzare. I più amano solo parlare, ripetere quello che sentono dire.

Oggi più che mai c’è bisogno di organizzare un’opposizione e una tutela alle fasce deboli della popolazione contro un potere costituito sempre più difficile da individuare, ma sempre più forte. I comunisti, nel secolo scorso, ci riuscirono con risultati alterni, individuando la lotta di classe e la presa del potere come le chiavi della battaglia politica.

E’ vero, oggi non può essere così perché il potere politico è completamente soggiogato dal potere economico privato e perché di “cosa pubblica” da gestire e redistribuire, ormai, non è rimasto quasi niente. Tutto è stato svenduto, dall’acqua all’energia al patrimonio immobiliare. Le banche e le multinazionali sono i veri governi che decidono le nostre sorti. Chi va al potere deve solo intraprendere percorsi già segnati e far rispettare regole già prestabilite dai cosiddetti poteri forti (economici, finanziari e religiosi).

La svolta di Bertinotti che abbandonava il vecchio conflitto di classe verso il fantomatico “socialismo della persona” stava proprio in quest’ottica: rassicurare i poteri forti, garantire proteste pacifiche, colorate, ma inefficaci e legalitarie.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Essere comunisti oggi è complicato e, adesso che i partiti che si definiscono tali abbandonano tutta una serie di riferimenti culturali e di prassi consolidate e vincenti, sembra ancora più difficile.

Questo non vuole essere un grido nostalgico, un appiglio a modelli passati. Le società cambiano travolte da nuovi processi produttivi, plasmate da nuove tecnologie, condizionate dal mondo delle telecomunicazioni.

Essere comunisti oggi significa intraprendere la strada dell’organizzazione popolare dal basso e della conflittualità sociale per riappropriarsi di quei diritti erosi negli ultimi 25 anni.

Essere comunisti oggi significa occupare e requisire i palazzi della grande speculazione finanziaria e restituirli a chi ne ha bisogno, organizzare le lotte contro la precarietà sul lavoro, legandole ai meccanismi che rendono precaria la vita (costo della casa, intermittenza del reddito, durata del permesso di soggiorno, carovita), creare reti di solidarietà politica e sociale verso tutti quei soggetti che il sistema liberista tende ad escludere (nuovi poveri, giovani precari, migranti), difendere le conquiste keinesiane dei movimenti operai e studenteschi (statuto dei lavoratori, potere d’acquisto, pensioni, scala mobile) e dei movimenti degli anni ’60 e ’70 (legge sull’aborto e sul divorzio, equo canone).

Essere comunisti oggi significa credere che libertà significhi prima di tutto libertà dal bisogno e che democrazia significhi distribuzione delle risorse e dei saperi, al contrario di tutti quei pensieri che considerano libertà la facoltà di comprare, licenziare, inquinare, mandare i figli alle scuole private, senza rendere conto a nessuno della mancata democrazia nell’esercizio del voto e della delega, concedendolo solo una volta ogni tanto, con la speranza che poi l’elettore torni sul proprio divano a guardare qualche reality.

Il “socialismo della persona” può attendere in una società in cui i bisogni primari sono un lusso in mano ai privati e non una garanzia collettiva e dove le risorse sono ormai patrimonio di grandi aziende e finanziarie multinazionali straniere, calcolatrici solo di profitto.

Negli anni ’70 e ’80, in Italia abbiamo vissuto una specie d’inizio di socialismo “solidale” con le “Partecipazioni Statali”. Lo Stato rilevava le aziende in crisi, salvando migliaia di posti di lavoro. Le risanava e partecipava agli utili (perché gli utili c’erano, ed anche congrui). Per citare solo qualche azienda, salvata all’epoca dalle Partecipazioni Statali: Pavesi, De Rica, Bertolli, Bellentani, Motta, Alemagna, Pai… E poi, Buitoni e Perugina…

Sciolte le Partecipazioni Statali, in una politica liberista incalzante e voluta dai poteri che comandano il mondo, quelle aziende vennero svendute per pochi irrisori spiccioli, finendo per la maggior parte nelle mani di multinazionali straniere. E, con loro, addio anche a migliaia di posti di lavoro e a soldi per le casse integrazioni pagate dallo Stato per somme di gran lunga superiori a quanto incassato.

Detto ciò… Cercasi Comunista disperatamente!