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13 Apr

Una chiacchierata con Laura Efrikian…

Pubblicato da Nino Caliendo

Ho chiacchierato con Laura Efrikian una mattina a Napoli, in quel del quartiere Chiaia, in occasione della presentazione, nel pomeriggio dello stesso giorno (11 aprile 2017), del suo ultimo libro, “Incontri”.

Sono rimasto colpito dalla sua spontaneità, ricca di dolcezza e affabilità, che la rendono una donna interessante, simpatica e spiritosa, oltre che una bella Signora (la “S” maiuscola non è un errore di battitura, ma una constatazione di doverosa verità).

Laura Efrikian, prima con i grandi “teleromanzi” Rai (così si chiamavano: oggi si direbbe fiction), poi con i cosiddetti film “musicarelli”, è l’attrice che, come mai nessun’altra è stata capace, ha fatto sognare almeno due generazioni d’italiani (uomini e anche donne, senza creare alcuna gelosia). Chi non ricorda teleromanzi come Rossella, David Copperfield, La cittadella o film come Una lacrima sul viso, Non son degno di te, In ginocchio da te, Se non avessi più te, Chimera. La sua carriera d’attrice vanta oltre venti film e una decina di lavori televisivi, in più numerosi lavori teatrali, con ruoli di protagonista o coprotagonista. 

Il suo ruolo d’attrice è attivo ancora oggi, tanto per citare qualche titolo attuale come “La masseria delle allodole” di Paolo e Vittorio Taviani o “Cose dell’altro mondo” per la regia di Francesco Patierno da un soggetto di Carlo ed Enrico Vanzina. E vi sembra poco?

Quando Laura mi sente citare il film dei Taviani, “La masseria delle allodole”, mi accorgo che le ridono gli occhi, ne intravedo un segno di compiacimento.

Il film è tratto dal libro scritto da Antonia Arslan e parla in larga parte del genocidio armeno. Ci propone la storia, molto toccante, di un gruppo di armeni che vissero in Anatolia (attuale Turchia) vittime dei rastrellamenti organizzati dal governo turco. Laura è molto sensibile all’argomento “Armenia”, la sua famiglia è di origini armene e dovette rifugiarsi in Italia quando iniziarono le persecuzioni che culminarono in un vero e proprio genocidio, il primo dei molti altri che seguirono nel XX secolo, con 1.500.000 vittime (la stima è calcolata per difetto) ad opera dei turchi, che a tutt’oggi ne negano le responsabilità.

Laura Efrikian con Nino Caliendo

Con la spontaneità che la contraddistingue, Laura mi racconta un aneddoto divertente sulla sua partecipazione al film. Mi dice che venne per caso a conoscenza del progetto dei Taviani di girare “La masseria delle allodole”, ma nessuno l’aveva contattata. Allora si propose personalmente facendo notare che, per un film che tratta degli armeni e della loro persecuzione avvenuta nei primi anni del novecento, nessuno aveva pensato di chiamare lei, unica attrice italiana di origine armena. E così il ruolo fu suo.

Laura Efrikian è anche autrice di tre libri di successo: “Come l’olmo e l’edera”, “La vita non ha età” e “Incontri” (che verrà presentato nel pomeriggio dello stesso giorno di questa amichevole chiacchierata).

“Come l’olmo e l’edera” (il titolo proviene proprio da un piccolo medaglione appartenuto all’amata nonna: su questo gioiello era incisa la frase “…come l’olmo e l’edera”) è un excursus  della storia della famiglia di Laura Efrikian.

1964 Foto di scena - Rossella con Laura Efrikian

“La vita non ha età”, invece, nasce dal ritrovamento da parte di Laura, in una cassapanca, di 66 lettere d’amore che si erano scambiati sua nonna con suo nonno e della loro bellissima storia d’amore.

“Mio nonno era un armeno ed era riuscito a sfuggire al massacro da parte dei turchi, trovando riparo a Venezia. Successivamente, in Italia, divenne prete e scrisse una storia dell’Armenia, che venne illustrata dal mio bisnonno, padre di mia nonna Laura. Rimasta orfana, mia nonna desiderava riavere le tavole dipinte dal padre per il libro e incontrò così questo prete armeno (che, poi, una volta spretato, divenne suo marito, cioè mio nonno). L’incontro fu folgorante. S’innamorarono e si scambiarono queste lettere. Nella mia famiglia ci sono state donne

L'Africa

coraggiose. Mia nonna sposò un prete che si era spretato, mia mamma ha sposato mio padre che faceva il musicista e ha seguito gli ideali del marito fino alla fine. Io, a mia volta ho avuto una grande storia d’amore anche un po’ anomala, perché provenivo da una famiglia dove mio padre era scopritore di Vivaldi e quando ho sposato un cantante di musica leggera, è stato un po’ uno scandalo. Mia nonna e mia madre sono state le guide della mia vita. Nel libro, volevo raccontare la storia della mia famiglia partendo dalle origini”.

“Incontri”, invece, il suo ultimo libro, è l’excursus, appunto, degli incontri significativi della sua vita, da leggere tutto di un fiato.

Nella chiacchierata, oltre ovviamente dei libri, abbiamo affrontati i temi a Laura molto cari, dalla storia del genocidio degli armeni alla sua passione di dipingere, ereditata dal bisnonno materno, all’Africa, dove lei dedica parte della sua vita nell’opera umanitaria.

Come mia consuetudine, avevo registrata l’intera chiacchierata da cui ricavare, poi, come faccio

Il libro "Incontri" di Laura Efrikian

sempre, il “pezzo”, ma il materiale è talmente corposo e interessante che mi doleva sacrificarne immancabilmente una parte dopo averlo “sbobinato”. Cosa che accade fisiologicamente nella trascrizione da audio in testo.

Notando che avevo raccolto, nel tempo, anche una certa quantità di materiale fotografico su Laura Efrikian e constatando che la registrazione era di buona qualità, mi venne l’idea di ricavarne un gustoso filmato.

Il mio progetto è stato brillantemente realizzato dal regista di cinema e televisione Salvio Porzio, il cui risultato finale ve lo propongo qui allegato.

Vale la pena di sentire il racconto di Laura Efrikian dalla sua viva voce, con i suoi toni, la sua sensibilità, le sue sensazioni, la sua semplicità e incisività. E gustatevi anche le foto, non mancando di acquistare il suo ultimo libro, “Incontri”.

Articolo di Nino Caliendo

Realizzazione video di Salvio Porzio

9 Apr

Prove di dittatura per un nuovo governo Bilderberg

Pubblicato da Nino Caliendo

Per imporre in Italia un governo compiacente alla linea che molti oggi chiamerebbero “Linea Bilderberg”, o “Linea Monti-Merkel-Goldman Sachs”, nonostante l’esito elettorale dell’ultimo voto politico, potrebbe essere a breve orchestrata una crisi bancaria italiana che terrorizzi la popolazione e crei il consenso per un governo di quel tipo in cambio di soccorsi monetari di BCE, Fed e altri. I recenti spostamenti di capitali dello Ior da banche italiane a banche tedesche (compresa parte del nostro 8 per mille) corrobora questa congettura, assieme alla nomina di un tedesco alla presidenza dello Ior.

Il voto politico del 25 febbraio esprime disinganno e rifiuto della maggioranza degli italiani verso la dittatura dei mercati, l’egemonia della Germania, il modello economico mercatista e neoliberista snaturato in Europa col socialismo tributario dei c.d. Illuminati, le ricette rigoriste e fiscaliste di tecnici e accademici balordi o traditori, la falsa solidarietà dei paesi euroforti, l’ideale europeista usato per coprire determinati interessi delegittimando le posizioni critiche. Sgamati. Tutti sono d’accordo che occorra riformare – ma in quale direzione? Quella di Monti, Rehn, Barroso, Merkel, Draghi, oppure una opposta, col recupero della sovranità monetaria alla Nazione e la sottrazione del debito pubblico alle manovre di mercati pilotati e ricattatori, e massicci investimenti pubblici infrastrutturali, e separazione tra banche di credito e risparmio e banche di azzardo finanziario?

Adesso pare impossibile formare un governo stabile, che dovrebbe comprendere il PD, quale detentore della maggioranza assoluta dei seggi della Camera per effetto del premio di maggioranza. Ma proprio il PD e Monti sono stati e restano paladini di quella politica che, come dicevo, la maggioranza degli italiani ha respinto, e sempre più respingerà via via che la depressione peggiorerà, palesando la sua strutturale falsità, delegittimando i suoi fautori e mettendo a rischio il rispetto del pareggio nominale di bilancio imposto, sotto severe pene, dal fiscal compact.

Stranamente e significativamente, in questa cruciale situazione, subito dopo il voto, Napolitano, anziché consultarsi coi leaders nazionali, vola in visita di Stato presso la potenza egemone. Non è che si pensi, colassù, a nominare un novello pseudo-tecnico, del tipo di Monti, come premier, in funzione di far continuare, sotto il pretesto dell’emergenza e del volere dei mercati, le riforme distruttive che trasferiscono capitali, imprese e cervelli dall’Italia a Germania, Svizzera e altri? E che si stia concordando coi tedeschi un sostegno finanziario germanico di breve termine per questo nuovo asso della delocalizzazione guidata, un sostegno che lo faccia apparire agli italiani come valido, stimato in Europa, apportatore di liquidità, una boccata di ossigeno per il Paese stremato?

Questo asso potrebbe essere Prodi o Amato, i quali con le loro leggi e riforme e privatizzazioni già tanto hanno fatto in quel senso, spezzando la schiena all’economia di questo Paese. O qualcuno della Banca d’Italia, che si è distinto nel non vedere lo svuotamento patrimoniale di MPS o nel legittimare davanti ai giudici penali il superamento della soglia di usura, mediante compiacenti circolari in conflitto di interesse e che esse stesse costituiscono concorso in quel medesimo delitto.

Quel che mi aspetto è che, se non ci mobilitiamo con la denuncia e l’informazione preventive, e se non viene formato un governo compiacente e continuatore della linea Monti, parta un’azione di destabilizzazione del sistema bancario italiano, anche mediante un rialzo artefatto dello spread finalizzato a deprezzare i titoli pubblici italiani detenuti dalle banche italiane, in quanto queste detengono i detti titoli come importante componente del loro attivo patrimoniale, e in caso di rialzo dei rendimenti con conseguente calo del valore di mercato dovrebbero ridurre la loro valorizzazione in bilancio, con tutte le conseguenze di ciò (conseguenze che colpiscono, in prima battuta, le imprese e lo Stato, non il cittadino). Lo spread lo possono far salire a piacimento mediante lo shorting, il rating, le esternazioni. Poi, quando si sarà alzato a livelli di allarme, potrebbero imporre alle banche italiane di fare accantonamenti a copertura di possibili perdite sui titoli pubblici, così da comprimere il capitale netto delle banche. Allora saremmo davvero in croce.

La predetta manovra di destabilizzazione creerebbe panico, blocco di pagamenti, allarme per i depositi, carenza di contanti, limitazione della prelevabilità. Allora il Quirinale manderebbe avanti il nuovo Salvatore a cui il voto e la fiducia e l’obbedienza sono dovuti di necessità, perché “non c’è alternativa”. Egli imporrà sacrifici durissimi, innanzitutto in termini di rinuncia alla democrazia e alla sovranità, e in cambio apporterà un misericordioso aiuto dei fratelli europei. Potrebbe anche essere che Berlusconi e Bersani mandino avanti Alfano e Renzi per fare un inciucio e verniciare di giovinezza il vecchio, vuoi sostenendo il premier pseudo-tecnico, vuoi facendo un governissimo o un governo PD di scopo con appoggio esterno di PDL, Monti e, all’occorrenza, Grillo. In ogni caso, sarebbe un governo che continuerebbe il suddetto processo di trasferimento di cervelli, capitali e imprese nel quadro della politica merkeliana e in spregio al voto della maggioranza degli italiani. Un governo che non farebbe ciò che è necessario:

- fare il consuntivo degli effetti di 11 anni di Euro sull’Italia e sui partners (chi ha perso e chi ha guadagnato);

- contestare l’inadempimento delle misure di convergenza prescritte dal Trattato di Maastricht; -valutare se convenga restare nell’Eurosistema e nel mercato unico, a quali condizioni e con quali riforme del sistema monetario e finanziario;

- richiedere quelle riforme ai partners, e tornare alla Lira in caso di mancata attuazione di esse, con tutte le mosse tecniche e politiche del caso, per minimizzare i danni e sfruttare i benefici.

Che ci sia da prevedere una crisi bancaria in Italia, anche senza attacchi mirati del capitalismo finanziario dominante, è facile da capire, perché i bilanci delle banche scricchioleranno sempre di più per la crisi economica dell’Italia, in continua recessione, quindi in difficoltà a rispettare il pareggio nominale di bilancio. La strada per uscirne è quella greco – islandese: cancellare il 50% del debito pubblico, ridisegnando la struttura e la distribuzione della ricchezza del paese. Le banche in perdita (a causa dell’annullamento di attività incerte) dovranno essere nazionalizzate ad interim. I colpevoli e beneficiari processati, banche comprese, e i loro beni sequestrati a garanzia dei risarcimenti. Ciò anche per dare un segnale di legalità e un motivo di fiducia.

Questo per l’emergenza. Ma a breve dovranno seguire i rimedi strutturali che ho descritto nei miei ultimi saggi Cimit€uro e Traditori al Governo, di cui il più importante e imprescindibile è l’adeguamento degli attuali IAS (principi contabili internazionali) in materia monetaria e bancaria al tipo di moneta che si usa oggi (moneta a circolazione forzosa, non convertibile, e perlopiù costituita da credito). Senza tale adeguamento alla realtà monetaria odierna, il fondo del secchio resterà sempre bucato, e il sistema instabile e destinato a scompensarsi qualsiasi altra misura si adotti.

Il bilderberghismo (con le sue sottomarche locali come il montismo in Italia e con le sue sullodate ricette e interpretazioni dell’economia) mi sembra essere un tentativo di adattare la società umana alle condizioni ottimali per il capitalismo speculativo dominante, anche politicamente dominante. Se questo tentativo fallisce, se i popoli rigettano diffusamente il bilderberghismo sentendo sulla propria pelle che quelle condizioni sono poco compatibili con le esigenze esistenziali degli uomini, allora il capitalismo dominante prenderà altre decisioni sul da farsi coi popoli – decisioni, credo, nel senso anticipato nel mio recente saggio Oligarchia per popoli superflui.

  Marco Della Luna

Fonte: Blog di Marco Della Luna

24 Ago

La vera storia dell’Inno di Mameli

Pubblicato da Nino Caliendo

Tra gli italiani, riguardo all’Inno di Mameli, c’è sempre stata una grande confusione, talvolta avvolgendola nella leggenda, che nessuno ha mai saputo dipanare.

Ancora più confusione la sta creando la Lega Nord, i cui esponenti, forse, non sanno nemmeno di cosa parlano.

Và sottolineato che “Fratelli d’Italia” non fu scritto in fretta e furia, come molti dicono, nel 1860 per dare un Inno nazionale all’Italia unita, in quanto, sino al 1946, l’Inno italiano è stata la “Marcia Reale” e l’Inno di Mameli riposto nel dimenticatoio. Inoltre, Mameli morì, appena ventiduenne, nel 1849, ben prima dell’unità d’Italia.

Né l’Inno di Mameli è attualmente l’Inno ufficiale d’Italia, né lo è mai stato, poiché, nel 1946, fu decretato il suo utilizzo provvisorio, in attesa di sostituirlo con un’opera definitiva.

Neppure la Lega Nord, con le sue polemiche sull’Inno, è originale: la Lega Lombarda (poi divenuta Lega Nord) fu fondata nel 1982 e, ben prima di tale anno, Enzo Tortora, in una trasmissione titolata “Portobello”, sollecitato da un giornalista suo ospite, lanciò un sondaggio telefonico sulle preferenze degli italiani in riferimento all’Inno nazionale tra Fratelli d’Italia e Va’ pensiero, aria del Nabucco di Giuseppe Verdi.

Arrivarono oltre 15.000 telefonate di “votanti” e vinse Va’ pensiero.

La vera storia dell’Inno di Mameli

Nell’autunno del 1847, Goffredo Mameli (come già detto, morto a 22 anni nel 1849), forse a seguito di espressa richiesta di Giuseppe Mazzini, scrisse il testo de “Il Canto degli Italiani” (titolo originale di Fratelli d’Italia).

La richiesta rivolta a Mameli fu, probabilmente, quella di creare un Inno con la forza popolare della Marsigliese, ma con chiari richiami alla Massoneria e all’idea repubblicana, oltre che all’Italia unita. Da qui, il “figli della patria” francesi diventano i “fratelli d’Italia”.

Dopo aver scartato l’idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre lo inviò al maestro Michele Novaro, che scrisse di getto la musica, cosicché l’inno poté debuttare il 10 dicembre, quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto a Oregina fu presentato, ai cittadini genovesi e a vari patrioti italiani, in occasione del centenario della cacciata degli austriaci suonato dalla Filarmonica Sestrese C. Corradi G. Secondo, allora banda municipale di Sestri Ponente “Casimiro Corradi”.

Era un momento di grande eccitazione: mancavano pochi mesi al celebre 1848, che era già nell’aria. Era stata abolita una legge che vietava assembramenti di più di dieci persone, così ben in 30.000 ascoltarono l’Inno e l’impararono.

Nel frattempo, Nino Bixio, sulle montagne, organizzava i falò della notte dell’Appennino.

Dopo pochi giorni, tutti conoscevano l’Inno, che veniva cantato senza sosta in ogni manifestazione (più o meno pacifica).

Durante le Cinque giornate di Milano, gli insorti lo intonavano a squarciagola: Il canto degli italiani era già diventato un simbolo del Risorgimento.

Gli inni patriottici come l’Inno di Mameli (sicuramente, fra tutti, il più importante) furono un grandioso strumento di propaganda degli ideali del Risorgimento e di incitamento all’insurrezione, che contribuì significativamente alla svolta storica che portò all’emanazione dello Statuto Albertino ed all’impegno del Re nel rischioso progetto di riunificazione nazionale.

Proprio perché il loro principale scopo era questo, in questi inni assumevano un’importanza prevalente i testi rispetto alla musica, che fondamentalmente doveva solo essere orecchiabile per favorirne la memorizzazione e, quindi, la diffusione delle parole. Per tali ragioni molti di questi inni sono solo delle semplici “marcette” (come “Fratelli d’Italia”), per cui il valore artistico e la qualità musicale diventano elementi secondari.

Quando l’Inno si diffuse, le autorità cercarono di vietarlo, considerandolo eversivo per via dell’ispirazione repubblicana e anti-monarchica del suo autore.

Visto il totale fallimento, tentarono di censurare almeno l’ultima parte, estremamente dura con gli Austriaci, al tempo ancora formalmente alleati: ma neppure in questo si ebbe successo.

Dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, persino le bande militari lo suonarono senza posa, tanto che il Re fu costretto a ritirare ogni censura del testo, così come abrogò l’articolo dello Statuto Albertino secondo cui l’unica bandiera del regno doveva essere la coccarda azzurra, rinunciando agli inutili tentativi di reprimere l’uso del tricolore verde, bianco e rosso (sino ad allora, bandiera della Cispadania), anch’esso impostosi come simbolo patriottico dopo essere stato adottato clandestinamente, nel 1831, come simbolo della Giovine Italia di Mazzini.

In seguito, fu proprio intonando l’Inno di Mameli che Garibaldi, con i “Mille”, intraprese la conquista dell’Italia meridionale e la riunificazione nazionale.

Mameli era già morto da parecchio tempo, ma le parole del suo Inno, che invocava un’Italia unita, erano più vive che mai.

Anche l’ultima tappa di questo processo, la presa di Roma del 1870, fu accompagnata da cori che lo cantavano accompagnati dagli ottoni dei bersaglieri.

Anche più tardi, per tutta la fine dell’Ottocento e oltre, Fratelli d’Italia rimase molto popolare come in occasione della guerra libica del 1911/1912, che lo vide ancora una volta il più importante rappresentante di una nutrita serie di canti patriottici vecchi e nuovi.

Lo stesso accadde durante la prima guerra mondiale: l’irredentismo che la caratterizzava, l’obiettivo di completare la riunificazione, trovò facilmente ancora una volta un simbolo nel Canto degli italiani.

Prime incisioni

Una delle prime registrazioni del Canto degli italiani fu quella che fece, il 9 giugno 1915, il cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono.

L’etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.

Una seconda antica incisione, pervenuta ad oggi, è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master’s Voice (La Voce del Padrone), il 23 gennaio 1918.

Fratelli d’Italia e il fascismo

Dopo la Marcia su Roma, assunsero grande importanza, oltre all’inno ufficiale del regno, che era sempre la Marcia Reale, i canti più prettamente fascisti, che, pur non essendo degli inni ufficiali, erano diffusi e pubblicizzati molto capillarmente.

I canti risorgimentali furono comunque incoraggiati, tranne quelli “sovversivi” di stampo anarchico o socialista, come l’Inno dei lavoratori o l’Internazionale, oltre a quelli di popoli stranieri non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese.

Anche gli altri canti furono rinvigoriti, e a esempio La canzone del Piave veniva cantato nell’anniversario della vittoria, il 4 novembre.

Fu istituito il Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti, con ampie competenze a livello nazionale, da cui dipendeva il Fondo Nazionale di Assistenza, ed infine nacque la Corporazione dello Spettacolo, posta sotto la giurisdizione del Ministro delle Corporazioni.

Queste erano le principali strutture che governavano la vita musicale italiana. Il fascismo giunse a governare le attività di tutte le istituzioni musicali, dalle scuole ai conservatori, ai teatri, ai festival ed ai concorsi.

La politica fascista non modificò i programmi di istruzione scolastica e professionale dei musicisti. Spesso l’Inno di Mameli viene erroneamente indicato come l’Inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana: invece, è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale. Nelle cerimonie veniva cantato l’Inno di Mameli oppure Giovinezza.

Nell’Italia repubblicana

Nella seconda guerra mondiale, indicibilmente più dura della prima, non ci fu lo spazio nemmeno per i canti che avevano invece caratterizzato la Grande Guerra, nascendo molto spesso dal basso.

Solo dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Inno di Mameli e molti altri vecchi canti, assieme a quelli nuovi dei partigiani, risuonarono per tutta Italia (anche al Nord, dove erano trasmessi dalla radio), dando coraggio agli italiani.

In questo periodo di transizione, sapendo che la monarchia sarebbe stata messa in discussione e che la Marcia Reale sarebbe stata perciò provocatoria, il Governo adottò provvisoriamente come inno nazionale La canzone del Piave.

Nel 1945, dopo la fine della guerra, a Londra, Arturo Toscanini diresse l’esecuzione dell’Inno delle Nazioni, composto da Verdi e comprendente anche l’Inno di Mameli, che vide così riconosciuta l’importanza che gli spettava.

Il Consiglio dei Ministri, il 12 ottobre 1946, acconsentì all’uso provvisorio dell’Inno di Mameli come Inno nazionale, limitandosi così a non opporsi a quanto decretato dal popolo, anche se alcuni volevano confermare La canzone del Piave e altri avrebbero preferito il Va’ pensiero (celebre aria dall’opera lirica Nabucco) di Giuseppe Verdi.

Altri ancora avrebbero voluto bandire un concorso per trovare un nuovo inno che sottolineasse la natura repubblicana della nuova Italia: ciò forse non era necessario, perché Mameli e il suo Inno erano già accoratamente repubblicani (proprio per questo, come si è precedentemente detto, all’inizio erano stati banditi dal Regno sabaudo).

La Costituzione Italiana sancì l’uso del tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l’Inno e nemmeno il simbolo della Repubblica, che, essendo fallito il primo concorso dell’ottobre 1946, fu scelto solo con il decreto legislativo del 5 maggio 1948, in seguito a un secondo concorso cui parteciparono 197 loghi di 96 artisti e specialisti, dei quali risultò vincitore Paolo Paschetto, col suo noto emblema attualmente in uso.

Per molti decenni si è dibattuto a livello politico e parlamentare circa la necessità di rendere Fratelli d’Italia l’inno ufficiale della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all’approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto, riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali.

Nel 2006 è stato discusso, nella Commissione Affari Costituzionali del Senato, un disegno di legge che prevede l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno Fratelli d’Italia.

Lo stesso anno, con la nuova legislatura, è stato presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica dell’art.12 della Costituzione Italiana con l’aggiunta del comma “L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia”.

Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare.

Le critiche

Fratelli d’Italia è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all’inizio degli anni novanta.

Le critiche si appuntano, in genere, sulla bassa qualità musicale dell’Inno, rilevandone un carattere di “marcetta” o “canzone da cortile” di poche pretese. Si obietta, tuttavia, che la funzione e gli scopi degli inni patriottici, popolari e di lotta, mal si conciliano, in genere, con un’elevata qualità artistica della melodia.

Molti concordano col dire che è vero che la melodia non è sublime e sicuramente è inferiore a quella dell’inno tedesco di Haydn e al Va’ pensiero, il candidato più frequente alla sostituzione, e che però ciò non basta a fare di quest’ultimo un’alternativa valida.

È vero che ai tempi di Verdi il dramma degli ebrei esiliati fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che non contiene nessun riferimento specifico all’Italia o alla sua storia, – è il canto di un popolo diverso, – perciò ci si chiede quanto possa essere plausibile l’idea di farne l’Inno nazionale.

I riferimenti storici e patriottici dell’inno di Mameli a taluni paiono addirittura eccessivi e il testo, in generale, eccessivamente retorico e patriottardo, ma d’altronde è normale per un inno nazionale, anzi quelli degli altri Paesi sono spesso suscettibili di interpretazioni ben più nazionalistiche: ad esempio, il predetto inno tedesco affermava (nella prima strofa, non più cantata da dopo la seconda guerra mondiale) “Germania, Germania, al di sopra di tutto / al di sopra di tutto nel mondo”, benché questa traduzione possa risultare fuorviante, in quanto l’über alles incriminato si riferisce, nelle intenzioni dell’autore, all’importanza primaria dell’obiettivo di una Germania libera e unificata piuttosto che a una supposta superiorità della nazione tedesca sulle altre.

Altri invece leggono i riferimenti a Roma come un’esaltazione e un’invocazione dell’Impero, quasi un fascismo ante litteram: interpretazione capziosa, perché, come abbiamo detto, il significato è diverso e, del resto, non si vede come si possa pensare altrimenti data la storia dell’autore, che era seguace di Mazzini e Garibaldi e si ispirò alla Marsigliese.

Una critica meno comune, ma molto sottile, mossa da Antonio Spinosa, è che Fratelli d’Italia sarebbe maschilista, poiché non accenna minimamente a imprese compiute da donne come Rosa Donato, Giuseppina Lazzaroni e Teresa Scardi, imprese però che, almeno in parte, sono successive alla morte dell’autore.

Contenuti tratti in buona parte da: http://it.wikipedia.org/

 

19 Ago

Firma on line la petizione contro il canone RAI

Pubblicato da Nino Caliendo

E’ giusto che lo Stato faccia pagare all’Utente il servizio TV (mascherato da iniqua tassa di possesso dell’apparecchio televisivo), il quale è da considerarsi servizio di pubblica utilità?

Le TV private vivono e si arricchiscono senza chiedere nulla all’Utente e, spesso, fornendo, in forma totalmente gratuita, un servizio di gran lunga superiore a quello pubblico.

La RAI, con canone e pubblicità (una valanga di soldi), non riesce a sopravvivere perché ha troppi dipendenti, chiaramente incompetenti (lo si vede dalla qualità di quanto prodotto), essendo ed essendo stati il mezzo dei politici (che devono papparci anche loro) in applicazione al voto di scambio: “Se voti per me, ti faccio assumere alla RAI con un bello stipendio di gran lunga superiore alla media”.

Provate a controllare negli uffici RAI quanta gente sta senza far niente dalla mattina alla sera.

Ma, quando c’è da ritirare l’ingente stipendio, gridano tutti: “Presente!”

Il soprannumero di gente inutile è mastodontico: perché il bistrattato cittadino (a cui a poco a poco stanno togliendo tutto, dalle pensioni all’assistenza sanitaria, dall’istruzione pubblica ai servizi sociali, trasportandolo piano piano nell’identica qualità della vita del terzo mondo) dovrebbe mantenerli?

Il cittadino deve pagare, mentre i partiti influenzano il palinsesto e i suoi contenuti, a discapito delle professionalità vere ed escludendo la rappresentanza delle minoranze.

Per sottoscrivere la petizione popolare per l’abolizione del canone RAI, basta andare sul sito della UTELIT – Associazione Nazionale Utenti Televisivi e Consumatori Italiani: www.utelit.it