27 Feb

Quando un canguro e una cangura mano nella mano corsero in Israele da Noé

Pubblicato da Nino Caliendo

CONTRADDIZIONI RELIGIOSE E NON-CULTURA NELLA SCUOLA ITALIANA

Il Cristianesimo è la credenza secondo cui un “portatore di verità cosmica”, che è per giunta anche il padre di se stesso ed è nato da una madre rimasta vergine anche dopo il parto, può farti vivere in eterno a patto che tu ti nutra simbolicamente della sua carne (comunione), che comunichi con lui esotericamente (preghiera), che lo consideri il tuo signore e padrone, cosicché lui possa rimuovere la forza malvagia presente nella tua anima dai tempi dei tempi per colpa di una donna creata, dal nulla, da una costola del suo uomo, anch’egli creato dal nulla, la quale donna colse una mela da un albero magico, tentata da una creatura molto malvagia che si celava sotto le mentite spoglie di un serpente parlante… Etc etc.

L’ilarità più incontenibile, poi, me la provoca il pensiero che un canguro e una cangura, residenti in Australia (ma era già stata scoperta l’Australia a quei tempi? Mi pare che la scoperta sia avvenuta nel ‘600, quando nel 1606 Willem Janszoon sfiorò l’attuale Capo York), si siamo presi per mano per recarsi (a piedi) in terra d’Israele per imbarcarsi su un natante (arca) costruito da un uomo di 600 anni (alla faccia dell’aspettativa di vita dei pensionati: questo è il fallimento dell’Inps, parola della Fornero).

Ma qualcuno afferma che tutto questo fa parte della nostra cultura, per cui deve essere insegnato nelle scuole a spese dello Stato (cioè, nostre). Di conseguenza, nelle scuole italiane nella lezione del prof di Scienze i ragazzi apprenderanno che le origini della vita sono in relazione con DNA e geni vari (etc), mentre in quella del prof di religione che l’uomo è stato creato dal nulla, da una statuetta di fango e la donna da una sua costola (una favoletta per spiegare il processo di clonazione?) Quindi, non essendo frutto di una gestazione con conseguente parto, entrambi non avevano l’ombelico?

Da loro, afferma il prof di religione, è poi nata l’intera umanità, che oggi vanta più di sei miliardi d’individui, tra conseguenti incesti e altre oscenità varie.

Quello che poi fa ridere di più (per non piangere, data la gravità del fatto) è che spesso, quello stesso prof di Scienze, contraddicendo se stesso, è pure un fervente religioso, pressoché bigotto. Magari nel tempo libero insegna il Catechismo ai bambini candidati alla prima comunione, dimenticando le Scienze per le quali ha conseguito un titolo di studio e una cattedra.

Ora ditemi, vi sembra logico che la nostra Pubblica Amministrazione e le aziende debbano assumere lavoratori che fondano la loro cultura e istruzione su titoli conseguiti in scuole del genere?

Nino Caliendo

 

Le origini contraffatte del Nuovo Testamento

di Tony Bushby

da Nexus Magazine, Vol. 14, Num. 4 (June – July 2007), traduzione di XmX

Nexus Magazine e Nuovomondo di XmX

 

Cosa la Chiesa non vuole che tu sappia

È stato spesso enfatizzato il fatto che la Cristianità è diversa da ogni altra religione, poiché essa è tale per indiscutibili eventi accaduti entro un breve periodo di tempo, circa 20 secoli fa.  Quelle storie sono presentate nel Nuovo Testamento e, come le nuove prove dimostrano, diverrà chiaro che esse non rappresentano la realtà storica.  La Chiesa è d’accordo, dicendo: “Le nostre fonti documentali di conoscenza sulle origini della Cristianità e i suoi recenti sviluppi, sono principalmente le Scritture del Nuovo Testamento, l’autenticità delle quali noi dobbiamo, in larga misura, ritenere per certa.” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. iii, p. 712)

La Chiesa fa straordinarie ammissioni sul suo Nuovo Testamento.  Per esempio, quando discute l’origine di quelle scritture, “il più eminente corpo di opinioni accademiche mai assemblato” (Catholic Encyclopedias, Preface), ammette che i Vangeli “non risalgono al primo secolo dell’era Cristiana” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. vi, p. 137, pp. 655-6).  Questa affermazione è in conflitto con le asserzioni del clero che i primi Vangeli furono progressivamente scritti nei decenni successivi alla morte di Gesù Cristo.  In una annotazione a parte, la Chiesa aggiunge che “i più remoti manoscritti ancora esistenti [del Nuovo Testamento], in effetti, non è più antica della metà del quarto secolo dopo Cristo” (Catholic Encyclopedia, op. cit., pp. 656-7).  Vale a dire, qualcosa come 350 anni dopo il tempo in cui la Chiesa afferma che un Gesù Cristo ha camminato sulle sabbie della Palestina, e qui la vera storia delle origini Cristiane scivola in uno dei più grandi buchi neri della storia.  C’è comunque una ragione perché non c’erano Nuovi Testamenti fino al quarto secolo: essi non erano stati scritti fino ad allora, e qui noi troviamo la prova della più grande errata rappresentazione di tutti i tempi.

Fu il britannico Flavio Costantino (Costantino, originariamente Custennyn or Custennin) (272-337) che autorizzò la compilazione delle scritture ora chiamate Nuovo Testamento.  Dopo la morte di suo padre nel 306, Costantino divenne Re di Britannia, Gallia e Spagna, e poi, dopo una serie di battaglie vittoriose, Imperatore dell’Impero Romano.  Gli storici Cristiani danno poco o nessun conto dei tumulti del tempo e sospendono Costantino nell’aria, libero da tutti gli eventi che avvengono attorno a lui.  In verità, uno dei maggiori problemi di Costantino erano il disordine incontrollabile fra i sacerdoti e le loro fedi in numerosi dei.

La maggior parte degli scrittori Cristiani dei nostri giorni sopprime la verità sullo sviluppo della loro religione e nasconde gli sforzi di Costantino di frenare il carattere disdicevole dei presbiteri che oggi chiamiamo “Padri della Chiesa” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. xiv, pp. 370-1).  Essi erano “impazziti”, egli disse (Life of Constantine, attribuito a Eusebius Pamphilius di Caesarea, c. 335, vol. iii, p. 171; I Padri Nicenei e Post-Nicenei, citati come N&PNF, attribuito a S. Ambrogio, Rev. Prof. Roberts, DD, e Principal James Donaldson, LLD, editors, 1891, vol. iv, p. 467).  Il “peculiare tipo di oratoria” da essi esposta era una sfida alla composizione di un ordine religioso (The Dictionary of Classical Mythology, Religion, Literature and Art, Oskar Seyffert, Gramercy, New York, 1995, pp. 544-5).  Antichi documenti rivelano la vera natura dei presbiteri, e la scarsa considerazione nella quale essi erano tenuti è stata abilmente soppressa dai moderni storici della Chiesa. In realtà essi erano: “…i più rozzi individui, insegnanti strani paradossi.  Essi dichiaravano apertamente che soltanto un ignorante era adatto ad ascoltare i loro discorsi … essi non si presentavano mai nei circoli dei più saggi e dei migliori, ma sempre avevano cura di intromettersi fra l’ignorante e l’incolto, girovagando attorno per raggirare [qualcuno] in fiere e mercati … essi infioravano i loro poveri libri con il grasso di vecchie favole … e ancor meno si facevano comprendere … e scrivevano assurdità sulla pergamena … [and still be doing, never done.]“ (Contra Celsum, Origene di Alessandria, c. 251, Bk I, p. lxvii, Bk III, p. xliv, passim)

Gruppi di presbiteri avevano elaborato “molti dèi e molti signori” (1 Cor. 8:5) ed esistevano numerose sette, ognuna con differenti dottrine (Gal. 1:6).  Gruppi di presbiteri si scontravano sugli attributi dei loro vari dèi, e “un altare era contro un altro altare” nel competersi l’ascolto del pubblico (Optatus di Mileve, 1:15, 19, inizio del quarto secolo).  Dal punto di vista di Costantino, c’erano diverse fazioni che dovevano essere soddisfatte, ed egli si propose di sviluppare una religione onnicomprensiva durante un periodo di disordine irriverente.  In un era di grossolana ignoranza, con nove decimi della popolazione dell’Europa di analfabeti, la stabilizzazione di fazioni religiose dissidenti era solo uno dei problemi di Costantino.  La facile generalizzazione, che così tanti storici sono pronti a ripetere, che Costantino “abbracciò la religione Cristiana” e successivamente garantì la “tolleranza ufficiale” è “contraria al fatto storico” e dovrebbe essere cancellata per sempre dalla nostra letteratura (Catholic Encyclopedia, Pecci ed., vol. iii, p. 299, passim).  Semplicemente, non c’era una religione Cristiana al tempo di Costantino, e la Chiesa ammette che la favola della sua “conversione” e “battesimo” è “interamente leggendaria” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. xiv, pp. 370-1).

Costantino “non acquisì mai una solida conoscenza teologica” e “dipese pesantemente dai suoi consiglieri nelle questioni religiose” (Catholic Encyclopedia, New Edition, vol. xii, p. 576, passim).  Secondo Eusebio [di Cesarea] (260-339), Costantino notò che fra le fazioni dei presbiteri “la discordia era assai grave, e fu necessaria una azione vigorosa per stabilire una situazione più religiosa”, ma egli non fu in grado di portare ad un accordo fra le fazioni religiose rivali (Life of Constantine, op. cit., pp. 26-8).  I suoi consiglieri lo avvisarono che le religioni dei presbiteri erano “destituite di fondamento” e necessitavano di una stabilizzazione ufficiale (ibid.).

Costantino in questo confuso sistema di dogmi frammentari vide l’opportunità di creare una nuova e unita religione di Stato, neutrale nel concetto, e protetta dalla legge.  Quando egli conquistò l’Est nel 324, inviò il suo consigliere religioso Spagnolo, Osio di Cordova, ad Alessandria con missive ai diversi vescovi, esortandoli a far pace fra loro.  La missione fallì e Costantino, probabilmente su suggerimento di Osio, emise allora un decreto comandando a tutti i presbiteri e ai loro subordinati “di montare su asini, muli e cavalli di pubblica proprietà, e mettersi in viaggio fino alla città di Nicea” nella provincia Romana di Bitinia, in Asia Minore.  Gli fu detto di portare con loro le testimonianze che essi proclamavano alle folle, “avvolte nel cuoio” per proteggerle nel lungo viaggio, e consegnarsi a Costantino al loro arrivo a Nicea (The Catholic Dictionary, Addis and Arnold, 1917, “Council of Nicaea” annotazione).  Le loro scritture ammontavano a “in tutto, duemiladuecentotrentuno rotoli fra storie leggendarie di dèi e salvatori, insieme con una versione scritta delle dottrine da essi proclamate” (Life of Constantine, op. cit., vol. ii, p. 73; N&PNF, op. cit., vol. i, p. 518).

Il Primo Concilio di Nicea e i “documenti perduti”

Così, la prima assemblea ecclesiastica della storia fu raccolta, ed è oggi conosciuta come il Concilio di Nicea.  Fu un evento bizzarro, che fornì molti dettagli del primo pensiero ecclesiastico, e da’ una chiara raffigurazione del clima intellettuale prevalente a quel tempo.  Fu in quell’assemblea che nacque la Cristianità, e le conseguenze delle decisioni prese allora sono difficili da calcolare.  Circa quattro anni prima di presiedere il Concilio, Costantino era stato iniziato all’ordine religioso del Sol Invictus uno dei due floridi culti che riguardavano il Sole come unico e Supremo Dio (l’altro era il Mitraismo).  A causa della sua adorazione del Sole, egli ordinò ad Eusebio di convocare la prima di tre sessioni nel solstizio d’estate, il 21 Giugno del 325 (Catholic Encyclopedia, New Edition, vol. i, p. 792), e fu “tenuta in una sala nel palazzo di Osio” v(Ecclesiastical History, Bishop Louis Dupin, Paris, 1686, vol. i, p. 598).  In un resoconto degli atti del conclave dei presbiteri radunati a Nicea, Sabin, Vescovo di Eraclea, che era nel pubblico, disse, “Eccetto Costantino stesso e Eusebio Panfilio, essi erano un gruppo di illetterati, creature semplici che non comprendevano nulla” (Secrets of the Christian Fathers, Bishop J. W. Sergerus, 1685, ristampa del 1897).
Questa è un’altra chiara confessione dell’ignoranza e della credulità acritica dei primi ecclesiastici.  Il Dr. Richard Watson (1737-1816), uno storico Cristiano disilluso e ex Vecovo di Llandaff nel Galles (1782), si riferisce ad essi come “un insieme di idioti farfuglianti” (An Apology for Christianity, 1776, ristampa del 1796; anche, Theological Tracts, Dr Richard Watson, “On Councils” annotazione, vol. 2, London, 1786, ristampa corretta del 1791).  Dalla sua approfondita ricerca sui concili della Chiesa, il Dr. Watson concluse che “il clero al Concilio di Nicea era tutto sotto il potere del diavolo, e l’accordo fu raggiunto dalla più bassa marmaglia, e favorì la più spregevole abominazione” (An Apology for Christianity, op. cit.).  Quel puerile gruppo di uomini fu il responsabile dell’inizio di una nuova religione e della creazione teologica di Gesù Cristo.
La Chiesa ammette che elementi vitali degli atti di Nicea sono “stranamente assenti dai canoni” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. iii, p. 160).  Vedremo tra poco cosa è accaduto a tali parti.  Comunque, secondo i documenti superstiti, Eusebio “occupava il primo seggio alla destra dell’imperatore e fece il discorso inaugurale a suo beneficio” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. v, pp. 619-620).  Non c’erano presbiteri Britannici al concilio, ma molti delegati Greci.  “Settanta vescovi orientali” rappresentavano le fazioni asiatiche, e un piccolo numero proveniva da altre aree (Ecclesiastical History, ibid.).  Cecilio di Cartagine aveva viaggiato dall’Africa, Paphnutius di Tebe dall’Egitto, Nicasio di Digione dalla Gallia, Donnus di Stridon proveniente dalla Pannonia.

Fu a quella puerile assemblea, e con così tanti culti rappresentati, che un totale di 318 “vescovi, preti, diaconi, suddiaconi, accoliti ed esorcisti” si radunarono a discutere e decidere su un sistema di fede unificato che contemplasse un solo dio (An Apology for Christianity, op. cit.).  Da quel momento, un enorme assortimento di “testi primitivi” (Catholic Encyclopedia, New Edition, “Gospel and Gospels”) circolò fra i presbiteri che peroravano una gran varietà di dèi e dee orientali e occidentali: Jove, Jupiter, Salenus, Baal, Thor, Gade, Apollo, Juno, Aries, Taurus, Minerva, Rhets, Mitra, Theo, Fragapatti, Atys, Durga, Indra, Nettuno, Vulcano, Kriste, Agni, Croesus, Pelides, Huit, Hermes, Thulis, Thammus, Eguptus, Iao, Aph, Saturno, Gitchens, Minos, Maximo, Hecla e Phernes (God’s Book of Eskra, anon., ch. xlviii, paragraph 36).

Fino al Primo Concilio di Nicea l’aristocrazia Romana adorava principalmente due dei Greci, Apollo e Zeus, ma la gran massa del popolo idolatrava Giulio Cesare o Mitra (la versione romanizzata della deità Persiana Mitra).  Cesare era stato deificato dal Senato Romano dopo la sua mote (15 Marzo 44 AC) e successivamente aveva venerato “il Divino Giulio”.  Al suo nome fu aggiunta la parola “Salvatore”, che significava letteralmente “colui che sparge il seme”, cioè era un dio fallico.  Giulio Cesare era acclamato come “Dio resosi manifesto e Salvatore dell’intero genere umano” (Man and his Gods, Homer Smith, Little, Brown & Co., Boston, 1952).  L’imperatore Nerone (54-68), il cui nome originario era Lucio Domizio Enobarbaro (37-68), fu immortalato sulle sue monete come “Salvatore dell’umanità” (ibid.).  Il Divino Giulio come Salvatore Romano e “Padre dell’Impero” fu considerato “Dio” dal basso popolo per più di 300 anni.  Egli era la divinità in qualcuno dei testi dei presbiteri occidentali, ma non era riconosciuto dalle scritture levantine o orientali.

L’intento di Costantino a Nicea era di creare un dio interamente nuovo per il suo impero, il quale avrebbe unito tutte le sette religiose sotto una sola deità.  Ai presbiteri fu chiesto di dibattere e decidere chi sarebbe stato il loro nuovo dio.  I delegati discussero tra loro, esprimendo le proprie ragioni per l’inclusione di particolari scritture che promuovevano le migliori peculiarità della propria deità.  Per tutto il tempo dell’assemblea, le fazioni urlanti erano immerse in accesi dibattiti, e furono proposti i nomi di 53 dèi per essere discussi.  “Tuttavia nessun Dio fu scelto dal concilio, e così essi votarono su quel punto…  Le votazioni durarono un anno e cinque mesi…” (God’s Book of Eskra, Prof. S. L. MacGuire’s translation, Salisbury, 1922, chapter xlviii, paragraphs 36, 41).
Al termine di quel periodo, Costantino ritornò all’assemblea per scoprire che i presbiteri non si erano accordati su nessuna nuova divinità, ma dalle votazioni era scaturita la candidatura di cinque possibilità: Cesare, Krishna, Mitra, Horus e Zeus (Historia Ecclesiastica, Eusebius, c. 325).  Costantino era lo spirito che dettava le regole a Nicea, e decise di dar loro un nuovo dio.  Per coinvolgere la fazione Britannica decise che il nome del grande dio druidico Hesus, fosse congiunto con quello del dio salvifico degli Orientali, Krishna (Krishna è la parola Sanscrita per Cristo), e così Hesus Krishna sarebbe stato il nome ufficiale del nuovo dio Romano.  Fu con una votazione per alzata di mano (167 voti contro 157) che entrambe le divinità divennero un unico Dio.  Seguendo una antica consuetudine pagana, Costantino utilizzò la riunione ufficiale e l’apoteosi Romana per decretare legalmente la glorificazione di due divinità come una sola, e lo fece col consenso democratico.  Un nuovo dio fu proclamato e “ufficialmente” ratificato da Costantino (Acta Concilii Nicaeni, 1618).  Quell’atto puramente politico di deificazione effettivamente e legalmente piazzò Hesus e Krishna fra gli dèi Romani, come uno individuale e composito.  Questa astrazione era adatta alla vita mondana, a dottrine amalgamate per la nuova religione dell’Impero.  E poiché fino a circa il nono secolo non esistette la lettera “J”, solo successivamente il nome evolse in “Jesus Christ”.

Come furono creati i Vangeli

Costantino quindi ordinò a Eusebio di organizzare la compilazione di una raccolta uniforme di nuove scritture, sviluppate dagli aspetti principali dei testi religiosi che erano stati presentati al concilio.  Le sue istruzioni furono: “Cercate in questi libri, e se c’è del buono tenetelo, ma se qualunque cosa che sia cattiva, gettatela via.  Ciò che è buono in un libro, unitelo a ciò che c’è di buono in un altro libro.  E qualsiasi cosa sia così messa assieme dovrà essere chiamato ‘Il Libro Dei Libri’.  Ed esso dovrà essere la dottrina del mio popolo, che io affiderò a tutte le nazioni, le quali non dovranno più farsi guerra per fini religiosi.” (God’s Book of Eskra, op. cit., chapter xlviii, paragraph 31).

“Fai che si meraviglino” disse Costantino, e “i libri verranno scritti di conseguenza” (Life of Constantine, vol. iv, pp. 36-39).  Eusebio amalgamò le “favole leggendarie di tutte le dottrine religiose del mondo messe assieme come una sola”, basandosi sui miti degli dèi tratti dai manoscritti dei presbiteri.  Fondendo le storie divine soprannaturali di Mitra e Krishna con le credenze dei Caldei Britannici, unì assieme efficacemente le orazioni dei presbiteri Orientali e Occidentali “a formare un nuovo credo universale” (ibid.).  Costantino riteneva che la raccolta amalgamata di miti avrebbe unito le varie e opposite fazioni religiose sotto una narrazione rappresentativa.  Allora Eusebio dispose che gli scribi producessero “cinquanta sontuose copie … scritte su pergamena in modo leggibile, e in una comoda forma portatile, da scribi professionali pienamente esperti della loro arte” (ibid.).  “Questi ordini,” dice Eusebio “sono stati seguiti dalla immediata esecuzione del lavoro stesso … gli abbiamo inviato [a Costantino] i volumi rilegati magnificamente e con cura, in forma ripiegata a tre e quattro pieghe” (Life of Constantine, vol. iv, p. 36).  Essi erano le “Nuove Testimonianze”, e questa è la prima menzione (c. 331) del Nuovo Testamento nei documenti storici.
Con i suoi ordini eseguiti, Costantino allora decretò che le Nuove Testimonianze da allora in poi sarebbero state chiamate la “parola del Dio Salvatore Romano” (Life of Constantine, vol. iii, p. 29) e inviate d’ufficio a tutti i presbiteri predicanti dell’Impero Romano.  Egli quindi ordinò che tutti i primi manoscritti e gli atti del concilio fossero “bruciati” e dichiarò che “ogni uomo trovato a nascondere scritture dovrà essere strappato dalle sue spalle” (cioè impiccato) (ibid.).  Come dimostra il documento, le scritture presbiteriane precedenti il Concilio di Nicea non esistono più, tranne qualche frammento superstite.

Sono sopravvissuti anche alcuni atti del concilio, ed essi procurano allarmanti ramificazioni per la Chiesa.  Qualche vecchio documento dice che il Primo Concilio di Nicea terminò a metà Novembre del 326, mentre altri dicono che la lotta per fissare un dio fu così feroce che si protrasse “per quattro anni e sette mesi” dal suo inizio nel Giugno del 325 (Secrets of the Christian Fathers, op. cit.).  Senza curarci di quando esso finì, la brutalità e violenza che lo circondò furono nascoste sotto il lucente titolo “Grande e Santo Sinodo”, assegnato all’assemblea dalla Chiesa nel 18° secolo.  I Primi Ecclesiastici, comunque, espressero un’opinione diversa.

Il Secondo Concilio di Nicea nel 786-87 biasimò il Primo Concilio di Nicea come “un sinodo di stupidi e folli” e cercò di abrogare “decisioni prese da uomini con cervelli turbati” (History of the Christian Church, H. H. Milman, DD, 1871).  Se poi ci si prende la briga di leggere i documenti del Secondo Concilio di Nicea, e nota gli accenni a “vescovi spaventati” e i “soldati” necessari a “acquietare i comportamenti”, la dichiarazione “stupidi e folli” apparirà sicuramente un esempio del [modo di dire] ‘senti chi parla!’.
Costantino morì nel 337, e lo sviluppo di molte di quelle che ora erano chiamate credenze neo-pagane in un nuovo sistema religioso, aveva portato molti convertiti.  Più tardi gli scrittori della Chiesa lo descrissero come “il grande campione della Cristianità” che gli diede “status legale come la religione dell’Impero Romano” (Encyclopedia of the Roman Empire, Matthew Bunson, Facts on File, New York, 1994, p. 86).
I documenti storici svelano che questo è inesatto, fu l’ “interesse personale” che lo guidò a creare la Cristianità (A Smaller Classical Dictionary, J. M. Dent, London, 1910, p. 161).  Tuttavia essa non fu chiamata “Cristianità” fino al 15° secolo (How The Great Pan Died, Professor Edmond S. Bordeaux [Vatican archivist], Mille Meditations, USA, MCMLXVIII, pp. 45-7).
Ne corso dei secoli successivi, le “Nuove Testimonianze” di Costantino furono espanse, furono aggiunte “interpolazioni” e incluse altre scritture (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. vi, pp. 135-137; also, Pecci ed., vol. ii, pp. 121-122).  Per esempio, nel 397 Giovanni Crisostomo [detto] “bocca-d’oro”, riorganizzò le scritture di Apollonio di Tiana, un saggio vagante del primo secolo, rendendole parte delle Nuove Testimonianze (Secrets of the Christian Fathers, op. cit.).  Il nome latinizzato di Apollonio Paolo, (A Latin-English Dictionary, J. T. White and J. E. Riddle, Ginn & Heath, Boston, 1880), e la Chiesa oggi chiama quelle scritture le Epistole di Paolo. Il servitore personale di Apollonio, Damis, uno scriba Assiro, è il Dema nel Nuovo Testamento (2 Tim. 4:10).

La gerarchia della Chiesa conosce la verità sull’origine delle sue Epistole.  Il Cardinale Bembo (-1547), segretario del Papa Leone X (-1521), raccomandò al suo collega Cardinale Sadoleto di trascurarle, dicendo “getta via queste sciocchezze, per tali assurdità [egli] non è divenuto un uomo degno; essi furono introdotti sulla scena successivamente da una astuta voce dal cielo” (Cardinal Bembo: His Letters and Comments on Pope Leo X, A. L. Collins, London, 1842 reprint).  La Chiesa ammette che quelle Epistole di Paolo sono contraffatte, dicendo, “Perfino le Epistole autentiche erano assai interpolate al fine di rafforzare la visione personale dei loro autori” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. vii, p. 645).  Similmente, San Geremia (-420) dichiarò che gli Atti degli Apostoli, il quinto libro del Nuovo Testamento, fu anche “falsamente scritto” (“The Letters of Jerome”, Library of the Fathers, Oxford Movement, 1833-45, vol. v, p. 445). 

Lo shock della scoperta di una antica Bibbia

Il Nuovo Testamento successivamente evolse in un testo di smaccata propaganda clericale, e la Chiesa sostenne che esso testimoniava l’intervento di un divino Gesù Cristo negli affari terreni.  Comunque, una spettacolare scoperta in un remoto monastero Egiziano ha rivelato al mondo la dimensione delle falsificazioni successive dei testi Cristiani, già essi stessi solo un “assemblaggio di favole leggendarie” (Encyclopédie, Diderot, 1759).  Il 4 Febbraio 1859, 346 fogli di un antico codice furono scoperte nella stanza della fornace del monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai, e il loro contenuto fu come un’onda d’urto che attraversò il mondo Cristiano.  Assieme ad altri vecchi codici, i codici in questione erano stati destinati ad essere bruciati nella fornace per riscaldare gli abitanti del monastero nell’inverno.  Scritti in Greco su pelli d’asino, riportavano il Vecchio e Nuovo Testamento, e più tardi gli archeologi datarono la sua composizione attorno all’anno 380.  Furono scoperti dal Dr. Constantin von Tischendorf (1815-1874), un brillante e pio studioso biblico Tedesco.  Tischendorf era un professore di teologia che dedicò tutta la sua vita allo studio delle origini del Nuovo Testamento, e il suo desiderio di leggere tutti gli antichi testi Cristiani lo portò al lungo viaggio a dorso di cammello al Monastero di Santa Caterina.

Durante la sua vita, Tischendorf aveva avuto accesso ad altre antiche Bibbie non accessibili al pubblico, come la Bibbia di Alessandria (o Alessandrina), ritenuta essere la seconda più antica Bibbia al mondo.  Era così nominata perché nel 1627 fu presa da Alessandria dagli Inglesi e donata al Re Carlo I (1600-49).  Oggi essa è in mostra accanto alla più antica Bibbia al mondo, la Sinaitica, nella British Library di Londra.  Durante la sua ricerca Tischendorf ha avuto accesso al Vaticano, la Bibbia Vaticana, ritenuta essere la terza più vecchia al mondo e datata a metà del sesto secolo (The Various Versions of the Bible, Dr Constantin von Tischendorf, 1874, disponibile alla British Library).  Gli fu impedito l’accesso alla libreria interna del Vaticno.  Tischendorf chiese se potesse estrarre le annotazioni manuali, ma la sua richiesta fu respinta.  Comunque, ogni volta che il suo sorvegliante prendeva un po’ d’aria fresca, Tischendorf scrisse i racconti comparati sul palmo della mano e a volte sulle unghie (“Are Our Gospels Genuine or Not?”, Dr Constantin von Tischendorf, lecture, 1869, disponibile alla British Library).

Oggi ci sono diverse altre Bibbie scritte in vari linguaggi durante il quinto e sesto secolo, di cui per esempio la Siryacus, la Cantabrigiensis (Beza), la Sarravianus e la Marchalianus.
Un brivido di apprensione echeggiò attraverso il mondo Cristiano nell’ultimo quarto del 19° secolo, quando la versione Inglese della Bibbia del Sinai fu pubblicata.  Annotata in quelle pagine c’è l’informazione che nella Crstianità vi sono controversie sulla presunta storicità.  I Cristiani avevano [così] l’irrefutabile evidenza di falsificazioni intenzionali in tutti i moderni Nuovi Testamenti.  Il Nuovo Testamento della Bibbia del Sinai era così differente dalle versioni allora pubblicate, che la Chiesa rabbiosamente cercò di annullare la nuova drammatica prova che metteva in discussione la sua stessa esistenza.  In una serie di articoli pubblicati sul London Quarterly Review nel 1883, John W. Burgon, Decano di Chichester, usò ogni risorsa retorica a sua disposizione per attaccare l’iniziale Sinaitica, opponendogli la storia di Gesù Cristo, dicendo che “… senza un briciolo di esitazione, la Sinaitica è scandalosamente corrotta … rivelando la più vergognosa mutilazione di testi che abbiamo mai incontrato in ogni luogo; essi sono divenuti, con ogni sorta di metodi, la più grande quantità di versioni falsificate, antiche cantonate e perversioni intenzionali della verità, rinvenibili in ogni copia conosciuta della parola di Dio”.  Le preoccupazioni del Decano di Burgon rispecchiano aspetti contrastanti di storie del Vangelo allora corrente, essendo ormai evolute a un nuovo stadio attraverso secoli di manomissioni della struttura di un documento già leggendario.

Le rivelazioni dei test con luce ultravioletta

Nel 1933, il British Museum di Londra acquistò la Bibbia del Sinai dal governo Sovietico per 100,000 sterline, delle quali 65,000 erano state donate tramite sottoscrizione pubblica.  Prima dell’acquisizione, questa Bibbia era in mostra alla Libreria Imperiale di San Pietroburgo, in Russia, e “pochi studiosi vi avevano posato gli occhi” (The Daily Telegraph and Morning Post, 11 January 1938, p. 3).  Quando fu messa in mostra nel 1933 come “la Bibbia più antica al mondo” (ibid.), divenne il centro di un pellegrinaggio senza eguali nella storia del British Museum.  Prima che io riassuma le sue contraddizioni, dovrebbe essere sottolineato che questo vecchio codice non è in nessun modo una guida affidabile allo studio del Nuovo Testamento, poiché contiene sovrabbondanti errori e gravi editazioni [del testo originario].  Queste anomalie furono svelate dai risultati di mesi di esami all’ultravioletto, eseguiti dal British Museum a metà degli anni ’30.  Le scoperte rivelarono la sostituzione di numerosi passaggi, ad opera di almeno nove differenti redattori.  Le fotografie scattate durante i test hanno rivelato che i pigmenti dell’inchiostro sono stati ritenuti in profondità nei pori della pelle.  Le parole originali erano leggibili sotto la luce ultravioletta.  Chiunque desideri leggere i risultati del test, dovrebbe fare riferimento al libro scritto dai ricercatori che fecero le analisi: i Curatori del Dipartimento dei Manoscritti al British Museum (Scribes and Correctors of the Codex Sinaiticus, H. J. M. Milne and T. C. Skeat, British Museum, London, 1938).

Le falsificazioni nei Vangeli

Quando il Nuovo Testamento della Bibbia del Sinai viene confrontato con un Nuovo Testamento moderno, può essere accertato lo sconcertante numero di 14,800 alterazioni editoriali.  Queste correzioni possono essere riconosciute da una semplice comparazione che chiunque può e dovrebbe fare.  Gli studi seri delle origini Cristiane debbono prvenire dalla versione della Bibbia del Sinai, non da edizioni moderne.  Di rilievo è il fatto che la Sinaitica contiene tre Vangeli che da allora in poi sono stati eliminati: il Pastore di Erma (scritto da due resuscitati, Charinus e Lenthius), la Missiva di Barnaba, e le Odi di Salomone.  Lo spazio [qui] non permette l’elaborazione di queste bizzarre scritture e anche la discussione sui dilemmi associati alle varianti nelle traduzioni.
Le Bibbie moderne hanno cinque rimozioni nella traduzione delle versioni iniziali, e [vi sono] dispute rabbiose fra i traduttori sulle varianti di interpretazione di più di 5,000 parole antiche.  Comunque, è ciò che NON è scritto in quella antica Bibbia che imbarazza la Chiesa, e questo articolo discute solo alcune di quelle omissioni.  Un esempio evidente è sottilmente svelato nella Encyclopaedia Biblica (Adam & Charles Black, London, 1899, vol. iii, p. 3344), quando la Chiesa rivela di essere a conoscenza delle esclusioni nelle antiche Bibbie, dicendo: “L’annotazione risale a molto tempo fa … e anche il più antico dei Vangeli nulla sapeva della miracolosa nascita del nostro Salvatore”.

Questo perché non c’è mai stata una nascita da una vergine.

È evidente che quando Eusebio riunì gli scribi per scrivere le Nuove Testimonianze, produsse prima un singolo documento che funse da esemplare o versione principale.  Oggi esso è detto Vangelo di Marco, e la Chiesa lo riconosce come “il primo Vangelo scritto” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. vi, p. 657), anche se esso oggi appare come secondo nel Nuovo Testamento.  Gli scribi dei Vangeli di Matteo e Luca dipendevano dallo scritto di Marco, come fonte e struttura per la compilazione dei loro lavori.  Il Vangelo di Giovanni è indipendente da quegli scritti, e la teoria del tardo 15° secolo secondo la quale esso fu scritto più tardi in supporto delle più antiche scritture è la verità (The Crucifixion of Truth, Tony Bushby, Joshua Books, 2004, pp. 33-40). 

Di conseguenza, il Vangelo di Marco della Bibbia del Sinai trasmette la “prima” narrazione di Gesù Cristo nella storia, completamente diversa da quella che è nelle Bibbie moderne.  Esso comincia con Gesù “all’età di circa trenta anni” (Marco 1:9), e nulla sa di Maria, una nascita da una vergine, o una strage di bambini [ordinata] da Erode.  Le parole che descrivono Gesù come “il figlio di Dio” non compaiono all’inizio del racconto come [invece] fanno nelle edizioni dei nostri giorni (Marco 1:1), e l’albero genealogico che traccia una “linea di sangue messianica” risalente al Re Davide è inesistente in tutte le Bibbie antiche, quelle che adesso sono dette “profezie messianiche” (51 in totale).  La Bibbia del Sinai contiene una versione contrastante degli eventi attorno alla “resurrezione di Lazzaro”, e rivela una straordinaria omissione [su ciò] che più tardi diviene la dottrina centrale della fede Cristiana: la resurrezione e apparizione di Gesù Cristo e la sua ascensione in Cielo.  L’apparizione soprannaturale di un Gesù Cristo risorto non è riportata da alcun antico Vangelo di Marco, ma nelle Bibbie moderne adesso compare una descrizione di oltre 500 parole (Marco 16:9-20).

Nonostante una moltitudine di interminabili autogiustificazioni degli apologisti della Chiesa, non c’è unanimità di opinione fra i Cristiani sull’inesistenza della “resurrezione” [che sarebbe] apparsa nelle descrizioni della storia fatta dagli antichi Vangeli.  Non solo queste narrazioni sono mancanti nella Bibbia del Sinai, ma sono assenti [anche] dalla Bibbia Alessandrina, dalla Bibbia Vaticana, dalla Bibbia di Beza, e da un antico manoscritto Latino di Marco, detto codice “K” dagli analisti.  Mancano anche nella più antica versione Armena del Nuovo Testamento, nei manoscritti del sesto secolo della versione Etiopica, e nella Bibbia Anglosassone del nono secolo.  Comunque, qualche Vangelo del 12° secolo ha i versi ora noti della resurrezione contrassegnati col segno dell’asterisco, usato dagli scribi per indicare passaggi spuri in un documento letterario. 

La Chiesa sostiene che “la resurrezione è l’argomento fondamentale per la nostra fede Cristiana” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. xii, p. 792), tuttavia nessuna apparizione soprannaturale di un Gesù Cristo risorto è documentata in alcuno dei più remoti Vangeli di Marco disponibili.  Una resurrezione e ascensione di Gesù Cristo è condizione essenziale (“senza la quale, nulla”) della Cristianità (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. xii, p. 792), confermata dalle parole di Paolo: “Se Cristo non è risorto, la nostra fede è inutile” (1 Cor. 5:17).  I versi sulla resurrezione nell’odierno Vangelo di Marco sono uiversalmente noti come falsi e la Chiesa è d’accordo, dicendo “la conclusione di Marco è dichiaratamente non genuina … quasi l’intera sezione è una compilazione successiva” (Encyclopaedia Biblica, vol. ii, p. 1880, vol. iii, pp. 1767, 1781; anche, Catholic Encyclopedia, vol. iii, sotto il titolo “The Evidence of its Spuriousness”; Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. iii, pp. 274-9 sotto il titolo “Canons”).  Imperterrita, la Chiesa ha accettato comunque la falsificazione nel suo dogma facendone la base della Cristianità.  Il corso della narrazione della resurrezione immaginaria prosegue.  Il capitolo finale del Vangelo di Giovanni (21) è una contraffazione del sesto secolo, interamente dedicata alla descrizione della resurezione di Gesù ai suoi discepoli.  La Chiesa ammette: “La sola conclusione che può essere dedotta da ciò, è che il 21° capitolo fu aggiunto dopo, e va perciò visto come un’appendice al Vangelo” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. viii, pp. 441-442; New Catholic Encyclopedia (NCE), “Gospel of John”, p. 1080; also NCE, vol. xii, p. 407).

“La Grande Aggiunta” e “La Grande Omissione”

La versione moderna del Vangelo di Luca ha incredibilmente più di 10,000 parole rispetto allo stesso Vangelo nella Bibbia del Sinai.  Sei di quelle parole dicono di Gesù “e fu trasportato su in cielo”, ma questa narrazione non appare in nessuno dei più antichi Vangeli di Luca oggi disponibili (“Three Early Doctrinal Modifications of the Text of the Gospels”, F. C. Conybeare, The Hibbert Journal, London, vol. 1, no. 1, Oct 1902, pp. 96-113).  Le antiche versioni non confermano i moderni racconti di una ascensione di Gesù Cristo, e questa falsificazione chiaramente indica una intenzione di ingannare.
Oggi, il Vangelo di Luca è il più lungo dei Vangeli canonici perché ora include “La Grande Aggiunta”, una staordinaria aggiunta del 15° secolo di circa 8,500 parole (Luca 9:51-18:14).  L’inserimento di queste falsificazioni in quel Vangelo sconcerta gli analisti Cristiani moderni, e di esse la Chiesa ha detto: “La natura di questi brani li rende pericolosi perché capaci di ingenerare illazioni” (Catholic Encyclopedia, Pecci ed., vol. ii, p. 407).

Da specificare perché importante, i più antichi Vangeli di Luca omettono tutti i versi dal 6:45 a 8:26, cosa nota fra gli ecclesiastici come “La Grande Omissione”, un totale di 1,547 parole.  Nelle odierne versioni, quel buco è stato “riempito” con passaggi plagiati da altri Vangeli.  Il Dr. Tschendorf ha scoperto che tre paragrafi nelle più recenti versioni del Vangelo di Luca riguardanti l’Ultima Cena sono apparse nel 15° secolo, ma la Chiesa ancora fa passare i suoi Vangeli come “parola di Dio” (“Are Our Gospels Genuine or Not?”, op. cit.).

L’ “Index Expurgatorius”

Come fu nel caso del Nuovo Testamento, allo stesso modo furono danneggiati gli scritti dei primi “Padri della Chiesa” modificati in secoli di ricopiature, e molti dei loro documenti furono intenzionalmente riscritti o soppressi.

Adottando i decreti del Concilio di Trento (1545-63), la Chiesa successivamente estese il metodo della cancellazione, e ordinò la preparazione di una speciale lista di informazioni da cancellare dalle prime scritture Cristiane (Delineation of Roman Catholicism, Rev. Charles Elliott, DD, G. Lane & P. P. Sandford, New York, 1842, p. 89; also, The Vatican Censors, Professor Peter Elmsley, Oxford, p. 327, pub. date n/a).  Nel 1562, il Vaticano stabilì uno speciale ufficio censorio chiamato Index Expurgatorius.  Il suo scopo era proibire le pubblicazioni di “passaggi erronei dei primi Padri della Chiesa” che contenessero dichiarazioni contrastanti con la dottrina moderna.

Quando gli archivisti del Vaticano si imbatterono in “copie genuine [degl scritti] dei Padri, essi le corressero secondo l’Index Expurgatorius” (Index Expurgatorius Vaticanus, R. Gibbings, ed., Dublin, 1837; The Literary Policy of the Church of Rome, Joseph Mendham, J. Duncan, London, 1830, 2nd ed., 1840; The Vatican Censors, op. cit., p. 328).  Questo documento della Chiesa fa sorgere nei ricercatori “gravi dubbi sull di tutte le scritture dei Padri della Chiesa rilasciate al pubblico” (The Propaganda Press of Rome, Sir James W. L. Claxton, Whitehaven Books, London, 1942, p. 182).

Importante per la nostra storia, è il fatto che l’Encyclopaedia Biblica rivela che circa 1200 anni della storia Cristiana sono sconosciuti: “Sfortunatamente, solo pochi dei documenti [della Chiesa] precedenti all’anno 1198 sono stati resi noti”.  Non fu per fortuita combinazione che, in quello stesso anno (1198) Papa Innocenzo III (1198-1216) soppresse tutti i documenti della storia più antica della Chiesa, istituendo gli Archivi Segreti (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. xv, p. 287).  Circa sette secoli e mezzo più tardi, e dopo aver speso qualche anno in quegli Archivi, il Prof. Edmond S. Bordeaux scrisse “How The Great Pan Died” [Come è morto il Grande Pan, NdT].  In un capitolo intitolato “L’unità della Chiesa non è altro che una menzogna retroattiva”, egli disse questo: “La Chiesa retrodatò tutti i suoi ultimi lavori, qualcuno fatto recentemente, qualche altro modificato, qualche altro ancora contraffatto, i quali contenevano l’espresxsione definitiva della sua storia … la sua tecnica è stata di far apparire che la gran parte dei più tardi lavori scritti dagli scittori Cristiani eeano stati composti molto tempo primax, cosicché potrssero divenire prove del primo, secondo e terzo secolo.” (How The Great Pan Died, op. cit., p. 46)

Di conforto alle scoperte del Professor Bordeaux è il fatto che, nel 1587, il Paa Sisto V (1585-90) istituì ufficialmente una divisione Vaticana per l’attività editoriale, e detto con le sue stesse parole, “la storia della Chiesa sarà ora fissata … faremo in modo di stampare per nostro conto” (Encyclopédie, Diderot, 1759).  Documenti del Vaticano rivelano anche che Sisto V spese 18 mesi della sua vita da papa scrivendo personalmente una nuova Bibbia e introdusse nel Cattolicesimo un “Nuovo Insegnamento” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. v, p. 442, vol. xv, p. 376).  La prova che la Chiesa ha scritto la sua propria storia si trova nell’ Encyclopédie di Diderot, e questo spiega il perché Papa Clemente XIII (1758-69) ordinò di distruggerne immediatamente tutti i volumi dopo la pubblicazione nel 1759.

Gli autori dei Vangeli smascherati come impostori

C’è qualcosaltro in questo scenario, ed è documentato nella Enciclopedia Cattolica.  Si comprende la mentalità clericale quando la Chiesa stessa ammette di non sapere chi ha scritto i suoi Vangeli e le Epistole, confessando che tutte quelle 27 scritture del Nuovo Testamento sono nate anonimamente:”Se è così sembra che gli attuali titoli dei Vageli non siano attribuibili agli evangelisti stessi … essi [la raccolta dei testi del Nuovo Testamento] sono provvisti di titoli i quali, benché antichi, non risalgono ai rispettivi autori di quegli scritti.” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. vi, pp. 655-6)

La Chiesa sostiene che “i titoli dei nostri Vangeli non erano intesi per indicare la paternità”, aggiungendo che “l’intestazione … gli fu aggiunta” (Catholic Encyclopedia, Farley ed., vol. i, p. 117, vol. vi, pp. 655, 656).  Perciò essi non sono Vangeli scritti “secondo Matteo, Marco, Luca o Giovanni”, come pubblicamente asserito.  La piena forza di questa confessione svela che non ci sono Vangeli apostolici genuini, e che le scritture illusorie della Chiesa oggi esprimono le vere basi e pilastri della fondazione Cristiana e [della sua] fede.  Le conseguenze sono fatali per la pretesa delle origini divine dell’intero Nuovo Testamento, e svela come i testi Cristiani non abbiano nessuna speciale autorità.  Per secoli, falsi Vangeli hanno minato l’attestazione della Chiesa di autenticità, ora confessata come essere falsa, e questo è la prova che le scritture Cristiane sono interamente ingannevoli.

Dopo anni dedicati alla ricerca sul Nuovo Testamento, il Dr. Tischendorf espresse costernazione per le differenze fra i più antichi e i più recenti Vangeli, ed ebbe difficoltà a compendere…

“…come gli scribi potessero permettersi di apportare qua e là cambiamenti che non erano semplicemente di scelta di parole, ma tali da aver influito materialmente sul vero significato, cosa ancora peggiore, dal non essersi ritratti dal tagliare un passaggio o inserirne uno.” (Alterations to the Sinai Bible, Dr Constantin von Tischendorf, 1863, disponibile alla British Library, Londra).

Dopo anni di conferme della natura artefatta del Nuovo Testamento, un Dr. Tischendorf disilluso ammise che le edizioni moderne “sono state alterate in molte parti” e che “non possono essere accettate come vere” (When Were Our Gospels Written?, Dr Constantin von Tischendorf, 1865, British Library, Londra).

Allora cos’è la religione Cristiana?

Perciò l’importante domanda da fare è: se il Nuovo Testamento non è storico, cos’è?
Il Dr. Tischendorf offrì parte della risposta quando, nelle sue 15,000 pagine di note critiche sulla Bibbia del Sinai, disse che “a quanto pare il personaggio di Gesù Cristo fu il narratore per molte religioni”.  Questo spiega come [alcuni] racconti del poema epico Indiano, il Mahabharata, appaiano parola per parola negli odierni Vangeli (per esempio, Matteo 1:25, 2:11, 8:1-4, 9:1-8, 9:18-26), e perché [alcuni] brani del Phenomena dello statista Greco Aratus di Sicyon (271-213 AC) si ritrovano nel Nuovo Testamento.  Anche [alcuni] estratti dall’Inno a Zeus, scritto dal filosofo Greco Cleanthes (c. 331-232 AC), così come 207 parole dal Thais di Menandro (c. 343-291), uno dei “sette saggi” della Grecia.  Citazioni dal semi-leggendario poeta Greco Epimenide sono messe sulle labbra di Gesù Cristo, e sette brani dal curioso Ode a Giove (c. 150 AC, autore sconosciuto) sono ristampate nel Nuovo Testamento.

La conclusione di Tischendorf convalida le scoperte Vaticane del Professor Bordeaux, che palesano l’allegoria di Gesù Cristo derivato dal mito di Mitra, il divino figlio di Dio (Ahura Mazda) e messia dei primi re dell’Impero Persiano attorno al 400 AC.  La sua nascita in una grotta era attesa dai magi, che seguirono una stella dall’Oriente.  Essi portarono “doni in oro, incenso e mirra” (come in Matteo 2:11) e il neonatofu adorato da pastori.  Egli venne al mondo indossando il cappello mitraico, che i papi imitarono in varie fogge fino al 15° secolo.

Mitra, uno di una trinità, sta ritto su una roccia, emblema della fondazione della sua religione, e fu consacrato [con una unzione] col miele.  Dopo un’ultima cena con Helios e 11 altri compagni, Mitra fu crocifisso su una croce, avvolto in lino, posto in una tomba nella roccia e risorse il terzo giorno attorno al 25 Marzo (il plenilunio dell’equinozio di primavera, un momento che fu allora chiamato Pasqua dopo la dea babilonese Ishtar).  La distruzione fiammeggiante dell’universo era un importante dottrina del Mitraismo, un tempo in cui Mitra promise di tornare personalmente sulla Terra e salvare le anime meritevoli.  I devoti di Mitra partecipavano ad un sacra comunione banchettando con pane e vino, una cerimonia che ha un parallelo nella Eucarestia Cristiana, e la precedette di oltre quattro secoli.

La Cristianità è un adattamento del Mitraismo unito con i principii Druidici dei Caldei, qualche elemento Egizio (il libro pre-Cristiano della Rivelazione era originariamente chiamato I Misteri di Osiride e Iside), fiosofia Greca e vari aspetti dell’Induismo.

Perché non ci sono documenti storici su Gesù Cristo

Non è possibile trovare in nessuna legittima religione o scritti storici, compilati fra l’inizio del primo secolo e fino al quarto secolo, nessun riferimento a Gesù Cristo e agli eventi spettacolari che la Chiesa dice abbiano accompagnato la sua vita.  Questa conferma viene da Frederic Farrar (1831-1903) del Trinity College, Cambridge: “È sorprendente che la storia non abbia conservato per noi nemmeno un indiscutibile o definito motto o circostanza nella vita del Salvatore dell’umanità … non c’è una dichiarazione in tutta la storia che dica che qualcuno abbia visto Gesù o abbia parlato con lui.  Nulla nella storia è più stupefacente del silenzio degli scrittori contemporanei [di Gesù] sugli eventi riportati dai quattro Vangeli.” (The Life of Christ, Frederic W. Farrar, Cassell, Londra, 1874)

Questa situazione nasce da un conflitto fra la storia e i racconti del Nuovo Testamento.  Il Dr. Tischendorf così commenta: “Dobbiamo francamente ammettere che non abbiamo fonti di informazioni sulla vita di Gesù Cristo, oltre alle scritture ecclesiastiche assemblate durante il quarto secolo.” (Codex Sinaiticus, Dr Constantin von Tischendorf, British Library, London)

C’è una spiegazione per quei centinaia di anni di silenzio: la costruzione della Cristianità non iniziò fino a dopo il primo quarto del quarto secolo, e questo è il perché Papa Leone X (morto nel 1521) chiamò Cristo una “favola” (Cardinal Bembo: His Letters…, op. cit.).

Note sull’Autore:

Tony Bushby, Australiano, diviene presto un uomo d’affari e imprenditore.  Ha fondato una attività editoriale di riviste e ha speso 20 anni in ricerche, scrivendo e pubblicando le proprie riviste, soprattutto per l’Australia e la Nuova Zelanda.

Con forti credenze spirituali e un interesse nei sggetti metafisici, Tony ha sviluppato una lunga relazione con molte associazioni e società nel mondo, che hanno collaborato alla sua ricerca mettendo a disposizione i loro archivi.  Egli è l’autore di “The Bible Fraud” (2001; recensito da NEXUS 8/06 [edizione inglese, NdT] con estratti in NEXUS 9/01-03, “The Secret in the Bible” (2003; recensito in 11/02, con estratti, “Ancient Cities under the Sands of Giza”, in 11/03 e “The Crucifixion of Truth” (2005; recensito in 14/03).  Copie di questi libri sono disponibili sul sito web di NEXUS e sul sito Joshua Books all’indirizzo http://www.joshuabooks.com.

Da: http://www.xmx.it/nuovo-testamento.htm

6 Feb

Si finge d’ignorarlo, ma prima dell’Ue l’industria pubblica era la nostra ricchezza

Pubblicato da Nino Caliendo

L’Ue ha trasformato l’Italia in una periferia indigente, senza più sovranità, costretta a elemosinare tasse sempre più soffocanti, col risultato scontato di deprimere l’economia: meno consumi, meno lavoro, meno reddito, erosione dei risparmi, crisi e disoccupazione dilagante, tagli a pensioni e sanità, svendita del patrimonio pubblico. E soprattutto: assenza di futuro, mancanza di alternative all’agonia di un Paese da cui i giovani scappano, non si sposano più, non fanno più figli.

Via libera alla grande privatizzazione (straniera) del Paese, smantellando quello che ne era stato il principale volano economico e occupazionale, l’industria pubblica. 

L’Italia obbedisce, da decenni, a “padroni” stranieri: americani, inglesi, francesi. L’ultimo capitolo, quello del Britannia, tra le macerie di Mani Pulite: via libera alla grande privatizzazione del paese, smantellando quello che ne era stato il principale volano economico, l’industria pubblica. Esecutori: Prodi, Amato, D’Alema, Ciampi, Padoa Schioppa. Ma l’ordine era partito dall’alto, dai dominus internazionali che, per gli affari “regionali”, potevano puntare su affiliati di ferro come Mario Draghi e Giorgio Napolitano. Via i ladri di Tangentopoli: al loro posto, obbedienti servitori per il progetto di sottomissione denominato Unione Europea, che si avvale della politica di rigore indotta dall’euro e imposta a tutti, tranne a banche e multinazionali. Austerity che trasforma lo Stato in una periferia indigente, senza più sovranità, costretta a elemosinare tasse sempre più soffocanti, col risultato – scontato – di deprimere l’economia: meno consumi, meno lavoro, meno reddito, erosione dei risparmi, crisi e disoccupazione dilagante, tagli a pensioni e sanità, svendita del patrimonio pubblico. E soprattutto: assenza di futuro, mancanza di alternative all’agonia di un paese da cui i giovani scappano, non si sposano più, non fanno più figli.

E’ il rimbalzo europeo dell’ondata neoliberista cavalcata da Reagan e Thatcher negli anni ‘80, cui – secondo un economista come Nino Galloni – l’Italia si allineò prontamente, staccando il “bancomat” di Bankitalia (allora retta da Ciampi) dal Tesoro, Massimo D'Alemadi cui era ministro Andreatta, un pioniere delle privatizzazioni. Travolti per via giudiziaria i leader della Prima Repubblica, discutibili e controversi ma arroccati sulla difesa della sovranità nazionale, fonte del loro potere, a rovinare la festa all’ex Pci – unica forza risparmiata da Mani Pulite – irruppe il Cavaliere, che però non andò oltre gli slogan (rivoluzione liberale, meno tasse) e si limitò a congelare la situazione, senza osare sfidare Bruxelles. Proprio gli interessi di bottega (Mediaset, Mondadori) resero Berlusconi vulnerabile, nel 2011, di fronte all’assalto finale della Troika, con l’imposizione del commissario Monti, sorretto anche dal Pd di Bersani fino all’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, norma esiziale che di fatto esautora definitivamente governo e Parlamento privandoli di ogni residua sovranità, rendendo le elezioni puro esercizio rituale, senza efficacia politica.

Dopo Berlusconi, Renzi: altro giro, altro abbaglio. Il suo programma: scritto, come gli altri, sotto dettatura. Consiglieri: Yoram Gutgeld, Marco Carrai, Michael Ledeen. Ispiratori: Tony Blair, e il Ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, con la collaborazione di Larry Fink, patron del maggior fondo d’investimenti del pianeta, BlackRock, a cui Renzi ha regalato una grossa fetta di Poste Italiane, azienda in super-attivo che all’Italia fruttava quasi mezzo miliardo all’anno. La riforma di Renzi? Il Jobs Act, su ordine dell’élite finanziaria, atlantica e tedesca, fanaticamente decisa a imporre ad ogni costo il dogma mercantilista: svalutare il lavoro in Europa per reggere la globalizzazione senza mai mettere a rischio i capitali, ma solo e sempre i lavoratori. Renzi però è caduto sul referendum: voleva una sola Camera elettiva, per un governo con più potere (più efficace, quindi, nell’eseguire direttive esterne senza “complicazioni” democratiche) ma gli italiani gli hanno detto no. Il super-potere, quelle riforme, le vuole. E continuerà a premere, sull’Italia ex-sovrana in balìa dell’euro, con l’arma del ricatto finanziario. Di fronte a elezioni anticipate, non emerge nessun Piano-B. I leader uscenti sono in crisi, gli altri sono deboli o non chiari. Nessuno pare in grado di imporre all’Europa di riscrivere, da cima a fondo, le regole che hanno devastato l’Italia, declassandola da potenza industriale a paese costretto a mendicare aiuti per il terremoto.

Da: Idde Libre

28 Gen

Il “Giorno della Memoria” va dedicato a tutti i genocidi della Storia

Pubblicato da Nino Caliendo

Campo di concentramento e sterminio nazista di Auschwitz

IL GIORNO DELLA MEMORIA DEV’ESSERE DEDICATO A TUTTI I GENOCIDI (PASSATI E ANCORA IN CORSO) PRESENTI NELLA STORIA DELL’UMANITA’.

BASTA CON LE ESCLUSIVE STORICHE!

Premetto che ritengo orrendo il genocidio degli ebrei perpetrato dai nazisti nella seconda guerra mondiale, ma ne condanno la presunta “unicità” al quale si vuole attribuire nella storia, che nella realtà ne ha visti molti altri. Ma, a quanto pare, l’arte del marketing e della propaganda divide i genocidi in quelli di “serie A” e quelli di “serie B”. Anna Frank è la costruita icona della “serie A” dei genocidi (unico, quello nazista nei confronti degli ebrei, gli altri rientrano tutti nella volutamente dimenticata “serie B”). La poveretta morì ad appena 16 anni in un campo di concentramento. Nelle voci enciclopediche è classificata come scrittrice ebreo/tedesca (scrittrice a 16 anni?). In realtà, esiste un solo scritto a lei attribuito (e sottolineo “attribuito”), il famoso Diario. Nei campi di concentramento perirono ben altri ebrei scrittori (veri), ma finiti nel dimenticatoio.
Ma va benissimo ed è giusto che sia così, organizziamo quanti più Giorni della Memoria possibile, conferenze, film, proiezioni e quant’altro possa essere utile per non dimenticare e per lavorare affinché non accada mai più. Però, i milioni di esseri umani massacrati meritano ben altro che azioni di marketing propagandistico che puntano i riflettori soltanto su un unico genocidio.

Sull’argomento: film pluripremiati (alcuni molto meritevoli e altri un po’ più pilotati, con ricchezza di falsi storici, come “La vita è bella” di Benigni), campagne stampa, manifestazioni. Ma mai che si parli degli altri genocidi vissuti dall’umanità, a cominciare dall’Inquisizione della religione cattolica, durata oltre 500 anni, che massacrava (bruciandoli vivi sul rogo) gli oppositori alla sua tirannia, definendoli “eretici”, per passare al genocidio degli Armeni (oltre un milione e 500mila vittime) e a quelli, tutt’ora in corso, dei Curdi e dei Palestinesi, senza dimenticare il massacro (perché di questo si tratta) perpetrato dagli americani a Hiroshima e Nagasaki (oltre 300.000 vittime in pochi istanti, praticamente tutti civili, inclusi anziani, donne e bambini, oltre alle conseguenze che ancora pagano in salute i contemporanei di quei luoghi), senza che sia stata instaurata alcuna “Norinberga” in proposito. E quanti milioni sono stati i nativi americani (i cosiddetti pellerossa) sterminati dagli invasori europei del Nuovo Continente?

Allora, per non dimenticare e per condannare una volta per tutte quello che accade ancora oggi nell’umanità tutta, troviamo il coraggio di mettere a fuoco idonee icone di tutti i genocidi figli della storia contemporanea.
Lo dobbiamo alle vittime che non hanno trovato ancora giustizia almeno morale! Dimostriamo che la democrazia esiste davvero e che tutti gli esseri umani sono uguali, anche nel genocidio, senza creare figli e figliastri, a partire dall’insegnamento scolastico il cui metodo oscurantista deve avere finalmente fine in nome della verità storica.

Nino Caliendo

22 Gen

M5S, il cui vero scopo è “non governare” ma…

Pubblicato da Nino Caliendo

Incoerenza e fellonia conclamata anche da parte dei 5 Stelle, il cui vertice si schiera sottobanco con l’establishment euro-economicida tentando, ancora, di raccontare ai follower e agli elettori italiani la favola bella della rivoluzione gentile a colpi di democrazia diretta via Casaleggio Associati? Se c’è un capolavoro assoluto e perfetto, a cura del potere che ci manipola incessamente da decenni, per un outsider “guerrigliero” come Paolo Barnard è proprio questo: aver storicamente tolto, agli elettori, ogni possibilità di incidere realmente nei destini della comunità, nazionale e internazionale, facendo semplicemente piazza pulita di qualsiasi reale oppositore, di qualsiasi vero antagonista di un sistema che è teleguidato dalla grande finanza paramassonica ma gode del pieno consenso della gran parte del pubblico, sempre passivo, ridotto a massa composita di ex cittadini trasformati in docili spettatori, in semplici consumatori, cui la relativa libertà del web consente di coltivare l’illusione della partecipazione, affidata ai social media e alle riserve indiane, i blog della cosiddetta controinformazione complottistica.

Per Barnard, la politica occidentale è stata scientificamente colonizzata dal potere economico, a partire dagli anni ‘70, sulla scorta del Memorandum Powell tradotto in tutte le lingue, attraverso la Trilaterale dei Kissinger e dei Rockefeller, e declinato in Grillomanuali di propaganda che hanno fatto storia, fino alla “Crisi della democrazia” celebrata nel Vangelo di Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki, per arrivare ai Chicago Boys di Milton Friedman e al Nobel per l’Economia assegnato al grande stratega europeo del governo “illuminato” dell’élite, l’austriaco Friedrick von Hayek. Università, politica, editoria, informazione: un unico grande coro, per dire che il mercato ha sempre ragione, che “non c’è alternativa” (Thatcher), che bisogna rimuovere ogni ostacolo alla finanza speculativa (Bill Clinton). E’ così che la destra economica si è imposta anche sulla sinistra, colonizzando partiti, sindacati e leader, da Massimo D’Alema a Gerhard Schroeder, da Tony Blair a Romano Prodi, per affermare l’ineluttabilità “storica” nel neoliberismo, fino all’ordoliberismo dei super-massoni Angela Merkel, Mario Draghi, Wolfgang Schaeuble, Giorgio Napolitano, Jacques Attali, Jens Weidmann, François Hollande.

Cade Grillo, perdendo la sua residua “credibilità antisistema” proprio mentre si affaccia sugli Usa e sul mondo il nuovo regno del presidente Trump, presentatosi come alfiere del “popolo” contro l’oligarchia? Illusioni ottiche, sostiene l’avvocato Gianfranco Carpeoro, massone e scrittore, esperto di simbologia e studioso del potere come «schema astratto, che “fabbrica” persone utili si suoi scopi». Il super-potere apolide ha rottamato per via giudiziaria la Prima Repubblica italiana, gremita anche di personaggi come Craxi e Andreotti, scomodi per il nuovo vertice europeo che si doveva imporre? Vero, ma i partiti di Craxi e Andreotti «facevano i congressi con i morti, gestendo pacchetti di voti di militanti defunti da tempo». E i cittadini dov’erano? «A casa, come sempre». Rassegnati alla “fine della storia” celebrata dall’ultimo cantore della Trilaterale, Francis Fukuyama. Persuasi della “morte delle ideologie”. Una liberazione? Al contrario: «L’ideologia – sottolina Carpeoro – contiene il futuro: è l’idea di come vorremmo la società fra trent’anni. C’è qualche politico, oggi, che pensa a un orizzonte che vada oltre i sei mesi?».

Carpeoro è uno studioso dei Rosacroce, misteriosi antesignani dell’anarchismo socialista utopico e pre-marxista, le cui prime parole d’ordine sono probabilmente contenute nel manifesto “Fama Fraternitatis”, che nel 1614 chiedeva l’abolizione della proprietà privata e dei confini tra le nazioni. Un mondo migliore, liberato dalla logica del dominio, una modalità di potere la cui comparsa sulla Terra uno studioso come Francesco Saba Sardi fa risalire addirittura al neolitico, con la scoperta dell’agricoltura e l’improvvisa necessità di possedere terre, gestirle, difenderle, conquistarle. Proprio l’esigenza di sudditi, destinati a lavorare e combattere, secondo Saba Sardi partorì “l’invenzione” della religione, da parte del re-sacerdote, come pretesto per l’obbedienza e la sottomissione, da cui – per successiva e ulteriore degenerazione – nacque il Magus, l’uomo del potere che utilizza la conoscenza per manipolare la comunità.

E’ una storia lunga 12.000 anni, con in mezzo imperi e dominazioni, millenni di evoluzione, grandiosi progressi, guerre, rivoluzioni. Per Carpeoro, però, siamo ancora e sempre prigionieri dell’antico cerchio magico, oggi tracciato da Magus di turno: all’interno del cerchio vivono promesse di miracoli, fuori dal cerchio ci minaccia il Nemico. «Rompere il cerchio significa imparare a chiedersi perché, il perché delle cose». Ovvero: «Perché questo sistema prevede che, affinché noi stiamo meglio, altri devono per forza stare peggio?». Il Magus ha una caratteristica invariabile: non rischia mai, davvero. Durante la sanguinosa fase storica della decolonizzazione, nel secondo ‘900, l’ideologia comunista ha partorito personaggi come Patrick Lumumba, Ernesto Che Guevara, Thomas Sankara. Hanno tutti pagato, con la vita, il prezzo delle loro idee. Loro la vedevano, eccome, la proiezione nel tempo della società ideale. Oggi invece – altra epoca, altro millennio – i più restano a casa, con idee a portata di click, limitandosi ad assistere alla caduta del Magus di turno, senza mai mettere in discussione – nella vita quotidiana – il potere che l’aveva creato, per accomodare il pubblico nel suo rassicurante cerchio magico. Poi come sempre il cerchio esplode, come una bolla di sapone, nel lutto degli adepti; il potere invece se la ride, sta già per lanciare l’illusionista che verrà. E’ un copione sempre identico, non fa che ripetersi.

Da: Idee Libre

11 Gen

Omessa consegna posta, cittadino danneggiato: esposto vs Poste Italiane

Pubblicato da Nino Caliendo

Cobas Consumatori

Gentili Utenti, Associati, Simpatizzanti e Organi di Stampa

E’ da molti mesi che la consegna della corrispondenza da parte di Poste Italiane sta subendo ritardi ed omissioni non più tollerabili, con gravi danni alla cittadinanza tutta.

Basti pensare, solo per citare qualche esempio benché non esaustivo, al recapito oltre i termini per il pagamento delle bollette delle utenze, con conseguenti danni economici (interessi di mora, penali, etc) e con il rischio del distacco dell’utenza per morosità (a titolo di esempio: il riallaccio della corrente elettrica ha un costo intorno ai 70 euro), al mancato recapito di riviste, quotidiani e periodici per i quali si è regolarmente corrisposto il prezzo dell’abbonamento, all’avviso di ritiro dell’importo dell’assegno sociale per i cittadini ultrasessantacinquenni non abbienti che hanno dato disposizione all’INPS di corrispondere tale assegno a mezzo domiciliazione presso l’Ufficio Postale, creando così loro grave nocumento attentando alla loro sopravvivenza, etc.

Ma ormai è chiaro che a Poste Italiane, oggi società per azioni ad evidente scopo di lucro, il primario servizio istituzionale per il quale esiste della gestione ed il recapito della corrispondenza non interessa più, preferendo i molto più lucrosi servizi bancari, peraltro goffamente proposti da addetti carenti di formazione, oggi più che operatori al servizio del cittadino diventati piazzisti di merci varie, ricariche telefoniche, fondi d’investimento, polizze assicurative e tutto il resto del “catalogo”. Basta recarsi in un qualsiasi Ufficio Postale a pagare un semplice bollettino per sentirsi invitati a comprare di tutto e di più, nel disinteresse generale per il disagio provocato alla cittadinanza nel recapito tardivo o omesso della corrispondenza.

A seguito dei numerosi reclami giunti da parte di cittadini/consumatori, stamane il nostro responsabile ha depositato presso la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere un esposto denuncia contro l’intera dirigenza (nazionale, regionale, provinciale e locale) di Poste Italiane, ipotizzando il grave reato di interruzione di pubblico servizio e conseguenziali.

Alleghiamo qui il testo dell’atto, invitandovi ad utilizzarne il contenuto ed i passaggi per proporlo a vostra volta alle Procure competenti per territorio a seconda della località nella quale vivete.

Cordialmente.

10/01/2017                                                                                               Cobas Consumatori                                                                  

All’Ecc.mo Sig.  PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

presso il Tribunale di S. Maria Capua Vetere

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Atto di esposto e di  contestuale denuncia/querela

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Il presente atto ha lo scopo di porre all’attenzione dell’Ecc.mo Sig. Procuratore della Repubblica adito accadimenti che si inseriscono nella insostenibile e non più tollerabile mala gestio di servizi di pubblica utilità, nella fattispecie il recapito della corrispondenza da parte di Poste Italiane, affinché vengano effettuati gli opportuni accertamenti, nonché venga valutata la sussistenza di eventuali profili di penale rilevanza di specifici fatti dedotti.

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 Il sottoscritto —————, nato a ——— il ————– e residente a ——– in Via————-, tel. —–, fax ———–, e-mail: —————, PEC: ————————–, elettivamente domiciliato all’indirizzo di residenza sopraindicato,

ESPONE QUANTO SEGUE

Descrizione degli accadimenti

Da qualche mese, nella città di Caserta in generale ed in particolare nella zona del primo tratto del Viale ———– (lato limitrofo a Via ——————), si sta verificando la mancata consegna della corrispondenza da parte di Poste Italiane. Per la precisione, il postino fa il suo giro, che dovrebbe essere giornaliero, dopo lunghi lassi di tempo, talvolta anche a distanza di oltre una settimana. E’ facile dedurre l’entità dell’accumulo della corrispondenza presso i centri di smistamento postale e la sua consistenza in termini di stoccaggio.

Inoltre, si annota la frequentissima mancata consegna di stampe, giornali, libri, nonché di semplice corrispondenza pubblicitaria o anche della posta ordinaria (oggi equiparata alla posta prioritaria e dall’elevato costo minimo di 95 cent/euro, pari a circa 1.840 lire, più o meno 2.000 lire).

Da mesi, le bollette delle utenze, quando e se vengono recapitate, spesso sono già scadute ed in casi estremi si verifica la loro consegna anche successivamente al ricevimento della diffida al pagamento a mezzo raccomandata da parte del gestore dell’utenza o al distacco della fornitura per morosità.

Danni per il cittadino

E’ di tutta evidenza come l’interruzione di un servizio, così importante e irrinunciabile quale il recapito postale della corrispondenza, provochi seri danni al sottoscritto ed agli altri cittadini interessati: basti pensare, come già riportato in precedenza e solo per citare qualche esempio benché non esaustivo, al recapito oltre i termini per il pagamento delle bollette delle utenze, con conseguenti danni economici (interessi di mora, penali, etc) e con il rischio del distacco dell’utenza per morosità (a titolo di esempio: il riallaccio della corrente elettrica ha un costo intorno ai 70 euro), al mancato recapito di riviste, quotidiani e periodici per li quali si è regolarmente corrisposto il prezzo dell’abbonamento, all’avviso di ritiro dell’importo dell’assegno sociale per i cittadini ultrasessantacinquenni non abbienti che hanno dato disposizione all’INPS di corrispondere tale assegno a mezzo domiciliazione presso l’Ufficio Postale, creando così loro grave nocumento attentando alla loro sopravvivenza, etc.

Ma ormai è chiaro che a Poste Italiane, oggi società per azioni ad evidente scopo di lucro, il primario servizio istituzionale per il quale esiste della gestione ed il recapito della corrispondenza non interessa più, preferendo i molto più lucrosi servizi bancari, peraltro goffamente proposti da addetti carenti di formazione, oggi più che operatori al servizio del cittadino diventati piazzisti di merci varie, ricariche telefoniche, fondi d’investimento, polizze assicurative e tutto il resto del “catalogo”. Basta recarsi in un qualsiasi Ufficio Postale a pagare un semplice bollettino per sentirsi invitati a comprare di tutto e di più, nel disinteresse generale per il disagio provocato alla cittadinanza nel recapito tardivo o omesso della corrispondenza.

Diritto

La mancata consegna della corrispondenza o i ritardi nel recapito di lettere, fatture, pacchi, etc, ad avviso del sottoscritto, potrebbero configurare la fattispecie di “Interruzione di pubblico servizio”, che punisce chi “cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità” (art. 340 c.p.). Peraltro, tutto questo, da parte di Poste Italiane, viene ordito in dispregio della sua stessa “Carta della qualità del servizio postale universale” (In conformità al D.Lgs 261/99), ampiamente disattesa, la quale avrebbe l’obiettivo dichiarato per gli invii sul territorio nazionale (escluso sabato e festivi) per la posta prioritaria (in pratica oggi la c.d. posta ordinaria) di un giorno per l’89% degli invii e di tre giorni per il 98%, per la posta raccomandata consegna in tre giorni lavorativi più quello di spedizione per il 92,5% degli invii e consegna in cinque giorni lavorativi più quello di spedizione per il 98% degli invii. E così via per tutti gli altri prodotti di corrispondenza.

Altresì, nell’attuale situazione, il mancato recapito di corrispondenza o la sua dispersione potrebbe anche sommersamente configurarsi nel reato previsto dall’art. 619 c.p.

Inoltre, qualora si evidenziassero i suddetti reati, va annotato che, nella filiera della consegna della corrispondenza a mezzo Poste Italiane, oltre che del legale rappresentante p.t., le responsabilità sarebbero sommabili nelle varie figure di dirigenti e quadri (locali, regionali o nazionali), i quali di fronte ad un reato di carattere penale ometterebbero di denunciarlo alla Pubblica Autorità (artt. 361 e 362 c.p.), rendendosene in questo modo “complici”.

PQM

Per tutto quanto sopra, il sottoscritto chiede che l’Ecc.mo Sig. Procuratore della Repubblica adito voglia disporre gli opportuni accertamenti in ordine ai fatti esposti in narrativa, valutando gli eventuali profili di illiceità penale degli stessi e, nel caso, individuare tutti i possibili responsabili nella filiera della gestione e del recapito della corrispondenza postale e procedere nei loro confronti.

Allorché fosse necessario ai fini della procedibilità, il presente atto è da intendersi regolare

ATTO DI DENUNCIA/QUERELA

contro coloro che risulteranno responsabili di fatti di reato, per i quali si chiede espressamente la punizione penale ai sensi di legge.

Chiede di essere avvisato ex art. 406 c.p.p. in caso di richiesta di proroga delle indagini preliminari ed ex art. 408 c.p.p. in caso di richiesta di archiviazione.

Con osservanza.

09/01/2017                                                                                                                  Firma             

10 Gen

A chi fanno gioco le azioni di Grillo per il suicidio dei 5 Stelle?

Pubblicato da Nino Caliendo

Eh già, c’è chi decide di suicidarsi buttandosi giù da un ponte. E chi prendendo le decisioni sbagliate nel momento più sbagliato, dimostrando una miopia politica così clamorosa da chiedersi se sia davvero solo il frutto di un errore di valutazione o se invece non sia voluta, con estrema e raffinata perfidia, per distruggere il Movimento 5 Stelle. Mettiamo in fila gli elementi. Il M5S ha combattutto una battaglia durissima contro il sistema; il suo fondatore e vera mente politica, Gian Roberto Casaleggio, è stato oggetto di attacchi durissimi e personali, che lo hanno sfiancato nella salute, con un epilogo drammatico. Dopo la scomparsa di Casaleggio, il mondo ha iniziato a cambiare. Da tempo il Movimento 5 Stelle si era schierato all’Europarlamento con lo “scandaloso” Farage, considerato per anni poco più che un velleitario buffone. Ma Farage ha guidato la Gran Bretagna alla Brexit. Nel frattempo i pentastellati conquistano due grandi città italiane, Roma e Torino. Negli Stati Uniti vince contro ogni pronostico Trump, spostando il baricentro degli interessi degli Usa su posizioni molto più vicine a quelli di movimenti alternativi di protesta (sì, i cosiddetti “populisti”) come il M5S e la Lega di Salvini. Il 4 dicembre questi stessi partiti guidano la campagna referendaria che si risolve con un Ko clamoroso di Renzi.

Il mondo sembra volgere dalla loro parte. E infatti da Washington arrivano segnali incoraggianti. Notate bene: Nigel Farage, pur essendo britannico, è uno dei pochi politici di cui Trump si fida; è l’uomo che, sulle vicende europee, può sussurrare Beppe Grilloall’orecchio del presidente eletto. Un’occasione propizia per chi è sempre stato amico di Farage. Lo capiscono tutti. Proprio sabato 7 gennaio sul quotidiano “La Stampa” esce un retroscena molto interessante, intitolato “Dai migranti al terrorismo, Trump cerca un alleato in Italia per rilanciare l’alleanza con gli Usa”, in cui vengono riportate le indiscrezioni di due collaboratori presidenziali. I quali spiegano che «è chiaro che Trump sia contento del risultato referendario alla luce dei discorsi e delle dichiarazioni fatte in passato non solo sull’Italia ma anche in merito alla Brexit. Tutti i suoi consiglieri, a partire da Steve Bannon che è molto vicino alla politica europea, consideravano il “no” come un primo passo verso un processo di ricollocazione dell’Italia, una sorta di distacco, non nel senso di uscita dall’Unione Europea, ma di presa di distanza dagli schemi conformisti di un certa politica e di una certa Europa».

«Un passaggio verso la strada del popolarismo che privilegia l’economia reale, il lavoro, la realpolitik e l’allontanamento dall’ideologia conformista che sta decretando il fallimento del progetto europeo così com’è». Quei consulenti assicurano che Trump vuole «individuare il giusto interlocutore con cui l’amministrazione americana dovrà interloquire per rilanciare i rapporti con lo storico alleato». In un’Unione europea di cui non hanno fiducia, perlomeno non di quella che ha governato finora: «Alcune settimane fa ho incontrato Farage e abbiamo discusso della situazione in atto: quello che sta avvenendo in Europa è un processo storico, il baricentro si sta spostando dalla parte della gente, in Italia, in Francia e in Germania», afferma il generale Paul Vallely, secondo cui «il popolo sta prendendo coscienza della propria sovranità, di essere la spina dorsale di nazioni indipendenti che non devono per forza essere parte di un movimento globalista e globalizzante. E questa è un Trumpottima cosa, per l’Italia ad esempio si è compiuto un passo nella direzione che favorisce la gente. Siamo contenti».

Secondo il veterano, allo stato attuale le nazioni europe non hanno l’obbligo di essere parte di una entità sovranazionale come la Ue che ha dimostrato – specie in alcuni specifici casi come l’Italia – di «esigere più di quanto offra». «Non mi sembra che Bruxelles abbia fatto molto per i popoli europei fuorché creare una burocrazia pesante comandata dai soliti noti. Sta emergendo una nuova visione dell’Europa e con questo passo ci saranno interessanti scenari di cooperazione con l’America di Trump». Musica per le orecchie innanzitutto di Salvini e della Meloni, che sono sempre stati su queste posizioni. Ma anche di Grillo, che in passato non ha esitato a sparare sulla Ue e sulla globalizzazione e ad allearsi con Farage. La strada sembra spalancata per un atteso e fino alla scora primavera insperato sdoganamento internazionale. E il Movimento 5 Stelle cosa fa? Anziché mettersi in scia e godersi il momento, cambia improvvisamente rotta proprio a Bruxelles. Abbandona lo Ukip per Foaallearsi con l’Alleanza liberale del belga Verhofstadt, le cui idee sono antitetiche a quelle di Grillo e di Farage: pro Ue, pro globalizzazione; insomma un gruppo che affianca l’establishment che ha governato finora. Grillo, incredibilmente, scende dal carro del vincitore. E contraddice se stesso, la propria storia, la propria identità.

Lo fa anche nei modi peggiori: lanciando senza preavviso e senza dibattito una consultazione interna nel week-end dell’epifania. E ottenendo il risultato più ovvio: quello di spaccare il Movimento, di disamorare la base e molti sostenitori, di incrinare i rapporti con Farage e con Trump per abbracciare quell’establishment e quei poteri forti che ha sempre dichiarato di voler combattere. Harakiri. Un’ottima notizia per Salvini e la Meloni, che immagino, non mancheranno di ringraziare Grillo. Ma anche e forse soprattutto, per quell’establishment che da un decennio cerca il modo di spaccare il Movimento, senza mai riuscirci, almeno finchè era in vita Casaleggio. Sono passati pochi mesi ed è bastata una trattativa segreta a Bruxelles per raggiungere quell’obiettivo. Chissà se chi l’ha voluta e l’ha ideata ne è consapevole.

Marcello Foa, “Grillo ha deciso di suicidarsi. Chiedetevi: a chi conviene?”, dal blog di Foa sul “Giornale” del 9 gennaio 2017

Da Idee Libre

10 Gen

Movimento 5 Stelle e il disastro delle contraddizioni di Grillo

Pubblicato da Nino Caliendo

Grande è il disordine sotto il cielo dei 5 stelle, ma la situazione è tutt’altro che eccellente. Dopo un negoziato tenuto rigorosamente nascosto, è stato annunciato che i deputati del M5s sarebbero passati dal gruppo antieuropeista -con l’Ukip e Afd- al gruppo ultraeuropeista dei liberali.

In quattro e quattr’otto è stata organizzata una consultazione on line (con la partecipazione non oceanica di poco meno di un terzo degli iscritti) che ha approvato con il 78% la decisione. Ma la cosa non è servita a molto, perché, neppure sei ore dopo, erano i liberali a rifiutare di ratificare l’accordo siglato il 6 gennaio dal capogruppo M5s Borrelli e dal capogruppo liberale Guy Verhofstadt e tutto è andato per aria.

Leggendo il testo del “contratto prematrimoniale” (reso pubblico da un redattore di radio radicale e consultabile sill’Hp) si capisce una cosa: che i 5 stelle, il 17 gennaio pv, avrebbero votato per Verhofstadt quale prossimo Presidente del Parlamento europeo ed in cambio sarebbero stati ammessi nel gruppo liberale, ottenendone la vice presidenza e, qualora fosse stato possibile, anche una vice presidenza dell’Assemblea di Strasburgo, oltre alla divisione dei fondi e del personale. Una volta queste cose si chiamavano “mercato delle vacche” in perfetto stile Dc.

L’operazione è saltata, ma per la decisione dei liberali, mentre i 5 stelle hanno ricavato un disastro di immagine. La cosa può sorprendere ma ha una sua logica e va inquadrata in un contesto di dichiarazioni, gesti, decisioni che dura da almeno sette mesi.

A maggio Luigi Di Maio fece un viaggio in giro per l’Europa, con l’evidente intento di tranquillizzare gli ambienti politici d’oltralpe su un’eventuale ascesa al governo del M5s e non mancarono ammiccamenti in tema d’Euro (del tipo “non mi sento più tanto antieuropeista”). La campagna per le amministrative, l’estate, i problemi della giunta Raggi, la campagna referendaria hanno gettato la sordina sul tema Euro.

Nei primi di dicembre Di Battista lanciava, un po’ estemporaneamente, la proposta di un referendum sui nostri rapporti con la Ue, ma la cosa era lasciata cadere e nessuno prendeva le difese di “Dibba” di fronte alla gragnuola di insulti dei mass media e dei partiti che lo accusavano di non conoscere la Costituzione che vieta i referendum in materia di trattati (ma “Dibba” aveva detto altro e su questo abbiamo scritto).

Poi c’è stata una raffica di decisioni di Beppe Grillo apparentemente slegate fra loro: il salvataggio in extremis della Raggi dopo i casi Muraro e Marra, la dichiarazione sul rimpatrio immediato degli immigrati irregolari (come se sapessimo quale è il loro paese d’origine!), la svolta in materia di avvisi di garanzia, il discorso di fine anno.  Intendiamoci, tutti atti perfettamente leciti (anche se qualcuno discutibile, come quello sugli immigrati irregolari al solito accomunati ai terroristi) e qualcuno perfettamente condivisibile (come quello sull’avviso di garanzia), ma il senso politico complessivo è quello di dimostrare che il M5s è una forza responsabile, persino moderata, quando occorre, che può andare tranquillamente al governo senza provocare sconquassi.

Nel M5s c’è un processo di lenta trasformazione in forza di governo, che rimuove i suoi tratti di forza “antisistema”. E il tentato passaggio all’Alde, è stato lo sbocco naturale. Accreditarsi come forza moderata (adesso capiamo il senso del “né di destra né di sinistra”: perché forza “di centro”) e rimuovere l’immagine antieuropeista.

Per la verità, il regista dell’operazione, il capogruppo Borrelli (che si è guardato bene dal darne notizia ai suoi parlamentari, esattamente come ha fatto il suo interlocutore Verhofstadt) non ha mai nascosto il suo “europeismo” e il suo giudizio ostile ad ogni abbandono dell’Euro, sino ad incassare l’apprezzamento di Mario Monti. Dunque si pone il problema di definire, una volta per tutte, quale sia la posizione del M5s sull’Euro, se c’è una revisione della posizione che era di Roberto Casaleggio (ed anche di Beppe Grillo per quel che ricordo), lo si dica apertamente, magari dopo una adeguata discussione seguita dal voto degli iscritti.

C’è poi un altro punto da chiarire: il nodo di eventuali accordi con altre forze politiche. Non sono mai stato favorevole al “noi non ci alleiamo con nessuno” ed ho sempre detto che in politica gli accordi sono necessari, però che lo si dica e si fissino i criteri con cui li si può concludere .

Questa sciagurata vicenda fissa un precedente: dopo che stavi per fare addirittura un gruppo comune con una forza politica basato solo su una spartizione (con l’Ukip, almeno, c’era il comune terreno dell’opposizione alla Ue) come potrai declinare una proposta di accordo di altra forza politica in Italia, opponendo il solito “noi non facciamo accordi con nessuno”?

Quanto poi alla questione dei soldi, qualcuno dovrebbe spiegarmi perché in Italia il M5s rifiuta il finanziamento pubblico, mentre poi lo cerca affannosamente in Europa, al punto di includerlo fra le motivazioni di un accordo così singolare.

Il tutto poi con questo clima clandestino da loggia carbonara: altro che diretta streaming e trasparenza, qui si è firmato un accordo senza che ne sapessero nulla neanche i deputati del M5s e quelli liberali che avrebbero dovuto fare gruppo insieme: vi sembra normale?

C’è poi la questione di questa fregola governativa che ha preso il M5s. Personalmente non capisco perché ci sia tanta fretta di cingere la corona governativa in un biennio (tanto durerà la prossima legislatura) durante il quale non si tratterà di una corona di alloro, quanto di una corona di spine: pensateci cari amici del M5s.

Infine: il disastro di immagine di questa storia è troppo evidente perché se ne debba dire, però voglio lasciarvi con un consiglio: Borrelli è un ottimo imprenditorie, indiscutibilmente bravo; dopo questo brillante esito della sua strategia credo che non si possa provare ulteriormente l’azienda del suo talentuoso capo. Non vi sembra il caso di restituirlo subito al lavoro che sa fare meglio?

Dal Blog di Aldo Giannuli

10 Gen

Grillo, tra “Euro sì” ed “Euro no” e giochi Ue, decreta la fine dei 5 Stelle

Pubblicato da Nino Caliendo

C’è qualcosa di sinistro, in quella che sembra l’anteprima del possibile suicidio programmato del Movimento 5 Stelle, dopo il boom elettorale del 2013 che aveva punito l’esanime Bersani e lo stra-rottamato Berlusconi, entrambi reduci dal catastrofico sostegno al governo Monti-Troika, con l’ultra-rigore dei tagli sanguinosi alla spesa, il massacro sociale, la legge Fornero, il pareggio di bilancio in Costituzione. «Noi non siamo contro l’euro», chiarì Gianroberto Casaleggio intervistato da Travaglio alla vigilia delle europee 2014, come se si potesse stare all’opposizione del sistema in Italia ma non in Europa. Non fidatevi dei 5 Stelle, ammonì ripetutamente Paolo Barnard, che ai neo-parlamentari pentastellati aveva invano offerto un Piano-B per l’Italia (recupero di sovranità finanziaria) attraverso il team internazionale di economisti democratici guidato da Warren Mosler. Nemmeno tre anni dopo, si scopre che Grillo – dopo aver verbalmente “divorziato” dall’euro – ha manovrato segretamente al Parlamento Europeo per imbucare i 5 Stelle tra i massimi sostenitori dell’euro-establishment, per il giubilo dello stesso Monti.

State attenti a Luigi Di Maio, avvertì nei mesi scorsi l’avvocato e saggista Gianfranco Carpeoro, quando la stella di Renzi si stava chiaramente appannando: «Se cade il premier, il potere ha già scelto Di Maio come suo successore, con la benedizione L'economista Nino Gallonidegli Usa, delle cui sedi diplomatiche il leader grillino è assiduo frequentatore». Da 5 Stelle a “stelle e strisce”, «attraverso i rapporti che legano Grillo a un personaggio come Michael Ledeen, che proviene da settori della massoneria reazionaria collegata all’intelligence». A Roma, prima di sprofondare negli imbarazzi dell’immobile giunta Raggi, i 5 Stelle avevano rifiutato – dopo averla pubblicamente apprezzata – la proposta “rivoluzionaria” avanzata dall’economista Nino Galloni: fare della capitale un avamposto dimostrativo e strategico per la rinascita della sovranità italiana, devastata dall’élite globalista pro-euro con la complicità della vera super-casta, quella non colpita da Tangentopoli.

La candidatura di Galloni, propugnata dal massone progressista Gioele Magaldi, avrebbe rappresentato una sfida aperta ai registi della storica de-industrializzazione del paese, ormai sottomesso alla Germania, a sua volta ridotta a spietato guardiano di un’Europa programmaticamente in declino, da “smontare” dall’interno, scoraggiandone l’indipendenza e la proiezione economica verso la Russia. Se Alexis Tsipras è stato demolito da Bruxelles e “Podemos” non fa più paura a nessuno, a inquietare i dominus Ue del dopo-Brexit è soprattutto Marine Le Pen. In ogni modo – anche con le recenti missioni diplomatiche dello stesso Di Maio – i 5 Stelle hanno rimarcato la loro distanza sostanziale da qualsiasi prospettiva “eversiva”, rispetto all’ordoliberismo euro-teutonico fondato sulla mortificazione della spesa strategica, quindi sui tagli che producono solo crisi e disoccupazione. Dai 5 Stelle, nessuna vera ricetta alternativa: solo la proposta di irrobustire gli ammortizzatori sociali con il “reddito di cittadinanza”, da finanziare unicamente con tagli “intelligenti” alla spesa, senza cioè intaccare il sistema, basato sul principio – aberrante – del rigore “istituzionale” imposto dall’Ue.

Nel movimento-fenomeno creato in modo spettacolare da Grillo e gestito per via telematica, con consultazioni on-line ma senza congressi né confronti tra linee apertamente divergenti, le illusioni dell’“uno vale uno” hanno rivelato, in controluce, tutt’altra realtà: a suon di espulsioni e “scomuniche”, è emersa una versione 2.0 del “centralismo democratico” togliattiano, un nuovo unanimismo con in più una vocazione – piuttosto leninista – a non rivelare mai, apertamente, il vero obiettivo strategico: la Grillo con Casaleggiologica sembra quella dei continui sacrifici democratici, l’antica perenne autocensura richiesta alla base, in nome del bene supremo e quasi fideistico, il Sol dell’Avvenire. Finora, come riconosce anche il mainstream, il “format” 5 Stelle ha funzionato benissimo, se non altro come formidabile “gatekeeper” per drenare e canalizzare il dissenso, contenendolo nei binari della prassi democratica. Ma a che prezzo? E a vantaggio di chi?

La lucidità del “popolo grillino” può dover fatalmente fare i conti con la passione fisiologica che pervade ogni genuina tifoseria, specie se assediata da avversari sleali, laddove si pretende che le proprie pecche siano sempre deformate, ingigantite e strumentalizzate dal perfido nemico, diabolico per definizione. Ma i soliti implacabili sondaggi (ovviamente gestiti dallo stesso subdolo mainstream) già si divertono a rilevare uno smottamento dei consensi, a partire dall’agonia romana per arrivare all’harakiri di Strasburgo. L’inizio della fine? Di fatto, quasi un elettore italiano su tre ha manifestato ripetutamente – votando 5 Stelle – la propria volontà di radere al suolo un sistema letteralmente marcio, chiedendo essenzialmente aria pulita. Il calo della “pazienza” di molti elettori può dunque annunciare l’imminente tramonto di una leadership solo in apparenza democratica, ma in realtà di sapore sovietico? E il disastro del Parlamento Europeo – con gli stessi liberali ultra-euro che, in extremis, sconfessano il patto segreto con Grillo – costringerà il “popolo” pentastellato a domandarsi, finalmente, che Europa vuole e come intende arrivarci, per mettere in sicurezza l’Italia, cestinando i comodi slogan tattici dei vari Di Battista contro le piccole caste e il piccolo malaffare delle banche?

Da: Idee Libre

23 Dic

Auguri!

Pubblicato da Nino Caliendo

Auguri a tutti per un sereno Natale ed uno strepitoso 2017

 

17 Dic

Londra: fuori dall’UE e con una moneta sovrana è impossibile fallire per il debito

Pubblicato da Nino Caliendo

Tra i fatti che ci mettono proprio un’eternità per essere capiti, eccone uno: i paesi che si indebitano nella propria valuta non saranno mai costretti a fare default sul debito. Nei mesi appena trascorsi abbiamo avuto un’ulteriore prova di questo fatto. Quando il Regno Unito stava per votare nel referendum sulla propria appartenenza all’Unione Europea, alcuni investitori e analisti hanno messo in guardia sul fatto che gli stranieri, spaventati, avrebbero potuto sbarazzarsi dei titoli del debito pubblico britannico, facendo così impennare i costi di finanziamento per il governo. Avevano torto. Il giorno dopo la Brexit il valore di quei titoli è aumentato del 3,5%. Di recente, una svendita dei titoli ha spinto molti – di nuovo – a sostenere che gli investitori stranieri stavano fuggendo dal paese. Dato che essi detengono circa un quarto del mercato attuale, perfino il ministero del Tesoro britannico ha affermato che sarebbe stato un serio problema. Ma i dati pubblicati lunedì mostrano che gli investitori non-residenti nel Regno Unito a settembre detenevano un valore netto totale di 13,2 miliardi di sterline in titoli, cioè il valore massimo da quasi un anno a questa parte.

Nel corso del mese di ottobre, il valore dei titoli, che si muove in direzione opposta rispetto al valore dei rendimenti, è sceso di oltre il 5%. Nel mese successivo al referendum le vendite nette ammontavano a soli 4,4 miliardi di sterline, un valore che sta Sterlinaassolutamente all’interno delle tipiche oscillazioni mensili. È vero che quelli che hanno comprato i titoli a settembre ci hanno rimesso, a causa dell’ampia svendita che è avvenuta in ottobre – cosa di cui i nuovi dati riferiti a settembre non tengono conto. Ma non c’è nessun segnale del fatto che gli investitori stranieri siano in qualche modo preoccupati per i titoli del debito pubblico britannico dopo la Brexit. Ma dunque, come sono variati gli asset britannici dopo lo shock della Brexit? Risposta: dato che la sterlina stessa si è svalutata, non ce n’è stato bisogno. Gli asset britannici sono diventati automaticamente più convenienti da comprare per gli stranieri, fornendo così un ammortizzatore per i mercati.

I dati mostrano che non c’è stato nessun particolare deflusso dalla Gran Bretagna – piuttosto, gli stranieri si sono limitati a ridefinire il valore della sterlina. Pertanto, anche se alcuni stranieri possono sbarazzarsi dei titoli, è improbabile che questi restino svalutati a lungo. Ciò perché la Gran Bretagna è un paese sviluppato con mercati finanziari liquidi, che può emettere debito nella propria valuta. A differenza della Grecia o della Spagna, che possono certamente esaurire gli euro, la Gran Bretagna potrà sempre emettere le proprie sterline. Inoltre non deve affrontare gli stessi problemi di molti paesi emergenti, Londrache spesso si indebitano in valuta straniera perché non posseggono un sistema finanziario funzionale, o perché hanno governi instabili che decidono di dichiarare default per motivi politici.

Benché l’indipendenza delle banche centrali – una scelta che sono i paesi stessi a fare – venga spesso sottolineata come contro-argomento rispetto all’idea che i paesi che emettono la propria valuta non siano obbligati a fare default, le loro operazioni nei mercati valutari avvengono tramite titoli di Stato, assicurando ai titoli pubblici un mercato liquido e stabile. Di fatto il ruolo delle banche centrali è sempre stato intimamente connesso alla gestione del debito pubblico. I programmi di quantitative easing lo hanno reso ancora più evidente: la Banca d’Inghilterra possiede oggi più o meno un terzo del mercato dei circa 1.500 miliardi di sterline di titoli. Anche nell’Eurozona la Banca centrale europea ha mostrato di avere il potere di mettere fine alle svendite di titoli. Per decenni le agenzie di rating hanno ammonito sui pericoli del sempre crescente debito pubblico Jon Sindreu, analista del Wall Street Journalgiapponese, eppure la compravendita di titoli pubblici giapponesi resta sempre a livelli record.

Nelle interviste ben pochi investitori hanno detto di avere avuto in mente il rischio di credito quando hanno deciso di vendere titoli il mese scorso – la loro preoccupazione era piuttosto che la caduta della sterlina avrebbe spinto la Banca d’Inghilterra ad una reazione eccessiva. Dato che i titoli del debito pubblico sono sicuri tanto quanto il contante – se non di più – il loro valore dipende  principalmente dalle aspettative sulle azioni della banca centrale. È ora chiaro che il valore dei titoli del Regno Unito ha per lo più seguito quello dei titoli di altri paesi del mondo sviluppato, che si sono attestati a livelli massimi a causa della diffusa aspettativa che i decisori politici avrebbero fornito meno stimolo monetario da ora in avanti.

Jon Sindreu, “Il Regno Unito non potrà mai esaurire le sterline”, dal “Wall Street Journal” del 31 ottobre 2016, tradotto da “Voci dall’Estero

Da: Idee Libre