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17 Ott

La tesi di laurea di Mario Draghi? “L’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”

Pubblicato da Nino Caliendo

Un italiano vide prima di ogni altro, in Europa, il pericolo del neoliberismo: si chiamava Federico Caffè, e scomparve nel nulla – come un altro grande connazionale, Ettore Majorana. Il professor Caffè, insigne economista keynesiano, sparì di colpo la mattina del 15 aprile 1987. L’ultimo a vederlo fu l’edicolante sotto casa, da cui era passato a prendere i quotidiani. Tra gli allevi di Caffè si segnalano l’economista progressista Nino Galloni, il professor Bruno Amoroso (a lungo impegnato in Danimarca) e un certo Mario Draghi, laureatosi con una tesi sorprendente: titolo, “l’insostenibilità di una moneta unica per l’Europa”. Poi, come sappiamo – e non solo per Draghi – le cose sono andate in modo diverso. Chi però aveva intuito su quale pericolosa china si stesse sporgendo, la nostra società occidentale, fu proprio Federico Caffè, scrive l’economista e sociologo Michele Cangiani, docente universitario a Bologna e Venezia, nel volume “Stato sociale, politica economica, democrazia”, appena uscito per Asterios. Trent’anni fa, riconosce Cangiani, proprio Caffè «individuò le tendenze della trasformazione neoliberale», anche se allora «non poteva immaginare quanto oltre, nel tempo e in profondità, essa sarebbe andata».

Solo in seguito, continua Cangiani nell’anticipazione del suo saggio, pubblicata su “Sbilanciamoci”, si è dovuto prendere atto che il “pensiero unico”, denunciato dallo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet nel 1995, aveva tolto l’ossigeno vitale all’interesse bblico, alle nostre comunità nazionali. La finanza, privata e pubblica («dalle manovre sui tassi d’interesse ai debiti spesso contratti per favorire affari privati o soccorrere banche in difficoltà») ha continuato a «provocare cambiamenti reali della struttura economica e sociale fino ai nostri giorni, approfittando anche della crisi, iniziata nel 2007 proprio come crisi finanziaria». Anziché un metodo efficiente di finanziamento delle imprese, Caffè considerava le “sovrastrutture finanziarie”, Borsa compresa, come causa di “inquinamento finanziario” e di costi sociali, fino a denunciare il dominio della grande finanza internazionale nell’epoca neoliberista. Caffè «sottolinea il problema dell’aumento dell’attività finanziaria, del rischio insito nelle sue distorsioni e anche semplicemente nel gonfiarsi del credito». Le rendite – che a suo parere, ricalcando Keynes, sono la prova di una «inefficienza sociale» – gli appaiono connaturate con «la struttura oligopolistica del sistema creditizio-finanziario».

Spiega Cangiani: «I paesi periferici non petroliferi, indotti a indebitarsi rovinosamente, hanno subito una crisi senza precedenti, come effetto delle misure di “aggiustamento strutturale” imposte dal Fmi negli anni Ottanta e, in generale, di un’economia “usuraia”». La stessa politica, cioè «la cosiddetta austerità e le cosiddette riforme strutturali», è continuata negli anni Novanta, con gli stessi disastrosi risultati. Intanto gli Usa, con il presidente Clinton, continuavano a indicare la stessa rotta, «riducendo la spesa per il welfare e portando a termine la deregolamentazione delle attività finanziarie». Il piano per salvare il Messico dal fallimento alla fine del 1994, ricorda Cangiani, fu elaborato da Fmi e Usa «per proteggere gli investitori stranieri, in maggioranza nordamericani, ma comportò la limitazione della sovranità del Messico, con il controllo del suo bilancio e un’ipoteca sull’esportazione del suo petrolio». I paesi del Sudest asiatico e la Corea furono colpiti dalla crisi finanziaria del 1997 e dalla conseguente recessione, mentre la pressione del debito estero (insieme con la decisione di stabilire un cambio alla pari tra peso e dollaro) portarono alla rovina l’economia dell’Argentina, «predisponendo la svalutazione e il saccheggio delle sue risorse, in particolare delle attività possedute dallo Stato».

Il debito e il cambio alla pari fra le rispettive monete, aggiunge Cangiani, erano stati fattori decisivi nel processo di riunificazione del 1990 delle due Germanie – ovvero di annessione dell’una da parte dell’altra – e per la ex Ddr ebbero conseguenze simili a quelle subite in seguito dall’Argentina. «Questi precedenti avrebbero dovuto suscitare almeno qualche dubbio sul progetto di unificazione europea e in particolare sulla moneta unica», osserva Cangiani. In un articolo del 1985, Federico Caffè aveva indicato alcuni punti critici, fondamentali e sottovalutati. A suo avviso, l’integrazione europea avrebbe dovuto adottare «idonee e coordinate misure di politica economica» contro la disoccupazione e la disuguaglianza. La futura Ue avrebbe dovuto controllare la domanda globale e amministrare l’offerta complessiva, disciplinare i prezzi e i consumi energetici. Inoltre, aggiungeva Caffè, se ogni paese aderente alla zona di libero scambio potesse decidere la propria tariffa nei confronti di paesi terzi, sarebbe più facile limitare il dominio di uno degli Stati membri sugli altri. Il problema, diceva, è se si realizzerà «un’intesa tra uguali o un rapporto tra potenze egemoni e potenze soggette». Ora, rileva Cangiani, «sappiamo che anche l’unione monetaria, con le norme che la regolano, ha contribuito al prevalere della seconda fra queste due ipotesi».

Caffè denunciava la tendenza verso un’Europa «strumentalizzata in funzione di remora all’introduzione di riforme essenziali alle strutture differenziali dei paesi membri», contraria al permanere di «settori pubblici dell’economia», soggetta al modello neoliberista e incapace di assumere «un atteggiamento coerente rispetto alle società multinazionali», le quali, anzi, contano di rafforzare il proprio potere monopolistico, anche rispetto ai governi. La tendenza dalla quale Caffè metteva in guardia è divenuta più forte e incontrastata, scrive Cangiani. La sinergia tra le imposizioni Ue e la trasformazione neoliberista si è fatta profonda ed efficace, e la moneta è stata resa autonoma dallo Stato. Ecco «una conferma delle antiche radici dell’odierno neoliberismo», commentava Caffè, segnalando l’impronta “ottocentesca” del pensiero economico neo-feudale dell’ultraliberista austriaco Friedrich Von Hayek. Un analista come Claus Thomasberger oggi dimostra che la situazione attuale corrisponde a quella disegnata dal reazionario Hayek nel 1937, «che prevedeva un’unione monetaria e dunque una moneta immune da interferenze dei governi nazionali». Secondo quel progetto, ricorda Cangiani, «i governi avrebbero dovuto ridurre drasticamente gl’interventi a tutela dei lavoratori e dell’ambiente naturale, le politiche sociali, le barriere doganali, i controlli sui movimenti dei capitali e sui prezzi».

Il libero mercato e la concorrenza fra paesi sarebbero stati sia l’effetto sia la causa di tale riduzione. Per Hajek, infatti, le istituzioni democratiche devono avere semplicemente la funzione di mettere in pratica i principi liberisti, e l’Unione Europea quella di impedire l’interferenza dei singoli Stati nell’attività economica. Le idee di Hayek e quelle dell’inglese Lionel Robbins hanno avuto infine successo. L’ideologia liberista si spiega con il vincolo del profitto, «caratteristica essenziale dell’organizzazione della società moderna e fattore che determina la sua dinamica», e la sua persistenza secolare deriva da «fattori storici, quali le difficoltà periodiche dell’accumulazione capitalistica, le diverse forme da essa assunte e i rapporti di forza tra le classi sociali». Inoltre, continua Cangiani, il neoliberismo rappresenta «un successo paradossale», perché predica «l’autoregolazione di un mercato che si suppone concorrenziale, e una più ampia e robusta libertà degli individui», i quali invece «restano esclusi, anzi rovesciati nel contrario».

Ne è uno specchio l’Ue, dove è stata imposta la libera circolazione di merci, attività finanziarie e movimenti dei capitali, mentre «le politiche dei singoli Stati rimangono non solo frammentate, ma concorrenziali riguardo al livello dei salari, alle norme sul lavoro, all’occupazione, all’imposizione fiscale, alle strategie industriali e alla spesa sociale». Anzi: «Si consente che singoli paesi pratichino il dumping fiscale, normativo e salariale per attirare capitali e addirittura fungano da “paradisi fiscali”». Capita che persino la stesura di rapporti sui “beni comuni” sia affidata a grandi società private, «per la buona ragione che se ne intendono, essendo stakeholders – cioè interessate al business». In Europa oggi «viene raccomandata la privatizzazione delle aziende statali, attuata con zelo in Italia specialmente negli anni Novanta, e tuttora in corso». La privatizzazione investe anche attività vitali: acqua e altri beni comuni, le “public utilities”, la formazione, la sanità e l’assistenza sociale. Si tagliano le pensioni, crescono tasse e imposte mentre cala la loro progressività rispetto ai redditi delle famiglie. «Il principio dell’universalismo riguardo a servizi come la sanità e l’istruzione, che ovviamente presuppone la loro gestione pubblica, è stato messo in questione».

E i numeri parlano da soli: nel 2014, la spesa sanitaria (pubblica) è stata, in Francia, equivalente a 4.950 dollari pro capite, mentre negli Usa (sanità privatizzata) si è speso il doppio, 9.403 dollari. «La spesa totale corrisponde rispettivamente all’11,5% e al 17,1% del Pil dei due paesi», annota Cangiani. «La quota della spesa governativa sul totale è del 78,2% in Francia e del 48,3% negli Stati Uniti. La speranza di vita alla nascita risulta di 82,4 anni in Francia e di 79,3 negli Usa», secondo dati Oms aggiornati al 2016. «Dunque, negli Usa, rispetto alla Francia, profitti e rendite di privati che operano a vario titolo nel settore sanitario assorbono una quota molto maggiore del Pil, mentre l’assistenza sanitaria non è migliore nel suo complesso e, soprattutto, esiste una grande disuguaglianza fra i cittadini ben assicurati e i circa 80 milioni di persone non assicurate o sotto-assicurate. I tre anni di speranza di vita in meno rispetto alla Francia gravano soprattutto su queste ultime, e per loro devono essere ovviamente più di tre».

Quanto alla disoccupazione, che è «un problema sistemico» che riguarda «almeno 30 milioni di persone nell’Ue», tende a venir affrontata con politiche di “attivazione” e di “workfare” rivolte ai singoli individui, in concorrenza l’uno con l’altro, osserva Cangiani. «La contrattazione collettiva va scomparendo. La “flessibilizzazione” del mercato del lavoro – che vuol dire precarietà, paghe più basse, dequalificazione, aumento dell’intensità del lavoro più che della sua produttività, diminuzione dei diritti e della sicurezza dei lavoratori – viene presentata, contro ogni evidenza empirica, come la soluzione per aumentare gli occupati e uscire dalla crisi». Tutto ciò, aggiunge l’analista, corrisponde al credo neoliberale, «cioè, di fatto, alla convenienza del potere economico e soprattutto delle grandi istituzioni finanziarie in cui esso tende a concentrarsi». L’esito è sotto i nostri occhi: tendenza depressiva e aumento delle disuguaglianze, smantellamento delle riforme sociali conquistate dai lavoratori e crescita della struttura gerarchica sia del mercato sia fra gli Stati membri dell’Unione. «Le politiche neoliberali finiscono per erodere i diritti di cittadinanza, non solo quelli economici e sociali, ma anche quelli politici e civili: e con i diritti, la libertà degli individui».

La sovranità popolare attraverso il Parlamento, conquistata dalle rivoluzioni borghesi, «viene seriamente compromessa, sia dai governi “tecnici” e di “grande coalizione” sia dalle burocrazie nazionali e internazionali, che rispondono ai grandi interessi economici e finanziari piuttosto che agli elettori, denuncia Cangiani. «Il Fiscal Compact concordato il 30 gennaio 2012, e in particolare l’inserimento nella Costituzione dell’obbligo del bilancio in pareggio, riducono la sovranità popolare, oltre allo spazio di manovra della politica economica, che i paesi esterni all’area dell’euro mantengono». Di fatto, questa dinamica (spacciata per tecnico-ecomomica) è invece squisitamente ideologica, politica, egemonica: di fronte alla crisi iniziata negli anni Settanta, «il neoliberismo è stato il modo in cui la classe dominante ha cercato una soluzione corrispondente ai propri interessi», scrive Cangiani. «Ha riconquistato tutto il potere, a scapito della democrazia», e poi «ha risolto, per un’élite ristretta, le difficoltà dovute alla sovra-accumulazione, le quali, però, tendono di per sé a ripresentarsi, e ad aggravarsi a causa delle politiche adottate». La nuova economia imposta all’Occidente, specie in Europa, «si basa sulla svalutazione della forza lavoro e l’intensificazione del suo sfruttamento, e su costi sociali crescenti a carico dell’ambiente naturale e umano».

A questo si aggiunge la ricerca di nuovi campi d’investimento: accanto a quelli storicamente sottratti alla gestione pubblica ci sono «l’immane sviluppo dell’attività finanziaria e l’accaparramento di territori e di risorse naturali». Investimenti di questo tipo consentono a una frazione del capitale di mantenere un livello soddisfacente di accumulazione, ma contrastano la sovra-accumulazione solo in parte o provvisoriamente, «dato che producono piuttosto rendita che profitto, nella misura in cui occupano posizioni di monopolio o si limitano a prendere possesso di risorse esistenti o, come la speculazione finanziaria, si appropriano di valore che è prodotto da altre attività». Come scrive David Harvey, il principale risultato del neoliberismo è stato di «trasferire, più che creare reddito e ricchezza». In altre parole, è stata «un’accumulazione mediante espropriazione». Rimedi? L’indebitamento (pubblico e privato) serve a sostenere la domanda e un certo livello di attività, «ma questa soluzione si rivela vana o almeno provvisoria», secondo Cangiani, visto che genera «rendita finanziaria ed esigenza di “austerità”, origine a loro volta di sovrabbondanza di capitale».

Nel 2015, un economista come Wolfram Elsner ha dimostrato che, inserendo nel computo il “capitale fittizio” – cioè il capitale monetario, spesso creato dal credito, in cerca di interessi e guadagni speculativi piuttosto che di impieghi produttivi – il saggio di profitto resta basso, almeno cinque volte inferiore a quel 20-25% che pretenderebbero le grandi società finanziarie. «Queste ultime, comunque, incamerano la maggior parte dell’aumento della massa del profitto ottenuto con le politiche neoliberali (privatizzazioni delle attività pubbliche e del welfare, saccheggio di risorse, crescente disuguaglianza della distribuzione del reddito e della ricchezza)». Anche per questo, secondo Cangiani, sono politiche «controproducenti rispetto al problema della sovraccumulazione, per risolvere il quale erano state predisposte». Per Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, la crescita patologica dell’attività finanziaria e dell’indebitamento pubblico e privato sono sintomi di una crisi sistemica, che rivela l’obsolescenza del capitalismo. «Quando l’investimento finanziario, cioè il fare denaro direttamente dal denaro, diviene dominante rispetto all’investimento per produrre ricchezza reale, si rivela il rovesciamento paradossale del rapporto tra fini e mezzi», dal momento che, con il capitalismo, le “attività pecuniarie” divengono il “fattore di controllo” del sistema economico.

Inoltre, osservano Lohoff e Trenkle, la posta necessaria per sostenere una simile scommessa sul futuro dev’essere sempre aumentata, ma non può esserlo all’infinito: prima o poi «deve avvenire una gigantesca svalutazione del capitale fittizio». James O’Connor ritiene che la crescita del sistema economico venga sostenuta a spese del suo ambiente, nella misura in cui quest’ultimo è sfruttato in modo eccessivo e guastato senza rimedio. «Questo modo di procedere porta all’aumento dei costi per l’attività economica stessa e quindi al tentativo di trasferirli in misura crescente nell’ambiente. Si ha dunque un processo cumulativo, di cui si rischia di perdere il controllo». In effetti, continua Cangiani, questa tendenza a spese dell’ambiente si è rafforzata dopo la Seconda Guerra Mondiale a causa dello sviluppo e della diffusione dell’attività industriale. «La questione delle risorse naturali e dei “limiti dello sviluppo” si presenta, in generale, come fattore della crisi strutturale dell’accumulazione». Esiste una via d’uscita? Nel 2013, Colin Crouch ha immaginato una possibile socialdemocrazia, vista come «la forma più alta del liberalismo», mediante la quale il capitalismo verrebbe reso «adatto alla società». Ma c’è un problema politico, che si chiama élite: «La minoranza che trae vantaggio dalla situazione attuale ha il potere di indirizzare il cambiamento economico e politico nel verso opposto a quello auspicato da Crouch».

Il sociologo Luciano Gallino la chiamava “lotta di classe dei ricchi contro i poveri”, e finora è risultata vincente. Per Elsner, lo smantellamento progressivo della democrazia è “necessario”, nell’ambito delle politiche neoliberiste, ai fini dell’aumento del profitto. Il capitalismo ha bisogno di nuove strutture regolative, ha spiegato nel 2014 Wolfgang Streek: bloccando e invertendo la tendenza all’assoluta mercificazione del lavoro, della terra e della moneta, le nuove strutture di controllo consentirebbero di combattere i «cinque disordini sistemici dell’attuale capitalismo avanzato», e cioè «la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio dei beni e delle attività pubbliche, la corruzione e l’anarchia globale». E se la domanda iniziale di Streek è se il capitalismo sia giunto alla fine dei suoi giorni, la sua conclusione è che, comunque, si prospetta «un lungo e doloroso periodo di degrado cumulativo». Il problema, riassume Cangiani, è che riforme tipicamente keynesiane – il finanziamento in deficit di investimenti pubblici e l’aumento della domanda mediante redistribuzione del reddito – sono, attualmente, «non semplicemente invise all’ideologia dominante, ma praticamente irrealizzabili».

O meglio, riforme classicamente keynesiane, sociali e proggresiste non sono realizzabili «nel quadro di un capitalismo che riesce a sopravvivere solo aumentando lo sfruttamento del lavoro, risucchiando i risparmi delle classi medie, contenendo al massimo la regolazione pubblica e il welfare state, favorendo i grandi evasori ed elusori fiscali e condannando interi paesi al fallimento». Sono ormai cadute le passate illusioni di un’economia “mista” o di una “terza via”, a metà strada tra capitalismo e socialismo, conclude Cangiani: «Le istituzioni politiche sono occupate dal potereeconomico, che non solo le indirizza, ma le deforma». E in più, «mancano forze politiche capaci di imporre, oltre che di concepire, riforme incisive». Che direbbe oggi del sistema finanziario il professor Federico Caffè? Di fronte a una situazione «incomparabilmente meno ingombrante, complessa, problematica e fraudolenta», Caffè osservava che «l’ingegnosità giuridica non è ancora riuscita a imbrigliare la complessità destabilizzante delle strutture finanziarie del capitalismo maturo», strutture «spesso favorite in ossequio alla salvaguardia dei diritti proprietari di tipo paleocapitalistico».

Paleocapitalismo da età della pietra: neoliberismo. Nelle osservazioni di Caffè traspariva già «l’immagine di una classe dominante che oscilla tra egoismo e panico», con «paesi dominanti che tendono alla prepotenza», in mezzo a «una politica segnata da servilismo e inefficienza». E dagli economisti «una ricerca teorica conformista, orgogliosa della sua pochezza». Secondo Cangiani, servirebbe il coraggio di una ricerca indipendente, insieme a «un titanico lavoro di organizzazione politica», per capire cosa potrebbe «salvare il capitalismo da se stesso e l’umanità da una deriva entropica». Ma poi – era il cruccio di Caffè – il riformista autentico viene lasciato in solitudine, per quanto le sue proposte possano essere fattibili e convenienti anche per migliorare e allungare la vita del capitalismo. Benché sia chiaro che ci troviamo «a un punto di svolta globale», come scrivono John Bellamy Foster e Fred Magdoff, riforme efficaci risultano, almeno in pratica, inagibili. La dura realtà è che «un’organizzazione sociale più razionale» implicherebbe «una vera democrazia politica ed economica: ciò che gli attuali padroni del mondo chiamano “socialismo” e massimamente temono e denigrano».

(Il libro: Michele Cangiani, Alberto Cammozzo, Francesca Gambarotto, Claudio Gnesutta, Roberto Lampa, Stefano Perri, Paolo Ramazzotti e Angelo Salento, ”Stato sociale, politica economica e democrazia. Riflessioni sullo spazio e il ruolo dell’intervento pubblico oggi”, Asterios editore, 288 pagine, 29 euro)

Da: Idee Libre

16 Ott

Centrosinistra, centrodestra o M5S, il governo sarà sempre quello dei Proci

Pubblicato da Nino Caliendo

Prepariamoci: non cambierà niente, in Italia, dopo le elezioni. L’ultima volta s’è votato nell’ormai remoto 2013. Un match concluso con la “non vittoria” di Bersani, la flessione del Cavaliere (bombardato dalla filiera mediatica Nato-Ue) e la squillante ma pletorica affermazione dei 5 Stelle. Risultato: governicchi di compromesso (da Letta a Gentiloni) intervallati dalla meteora Renzi, il finto rivoluzionario rottamatore, ben attento a non disturbare il vero manovratore finanziario, atlantico, europeo. Ora siamo alla parità perfetta di tre blocchi elettorali, ma sempre in assenza in proposta politica: nessuno si candida a sbloccare la situazione di crisi, innanzitutto economica e democratica. «Dato che abbiamo tre poli politici – Pd, M5S, Centrodestra – ciascuno vicino al 30%, consegue che, probabilmente, col sistema elettorale attuale (e non vi è impegno di mutarlo), frutto del lavoro della Corte Costituzionale su leggi elettorali incostituzionali, dopo le imminenti elezioni politiche semplicemente non ci potrà essere una maggioranza uscita dalle urne, un governo che sia espressione democratica», scrive l’avvocato e saggista Marco Della Luna, che teme l’avvento del “governo dei Proci”, i saccheggiatori di Itaca.

«Un governo dovrà però esser formato in ogni caso, perché lo esigono i “mercati”(=lobby bancaria) come condizione per continuare a comperare i buoni del Tesoro», scrive Della Luna sul suo blog. Quindi, aggiunge, questo nuovo governo poselettorale «lo si formerà grazie all’intervento dei soliti “responsabili” – forse mediante un’alleanza tra Berlusconi e Pd (=lobby bancaria), col sostegno di Mattarella, dell’“Europa” (=lobby bancaria), dell’Eurogruppo (=lobby bancaria), del Fmi (=lobby bancaria)». Morale: «E’ il trionfo dei Proci, che saccheggiano Itaca e il palazzo di Odisseo approfittando della sua assenza e tramando affinché non tornasse più sul trono». Tradotto: sarebbe «la cuccagna della partitocrazia italiana, di questi partiti consistenti in coalizioni di comitati di affari per il saccheggio delle risorse pubbliche». Mano libera, ai “Proci”, grazie a «due leggi elettorali incostituzionali di fila», nonché «un Parlamento eletto incostituzionalmente». Fattori che «garantiscono che il popolo non possa scegliere chi governa». E così, «la partitocrazia si ritrova in una situazione che neutralizza gli elettori e lascia pertanto le segreterie partitocratiche (=coordinamenti dei comitati di affari) padrone di negoziare tra loro stesse le più opportune e redditizie lottizzazioni».

Tutto questo, aggiunge Della Luna, avverrà «sopra la testa della gente, creando governi servili agli interessi non-italiani dominanti in Europa e in generale in Occidente». Interessi, dice, a cui la palude italiana «continuerà ad appoggiarsi», per ottenere «sostegno e legittimazione», aspetti necessari a «portare avanti le sue pratiche ladresche e di svendita degli interessi nazionali». Se Della Luna non usa toni diplomatici, è difficile non convenire sulla serietà dei rischi che paventa: la Germania è alle prese con i primi incubi (il malessere incarnato da Afd per un’economiaasimmetrica, votata all’export e basata sulla compressione di salari e consumi) ma per ora continua a dormire tra due guanciali, la Cdu e l’Spd, così come la Francia che – dopo il sedativo Hollande, strattonato dal super-potereoligarchico – ha scelto direttamente l’originale: Macron è un prodotto fabbricato in vitro e orgogliosamente rivendicato come tale dal suo padrino Jacques Attali, eminente supermassone reazionario, tra i massimi guru ispiratori dell’architettura neo-artistocratica, antipopolare e antidemocratica chiamata Unione Europea. E in questa situazione, con l’economia appesa ai diktat della Bce e della Bundesbank, l’Italia schiera Di Maio e Berlusconi, Salvini e Renzi, Bersani e D’Alema. Chi di loro arriverà a Palazzo Chigi? Non importa, è del tutto indifferente, sostiene Della Luna: per l’Italia non cambierà niente.

Da: Idee Libre

6 Ago

Cercasi Comunista disperatamente!

Pubblicato da Nino Caliendo

Karl Marx

Ogni tanto nasce un partito con la dicitura “comunista”, che in realtà verso il comunismo non mantiene più nemmeno un appena offuscato richiamo ideologico.

Oggi, i “comunisti” imperversano sul web. Scrivono, scrivono e fioccano (per loro) i “Mi piace” degli altri “comunisti” da salotto, che ce l’hanno con questo o con quello, che auspicano la rivoluzione popolare (ormai i termini “proletariato”, “lotta”, “piazza” sono in disuso, in quanto desueti e obsoleti) da fare, ovviamente, in pantofole dal proprio salotto, armati fino ai denti di smartphone o tablet, con una mitragliata di post su Facebook e migliaia di “Mi piace” in risposta di altri “comunisti”. Forza, forza. Colpito e affondato. Affondato dove, non si sa. Renzi c’è ancora. La Boschi, anche. Etc etc.

Senza i Comunisti, la società è alla deriva. Gli interessi dei grandi poteri concedono e favoriscono la nascita di micropoteri nei ghetti delle province radunati nei minuscoli ghetti massoculturali che rendono molto pericolosi e dannosi a livello locale gli associati. Immaginate il giudice che gestisce la vostra causa e l’avvocato vostro antagonista che fanno parte della stessa fogna. Come diceva Peppino De Filippo in un famoso film con Totò: “Ho detto tutto!”

Da qui, il bisogno di trovare un Comunista che possa chiarire le idee ai “comunisti” e, soprattutto, possa risvegliarli dallo loro pigrizia salottiera fatta solo di parole.

Le basi su cui poggia il Comunismo sono anzitutto materiali.

Una società civilmente sviluppata deve poter garantire il sostentamento e l’evoluzione di tutta l’umanità. Difatti, un’organizzazione sociale comunista sarebbe nell’interesse di tutti, borghesia inclusa.

Solo che la borghesia oggi non vuole vederlo. E che cosa fa? S’impadronisce delle risorse attraverso il liberismo e sottrae i frutti della produzione ai lavoratori.

La borghesia detiene la proprietà dei mezzi di produzione. Lascia ai “proletari” (perché, ficchiamocelo bene in mente, quelli che lavorano o sono in pensione, al di là delle pompose qualifiche di prof, manager, quadro, dirigente, chief executive, etc, sono soltanto dei semplici salariati, cioè dei proletari) il salario: ovvero, una minima parte di quanto da loro prodotto, esercitando in pratica una dittatura, non immediatamente visibile a occhio nudo. Per poterla vedere, bisogna trovarsi in particolari circostanze. Ad esempio, quando c’è crisi, osservate come la borghesia conduce la sua lotta di classe, eliminando – anche con la forza dei manganelli, se necessario – le conquiste dei lavoratori: dai diritti più ordinari a quelli straordinari, come il rischio sul lavoro.

La borghesia crea le crisi a tavolino!

Crisi che verranno pagate dai lavoratori. Tasse più alte, tagli dei servizi, licenziamenti, ristrutturazioni in genere.

Al tempo stesso, dice loro: “Comprate!”

Così avviene che, mentre da una parte il mercato si riempie di merci, dall’altra le persone non sono in grado di assorbirle. E il mercato diventa saturo.

Si alzano, di conseguenza, le barriere protezionistiche. Si forgiano nuove e vecchie ideologie che manderanno quegli stessi lavoratori in guerra, al massacro per distruggere la concorrenza.

A guerra conclusa, le borghesie che hanno vinto si spartiscono il bottino.

E si ricomincia!

Essere Comunista vuol dire mettere fine a questo dramma, fare evolvere l’umanità.

E non c’entra nulla nemmeno essere contro Berlusconi (ovvero la c.d. “Destra”). Grosso sbaglio pensare che un Comunista ce l’abbia con Berlusconi o con Tizio o con Caio. E’ una questione che va ben oltre la dimensione delle persone: Berlusconi è stato (oggi lo è molto meno), politicamente, un rappresentante della borghesia. Uno tra i tanti. Perciò non è questo il punto: chiedere le dimissioni di un singolo politico non è affatto nella logica di un Comunista. Un Comunista lotta per cambiare non l’uomo, ma il sistema.

In parole povere, dirsi comunisti, sul web o altrove, non vuol dire a priori esserlo veramente.

Nella maggior parte dei casi, accade proprio il contrario. Né nella Storia troviamo buoni esempi.

Da documenti venuti fuori dagli archivi storici di Mosca, ultimamente, si è appreso che, prima della seconda guerra mondiale, Stalin ed Hitler trattavano per spartirsi il mondo. Il giorno dopo, sono diventati nemici: Stalin si era alleato con gli angloamericani.

Appreso ciò, diventa assurdo leggere, alla fine della guerra, i verbali dei vincitori. Si dividevano, come in ogni guerra, nazioni, popoli, aree secondo percentuali concordate, come qualsiasi altra merce.

Oggi, è assurdo sentirsi dire: “Comunismo = Russia”, oppure in versione opposta: “W Stalin che distrusse la belva nazista”.

Pochissimi si prendono l’onere di studiare, informarsi, analizzare. I più amano solo parlare, ripetere quello che sentono dire.

Oggi più che mai c’è bisogno di organizzare un’opposizione e una tutela alle fasce deboli della popolazione contro un potere costituito sempre più difficile da individuare, ma sempre più forte. I comunisti, nel secolo scorso, ci riuscirono con risultati alterni, individuando la lotta di classe e la presa del potere come le chiavi della battaglia politica.

E’ vero, oggi non può essere così perché il potere politico è completamente soggiogato dal potere economico privato e perché di “cosa pubblica” da gestire e redistribuire, ormai, non è rimasto quasi niente. Tutto è stato svenduto, dall’acqua all’energia al patrimonio immobiliare. Le banche e le multinazionali sono i veri governi che decidono le nostre sorti. Chi va al potere deve solo intraprendere percorsi già segnati e far rispettare regole già prestabilite dai cosiddetti poteri forti (economici, finanziari e religiosi).

La svolta di Bertinotti che abbandonava il vecchio conflitto di classe verso il fantomatico “socialismo della persona” stava proprio in quest’ottica: rassicurare i poteri forti, garantire proteste pacifiche, colorate, ma inefficaci e legalitarie.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Essere comunisti oggi è complicato e, adesso che i partiti che si definiscono tali abbandonano tutta una serie di riferimenti culturali e di prassi consolidate e vincenti, sembra ancora più difficile.

Questo non vuole essere un grido nostalgico, un appiglio a modelli passati. Le società cambiano travolte da nuovi processi produttivi, plasmate da nuove tecnologie, condizionate dal mondo delle telecomunicazioni.

Essere comunisti oggi significa intraprendere la strada dell’organizzazione popolare dal basso e della conflittualità sociale per riappropriarsi di quei diritti erosi negli ultimi 25 anni.

Essere comunisti oggi significa occupare e requisire i palazzi della grande speculazione finanziaria e restituirli a chi ne ha bisogno, organizzare le lotte contro la precarietà sul lavoro, legandole ai meccanismi che rendono precaria la vita (costo della casa, intermittenza del reddito, durata del permesso di soggiorno, carovita), creare reti di solidarietà politica e sociale verso tutti quei soggetti che il sistema liberista tende ad escludere (nuovi poveri, giovani precari, migranti), difendere le conquiste keinesiane dei movimenti operai e studenteschi (statuto dei lavoratori, potere d’acquisto, pensioni, scala mobile) e dei movimenti degli anni ’60 e ’70 (legge sull’aborto e sul divorzio, equo canone).

Essere comunisti oggi significa credere che libertà significhi prima di tutto libertà dal bisogno e che democrazia significhi distribuzione delle risorse e dei saperi, al contrario di tutti quei pensieri che considerano libertà la facoltà di comprare, licenziare, inquinare, mandare i figli alle scuole private, senza rendere conto a nessuno della mancata democrazia nell’esercizio del voto e della delega, concedendolo solo una volta ogni tanto, con la speranza che poi l’elettore torni sul proprio divano a guardare qualche reality.

Il “socialismo della persona” può attendere in una società in cui i bisogni primari sono un lusso in mano ai privati e non una garanzia collettiva e dove le risorse sono ormai patrimonio di grandi aziende e finanziarie multinazionali straniere, calcolatrici solo di profitto.

Negli anni ’70 e ’80, in Italia abbiamo vissuto una specie d’inizio di socialismo “solidale” con le “Partecipazioni Statali”. Lo Stato rilevava le aziende in crisi, salvando migliaia di posti di lavoro. Le risanava e partecipava agli utili (perché gli utili c’erano, ed anche congrui). Per citare solo qualche azienda, salvata all’epoca dalle Partecipazioni Statali: Pavesi, De Rica, Bertolli, Bellentani, Motta, Alemagna, Pai… E poi, Buitoni e Perugina…

Sciolte le Partecipazioni Statali, in una politica liberista incalzante e voluta dai poteri che comandano il mondo, quelle aziende vennero svendute per pochi irrisori spiccioli, finendo per la maggior parte nelle mani di multinazionali straniere. E, con loro, addio anche a migliaia di posti di lavoro e a soldi per le casse integrazioni pagate dallo Stato per somme di gran lunga superiori a quanto incassato.

Detto ciò… Cercasi Comunista disperatamente!

6 Mag

I “dittatori” di Russia e Cina distribuiscono ricchezza al Popolo, la Ue solo povertà

Pubblicato da Nino Caliendo

Paolo Barnard

Siamo messi così male, oggi, da essere costretti ad applaudire i “dittatori” delle super-economie emergenti, Pechino e Mosca. Che fanno? Qualcosa di elementare e rivoluzionario, secondo Paolo Barnard: pretendono che i colossi economici finanzino lo Stato, dando modo al governo di sostenere il welfare, la crescita diffusa del benessere. «Io vedo che fra Eurozona, Partito Democratico Usa, e Ppps (le Public Private Partnerships) in Africa, Asia, Sud America, la democrazia che iniziammo a conoscere con Montesquieu nel diciottesimo secolo è diventata oggi una pustola che puzza da far vomitare». Infatti, «per trovare leader capaci ancora di atti che vagamente si avvicinano a qualcosa di democratico bisogna leggere i decreti legge dei “dittatori” delle moderne potenze, come Cina e Russia. Ma vi rendete conto?». Forse, aggiunge Barnard nel suo blog, «sarà perché la democrazia in Usa è nata da un tizio come James Madison, che riteneva che mai, ma veramente mai, il popolo avrebbe dovuto aver voce». O perché la democrazia in Europa «è stata dirottata da uno come Friedrich Von Hayek, che diceva che il welfare, e il voto, erano strumenti che andavano usati solo “per tenere le classi inferiori calme affinché non aggredissero fisicamente le élite meritevoli del comando”».

Qualcuno, continua Barnard, si è mai reso conto che «la democrazia moderna è nata da gente vomitevole al 90%? (escludiamo uno come Calamandrei e pochi altri)». Barnard cita Konrad Adenauer, cancelliere tedesco della ricostruzione nel dopoguerra: lo definisce «partner degli autori della dittatura Ue di oggi come Schuman, Monnet e De Gaulle», il leader francese “macchiato” dal feroce post-colonialismo in Algeria. Barnard non assolve nemmeno John Fitzgerald Kennedy, in quanto «entusiasta sostenitore dei National Security States in America Latina che significarono, documenti declassificati alla mano, Auschwitz-Birkenau parlati in spagnolo per milioni di latinamericani», sottoposti al “trattamento” degli squadroni della morte. Altiero Spinelli, padre del federalismo democratico europeo? «Un rutto ideologico», che con la sinistra parlava di “Europa delle utopie” ma con la destra “fregava” gli operai della Fiat, con il Pci che «approvava i 100 miliardi di lire regalati agli Agnelli per aprire catene di montaggio a Mosca», destinate a «togliere il lavoro ai meridionali italiani». Per non parlare di Giorgio Napolitano, che “faceva il compagno” con gli italiani, ma alla Fondazione Rockefeller a Bellagio «prometteva profitti da sogno alle multinazionali americane».

Putin

Putin

No, dice Putin ai giganti russi: «Adesso cacciate i soldi per il governo e alla grande, poi anche agli investitori privati ma dopo, e il suo governo si aspetta d’incassare una bella cifra da 2,1 miliardi di dollari nel 2017 e poi a crescere, così da rimpolpare un po’ le casse dello Stato e conseguentemente la spesa pubblica». Già Gazprom e Rosneft hanno iniziato a storcere il naso, ma sanno che con Putin non si scherza. «Non sono certo un fan di Vladimir – assicura Barnard – ma immaginate se lo Stato italiano avesse mai imposto questa ridistribuzione a tutto il vecchio e ricchissimo comparto dell’Iri, Eni, Enel, invece di lasciare miliardi ai boiardi di Stato». Nel frattempo, conclude Barnard, «Xi-Jinping sega le gambe all’uomo più ricco della Cina, tal Yao Zhenhua, padrone del gigante assicurativo privato Baoneng, perché incassava troppo sulle spalle dei cittadini. E mentre vedo Putin bastonare i suoi giganti, vedo da noi dei flaccidi piselli, pentastellati inclusi, che certe mosse d’interesse di Stato un pelo drastiche neppure le pensano». Proprio vero: «Se ci tocca di ammirare i “dittatori” oggi, pensate dove è arrivata la democrazia in Occidente».

Da: Idee Libre

6 Feb

Si finge d’ignorarlo, ma prima dell’Ue l’industria pubblica era la nostra ricchezza

Pubblicato da Nino Caliendo

L’Ue ha trasformato l’Italia in una periferia indigente, senza più sovranità, costretta a elemosinare tasse sempre più soffocanti, col risultato scontato di deprimere l’economia: meno consumi, meno lavoro, meno reddito, erosione dei risparmi, crisi e disoccupazione dilagante, tagli a pensioni e sanità, svendita del patrimonio pubblico. E soprattutto: assenza di futuro, mancanza di alternative all’agonia di un Paese da cui i giovani scappano, non si sposano più, non fanno più figli.

Via libera alla grande privatizzazione (straniera) del Paese, smantellando quello che ne era stato il principale volano economico e occupazionale, l’industria pubblica. 

L’Italia obbedisce, da decenni, a “padroni” stranieri: americani, inglesi, francesi. L’ultimo capitolo, quello del Britannia, tra le macerie di Mani Pulite: via libera alla grande privatizzazione del paese, smantellando quello che ne era stato il principale volano economico, l’industria pubblica. Esecutori: Prodi, Amato, D’Alema, Ciampi, Padoa Schioppa. Ma l’ordine era partito dall’alto, dai dominus internazionali che, per gli affari “regionali”, potevano puntare su affiliati di ferro come Mario Draghi e Giorgio Napolitano. Via i ladri di Tangentopoli: al loro posto, obbedienti servitori per il progetto di sottomissione denominato Unione Europea, che si avvale della politica di rigore indotta dall’euro e imposta a tutti, tranne a banche e multinazionali. Austerity che trasforma lo Stato in una periferia indigente, senza più sovranità, costretta a elemosinare tasse sempre più soffocanti, col risultato – scontato – di deprimere l’economia: meno consumi, meno lavoro, meno reddito, erosione dei risparmi, crisi e disoccupazione dilagante, tagli a pensioni e sanità, svendita del patrimonio pubblico. E soprattutto: assenza di futuro, mancanza di alternative all’agonia di un paese da cui i giovani scappano, non si sposano più, non fanno più figli.

E’ il rimbalzo europeo dell’ondata neoliberista cavalcata da Reagan e Thatcher negli anni ‘80, cui – secondo un economista come Nino Galloni – l’Italia si allineò prontamente, staccando il “bancomat” di Bankitalia (allora retta da Ciampi) dal Tesoro, Massimo D'Alemadi cui era ministro Andreatta, un pioniere delle privatizzazioni. Travolti per via giudiziaria i leader della Prima Repubblica, discutibili e controversi ma arroccati sulla difesa della sovranità nazionale, fonte del loro potere, a rovinare la festa all’ex Pci – unica forza risparmiata da Mani Pulite – irruppe il Cavaliere, che però non andò oltre gli slogan (rivoluzione liberale, meno tasse) e si limitò a congelare la situazione, senza osare sfidare Bruxelles. Proprio gli interessi di bottega (Mediaset, Mondadori) resero Berlusconi vulnerabile, nel 2011, di fronte all’assalto finale della Troika, con l’imposizione del commissario Monti, sorretto anche dal Pd di Bersani fino all’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, norma esiziale che di fatto esautora definitivamente governo e Parlamento privandoli di ogni residua sovranità, rendendo le elezioni puro esercizio rituale, senza efficacia politica.

Dopo Berlusconi, Renzi: altro giro, altro abbaglio. Il suo programma: scritto, come gli altri, sotto dettatura. Consiglieri: Yoram Gutgeld, Marco Carrai, Michael Ledeen. Ispiratori: Tony Blair, e il Ceo di Jp Morgan, Jamie Dimon, con la collaborazione di Larry Fink, patron del maggior fondo d’investimenti del pianeta, BlackRock, a cui Renzi ha regalato una grossa fetta di Poste Italiane, azienda in super-attivo che all’Italia fruttava quasi mezzo miliardo all’anno. La riforma di Renzi? Il Jobs Act, su ordine dell’élite finanziaria, atlantica e tedesca, fanaticamente decisa a imporre ad ogni costo il dogma mercantilista: svalutare il lavoro in Europa per reggere la globalizzazione senza mai mettere a rischio i capitali, ma solo e sempre i lavoratori. Renzi però è caduto sul referendum: voleva una sola Camera elettiva, per un governo con più potere (più efficace, quindi, nell’eseguire direttive esterne senza “complicazioni” democratiche) ma gli italiani gli hanno detto no. Il super-potere, quelle riforme, le vuole. E continuerà a premere, sull’Italia ex-sovrana in balìa dell’euro, con l’arma del ricatto finanziario. Di fronte a elezioni anticipate, non emerge nessun Piano-B. I leader uscenti sono in crisi, gli altri sono deboli o non chiari. Nessuno pare in grado di imporre all’Europa di riscrivere, da cima a fondo, le regole che hanno devastato l’Italia, declassandola da potenza industriale a paese costretto a mendicare aiuti per il terremoto.

Da: Idde Libre

22 Gen

M5S, il cui vero scopo è “non governare” ma…

Pubblicato da Nino Caliendo

Incoerenza e fellonia conclamata anche da parte dei 5 Stelle, il cui vertice si schiera sottobanco con l’establishment euro-economicida tentando, ancora, di raccontare ai follower e agli elettori italiani la favola bella della rivoluzione gentile a colpi di democrazia diretta via Casaleggio Associati? Se c’è un capolavoro assoluto e perfetto, a cura del potere che ci manipola incessamente da decenni, per un outsider “guerrigliero” come Paolo Barnard è proprio questo: aver storicamente tolto, agli elettori, ogni possibilità di incidere realmente nei destini della comunità, nazionale e internazionale, facendo semplicemente piazza pulita di qualsiasi reale oppositore, di qualsiasi vero antagonista di un sistema che è teleguidato dalla grande finanza paramassonica ma gode del pieno consenso della gran parte del pubblico, sempre passivo, ridotto a massa composita di ex cittadini trasformati in docili spettatori, in semplici consumatori, cui la relativa libertà del web consente di coltivare l’illusione della partecipazione, affidata ai social media e alle riserve indiane, i blog della cosiddetta controinformazione complottistica.

Per Barnard, la politica occidentale è stata scientificamente colonizzata dal potere economico, a partire dagli anni ‘70, sulla scorta del Memorandum Powell tradotto in tutte le lingue, attraverso la Trilaterale dei Kissinger e dei Rockefeller, e declinato in Grillomanuali di propaganda che hanno fatto storia, fino alla “Crisi della democrazia” celebrata nel Vangelo di Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki, per arrivare ai Chicago Boys di Milton Friedman e al Nobel per l’Economia assegnato al grande stratega europeo del governo “illuminato” dell’élite, l’austriaco Friedrick von Hayek. Università, politica, editoria, informazione: un unico grande coro, per dire che il mercato ha sempre ragione, che “non c’è alternativa” (Thatcher), che bisogna rimuovere ogni ostacolo alla finanza speculativa (Bill Clinton). E’ così che la destra economica si è imposta anche sulla sinistra, colonizzando partiti, sindacati e leader, da Massimo D’Alema a Gerhard Schroeder, da Tony Blair a Romano Prodi, per affermare l’ineluttabilità “storica” nel neoliberismo, fino all’ordoliberismo dei super-massoni Angela Merkel, Mario Draghi, Wolfgang Schaeuble, Giorgio Napolitano, Jacques Attali, Jens Weidmann, François Hollande.

Cade Grillo, perdendo la sua residua “credibilità antisistema” proprio mentre si affaccia sugli Usa e sul mondo il nuovo regno del presidente Trump, presentatosi come alfiere del “popolo” contro l’oligarchia? Illusioni ottiche, sostiene l’avvocato Gianfranco Carpeoro, massone e scrittore, esperto di simbologia e studioso del potere come «schema astratto, che “fabbrica” persone utili si suoi scopi». Il super-potere apolide ha rottamato per via giudiziaria la Prima Repubblica italiana, gremita anche di personaggi come Craxi e Andreotti, scomodi per il nuovo vertice europeo che si doveva imporre? Vero, ma i partiti di Craxi e Andreotti «facevano i congressi con i morti, gestendo pacchetti di voti di militanti defunti da tempo». E i cittadini dov’erano? «A casa, come sempre». Rassegnati alla “fine della storia” celebrata dall’ultimo cantore della Trilaterale, Francis Fukuyama. Persuasi della “morte delle ideologie”. Una liberazione? Al contrario: «L’ideologia – sottolina Carpeoro – contiene il futuro: è l’idea di come vorremmo la società fra trent’anni. C’è qualche politico, oggi, che pensa a un orizzonte che vada oltre i sei mesi?».

Carpeoro è uno studioso dei Rosacroce, misteriosi antesignani dell’anarchismo socialista utopico e pre-marxista, le cui prime parole d’ordine sono probabilmente contenute nel manifesto “Fama Fraternitatis”, che nel 1614 chiedeva l’abolizione della proprietà privata e dei confini tra le nazioni. Un mondo migliore, liberato dalla logica del dominio, una modalità di potere la cui comparsa sulla Terra uno studioso come Francesco Saba Sardi fa risalire addirittura al neolitico, con la scoperta dell’agricoltura e l’improvvisa necessità di possedere terre, gestirle, difenderle, conquistarle. Proprio l’esigenza di sudditi, destinati a lavorare e combattere, secondo Saba Sardi partorì “l’invenzione” della religione, da parte del re-sacerdote, come pretesto per l’obbedienza e la sottomissione, da cui – per successiva e ulteriore degenerazione – nacque il Magus, l’uomo del potere che utilizza la conoscenza per manipolare la comunità.

E’ una storia lunga 12.000 anni, con in mezzo imperi e dominazioni, millenni di evoluzione, grandiosi progressi, guerre, rivoluzioni. Per Carpeoro, però, siamo ancora e sempre prigionieri dell’antico cerchio magico, oggi tracciato da Magus di turno: all’interno del cerchio vivono promesse di miracoli, fuori dal cerchio ci minaccia il Nemico. «Rompere il cerchio significa imparare a chiedersi perché, il perché delle cose». Ovvero: «Perché questo sistema prevede che, affinché noi stiamo meglio, altri devono per forza stare peggio?». Il Magus ha una caratteristica invariabile: non rischia mai, davvero. Durante la sanguinosa fase storica della decolonizzazione, nel secondo ‘900, l’ideologia comunista ha partorito personaggi come Patrick Lumumba, Ernesto Che Guevara, Thomas Sankara. Hanno tutti pagato, con la vita, il prezzo delle loro idee. Loro la vedevano, eccome, la proiezione nel tempo della società ideale. Oggi invece – altra epoca, altro millennio – i più restano a casa, con idee a portata di click, limitandosi ad assistere alla caduta del Magus di turno, senza mai mettere in discussione – nella vita quotidiana – il potere che l’aveva creato, per accomodare il pubblico nel suo rassicurante cerchio magico. Poi come sempre il cerchio esplode, come una bolla di sapone, nel lutto degli adepti; il potere invece se la ride, sta già per lanciare l’illusionista che verrà. E’ un copione sempre identico, non fa che ripetersi.

Da: Idee Libre

10 Gen

Grillo, tra “Euro sì” ed “Euro no” e giochi Ue, decreta la fine dei 5 Stelle

Pubblicato da Nino Caliendo

C’è qualcosa di sinistro, in quella che sembra l’anteprima del possibile suicidio programmato del Movimento 5 Stelle, dopo il boom elettorale del 2013 che aveva punito l’esanime Bersani e lo stra-rottamato Berlusconi, entrambi reduci dal catastrofico sostegno al governo Monti-Troika, con l’ultra-rigore dei tagli sanguinosi alla spesa, il massacro sociale, la legge Fornero, il pareggio di bilancio in Costituzione. «Noi non siamo contro l’euro», chiarì Gianroberto Casaleggio intervistato da Travaglio alla vigilia delle europee 2014, come se si potesse stare all’opposizione del sistema in Italia ma non in Europa. Non fidatevi dei 5 Stelle, ammonì ripetutamente Paolo Barnard, che ai neo-parlamentari pentastellati aveva invano offerto un Piano-B per l’Italia (recupero di sovranità finanziaria) attraverso il team internazionale di economisti democratici guidato da Warren Mosler. Nemmeno tre anni dopo, si scopre che Grillo – dopo aver verbalmente “divorziato” dall’euro – ha manovrato segretamente al Parlamento Europeo per imbucare i 5 Stelle tra i massimi sostenitori dell’euro-establishment, per il giubilo dello stesso Monti.

State attenti a Luigi Di Maio, avvertì nei mesi scorsi l’avvocato e saggista Gianfranco Carpeoro, quando la stella di Renzi si stava chiaramente appannando: «Se cade il premier, il potere ha già scelto Di Maio come suo successore, con la benedizione L'economista Nino Gallonidegli Usa, delle cui sedi diplomatiche il leader grillino è assiduo frequentatore». Da 5 Stelle a “stelle e strisce”, «attraverso i rapporti che legano Grillo a un personaggio come Michael Ledeen, che proviene da settori della massoneria reazionaria collegata all’intelligence». A Roma, prima di sprofondare negli imbarazzi dell’immobile giunta Raggi, i 5 Stelle avevano rifiutato – dopo averla pubblicamente apprezzata – la proposta “rivoluzionaria” avanzata dall’economista Nino Galloni: fare della capitale un avamposto dimostrativo e strategico per la rinascita della sovranità italiana, devastata dall’élite globalista pro-euro con la complicità della vera super-casta, quella non colpita da Tangentopoli.

La candidatura di Galloni, propugnata dal massone progressista Gioele Magaldi, avrebbe rappresentato una sfida aperta ai registi della storica de-industrializzazione del paese, ormai sottomesso alla Germania, a sua volta ridotta a spietato guardiano di un’Europa programmaticamente in declino, da “smontare” dall’interno, scoraggiandone l’indipendenza e la proiezione economica verso la Russia. Se Alexis Tsipras è stato demolito da Bruxelles e “Podemos” non fa più paura a nessuno, a inquietare i dominus Ue del dopo-Brexit è soprattutto Marine Le Pen. In ogni modo – anche con le recenti missioni diplomatiche dello stesso Di Maio – i 5 Stelle hanno rimarcato la loro distanza sostanziale da qualsiasi prospettiva “eversiva”, rispetto all’ordoliberismo euro-teutonico fondato sulla mortificazione della spesa strategica, quindi sui tagli che producono solo crisi e disoccupazione. Dai 5 Stelle, nessuna vera ricetta alternativa: solo la proposta di irrobustire gli ammortizzatori sociali con il “reddito di cittadinanza”, da finanziare unicamente con tagli “intelligenti” alla spesa, senza cioè intaccare il sistema, basato sul principio – aberrante – del rigore “istituzionale” imposto dall’Ue.

Nel movimento-fenomeno creato in modo spettacolare da Grillo e gestito per via telematica, con consultazioni on-line ma senza congressi né confronti tra linee apertamente divergenti, le illusioni dell’“uno vale uno” hanno rivelato, in controluce, tutt’altra realtà: a suon di espulsioni e “scomuniche”, è emersa una versione 2.0 del “centralismo democratico” togliattiano, un nuovo unanimismo con in più una vocazione – piuttosto leninista – a non rivelare mai, apertamente, il vero obiettivo strategico: la Grillo con Casaleggiologica sembra quella dei continui sacrifici democratici, l’antica perenne autocensura richiesta alla base, in nome del bene supremo e quasi fideistico, il Sol dell’Avvenire. Finora, come riconosce anche il mainstream, il “format” 5 Stelle ha funzionato benissimo, se non altro come formidabile “gatekeeper” per drenare e canalizzare il dissenso, contenendolo nei binari della prassi democratica. Ma a che prezzo? E a vantaggio di chi?

La lucidità del “popolo grillino” può dover fatalmente fare i conti con la passione fisiologica che pervade ogni genuina tifoseria, specie se assediata da avversari sleali, laddove si pretende che le proprie pecche siano sempre deformate, ingigantite e strumentalizzate dal perfido nemico, diabolico per definizione. Ma i soliti implacabili sondaggi (ovviamente gestiti dallo stesso subdolo mainstream) già si divertono a rilevare uno smottamento dei consensi, a partire dall’agonia romana per arrivare all’harakiri di Strasburgo. L’inizio della fine? Di fatto, quasi un elettore italiano su tre ha manifestato ripetutamente – votando 5 Stelle – la propria volontà di radere al suolo un sistema letteralmente marcio, chiedendo essenzialmente aria pulita. Il calo della “pazienza” di molti elettori può dunque annunciare l’imminente tramonto di una leadership solo in apparenza democratica, ma in realtà di sapore sovietico? E il disastro del Parlamento Europeo – con gli stessi liberali ultra-euro che, in extremis, sconfessano il patto segreto con Grillo – costringerà il “popolo” pentastellato a domandarsi, finalmente, che Europa vuole e come intende arrivarci, per mettere in sicurezza l’Italia, cestinando i comodi slogan tattici dei vari Di Battista contro le piccole caste e il piccolo malaffare delle banche?

Da: Idee Libre

27 Nov

Ciao Fidel, con te diciamo addio all’ultimo baluardo del rispetto degli esseri umani

Pubblicato da Nino Caliendo

Fidel, 90 anni di resistenza contro i golpe Usa nel mondo

Cuba = Stato sociale, Sanità, Istruzione, Previdenza che con la morte di Fidel Castro spariranno per far spazio al liberismo più abietto e favoriranno l’atroce divario tra pochi ricchi e la sofferenza di molti poveri

Nella sua Cuba, a 90 anni, è morto Fidel Castro, l’ultimo comunista. Un uomo simbolo della resistenza antimperialista statunitense, l’unico a essere riuscito a non far invadere culturalmente ed economicamente il proprio paese. Per far ciò ha dovuto instaurare un regime che di certo non è stato un esempio di libertà e democrazia. La pressione esterna era immensa e rafforzare il più possibile le mura del fortino cubano per Fidel Castro è stata l’unica possibilità.

La storia non raccontata, o mal celata dagli organi d’informazione occidentali, evidenzia che la rivoluzione cubana del 1959 portò al rovesciamento di Fulgencio Batista che garantiva immensi introiti alle multinazionali statunitensi che controllavano l’intera economia dell’isola. Allen Dulles, direttore della Cia dal 1953 al 1961, aveva come fine primario quello di eliminare Castro. Dulles era un esperto in rovesciamento di presidenti, fu lui, prima di essere costretto da John Kennedy a lasciare, a svolgere un ruolo determinante a destituire Mossadeq in Iran, Guzman in Guatemala e Lumumba in Congo.

Fu sempre lui, insieme ai vertici militari e ai capi di stato maggiore, a fomentare l’ossessione anticomunista usata come pretesto per alimentare l’industria bellica. Questo clima di caccia alle streghe convinse il neo eletto presidente degli Usa Kennedy ad acconsentire, controvoglia, al piano d’aggressione alla vicina isola cubana. La colpa di Castro, oltre a quella di essere comunista, era stata di aver sequestrato terreni a multinazionali Usa come la United Fruit che quell’aprile contribuì al tentativo di invadere Cuba prestando proprie imbarcazioni. La tesi del direttore Dulles era che durante lo sbarco realizzato da esuli cubani e agenti della Cia, dopo aver bombardato l’aviazione cubana, gli abitanti dell’isola si sarebbero uniti nel cacciare Castro. Ma ciò non avvenne. I cubani restarono fedeli a Casto. A quel punto Dulles e i comandi militari tentarono in tutti i modi di convincere Kennedy d’intraprendere un’azione diretta dell’esercito Usa, ma il presidente si rifiutò. L’invasione della Baia dei Porci fu un totale fallimento e gli agenti della Cia, in tre giorni, furono sconfitti.

La frattura tra Cia, generali dell’esercito e Kennedy fu profonda. Una rottura che divenne abissale poco dopo, durante la crisi dei missili sovietici portati a Cuba, che spinsero il mondo vicino alla catastrofe nucleare. John e suo fratello Robert addirittura temettero che, in quei terribili momenti dove la guerra fredda raggiunse l’apice, i militari stessero per effettuare un colpo di Stato. Kennedy non era quel simpatizzante cubano come alcuni storici l’hanno descritto. Fu proprio lui che nel 1961 diede il via all’operazione Mangusta diretta dalla Cia, che durò fino al 1975. Nei primi quattordici mesi furono attuate ben 5.780 azioni terroristiche e 716 atti di sabotaggio miranti a danneggiare l’economia cubana.

Dopo la crisi dei missili a Cuba del 1961, Kennedy cambiò atteggiamento: la rottura con la Cia fu totale e licenziò il potente presidente Dulles, un uomo che aveva legami economici con la United Fruit. Robert Kennedy, dopo l’attentato mortale del fratello del 22 novembre del 1963, la prima cosa che fece fu di andare alla sede della Cia a Langley in Virginia e chiedere se fossero loro i responsabili.

Il merito di Castro è quello di essere riuscito a frenare l’avanzata statunitense che negli anni ’80 con le aggressioni nel Centro America ha destituito Paesi, appoggiando feroci dittature militari come fatto in Cile, Bolivia, El Salvador, Nicaragua, Colombia, Guatemala, Honduras e Panama. L’affronto agli Stati Uniti la popolazione di Cuba l’ha pagato con un embargo durissimo che è durato cinquant’anni. Una crudeltà che gli Usa hanno imposto a tutti i paesi non allineati come l’Iraq di Saddam.

Nonostante l’apartheid globale che ha dovuto subire, il paese, anche se con difficoltà, è andato avanti e, attraverso delle politiche sociali, sanità e istruzione hanno raggiunto alti livelli.

Fidel Castro muore nel tempo dominato dal pensiero unico neoliberista. I regimi comunisti esistenti sono anch’essi avvinti al dogma mercantile.

Castro muore avendo vinto la sua battaglia, ma la guerra contro il capitalismo è persa.

Almeno per ora!

Gianluca Ferrara, “Fidel Castro, morto l’uomo che sconfisse gli Usa”, dal blog di Ferrara sul “Fatto Quotidiano” del 26 novembre 2016

Da: Idee Libre

25 Mar

Strage di Bruxelles, terrorismo surrealista: morti veri con immagini taroccate

Pubblicato da Nino Caliendo

I morti sono veri, il resto no: a cominciare dalle immagini dell’aeroporto devastato dall’esplosivo, che non è quello di Bruxelles ma quello di Mosca, immagini del 2011 spacciate per attuali da tutte le televisioni. Dopo Charlie Hebdo e la strage del Bataclan, per Roberto Quaglia stiamo ormai viaggiando verso il “terrorismo surrealista”, costruito con una narrazione “impazzita”, senza più alcun legame con la realtà. «Il capo dei servizi segreti ucraini tiene ad informarci che “non si stupirebbe” se dietro agli attentati di Bruxelles ci fosse la Russia», mentre il dittatore turco Ergogan, finanziatore dell’Isis attraverso il traffico di petrolio, si dichiara pronto ad aiutare Bruxelles a combattere il terrorismo, pochi giorni dopo avere dichiarato che «non ci sono motivi perché le bombe esplose ad Ankara non possano esplodere a Bruxelles». Non solo: «Per esclusive ragioni di alto surrealismo dobbiamo anche ricordare che in un’intervista a “Bel-Rrt” del 26 aprile 2013 a proposito dei jihadisti belgi il ministro degli esteri belga Didier Reynders aveva dichiarato: “Forse gli faremo un monumento come eroi di una rivoluzione”. Qualcuno dovrebbe ora chiedergli: quel momento è venuto?».

E il video dell’attentato di Mosca, “traslocato” a Bruxelles con un clamoroso “tarocco”? «Sorge il sospetto che a partire dai giornalisti della Cnn e scendendo giù giù fino ai nostri, senza consultare Facebook e YouTube ci sia una certa difficoltà a capire Le immagini di Mosca falsamente attribuite a Bruxellescosa accada nel mondo. Ma in verità in tali alte sfere giornalistiche un errore del genere non è soltanto colposo, bensì certamente doloso», scrive Quaglia su “Megachip”. «Non è certo la prima volta che la Cnn viene beccata a falsificare le notizie, quindi stupirsi ora o invocare l’errore sarebbe curioso». Ma ormai negli occhi e nella mente del pubblico ci sono le immagini false: «E lì rimarranno, il resto non importa». In un altro video, «un uomo sopravvissuto pare regga fra le mani un bambolotto piuttosto che un vero bambino. Nel Mondo Nuovo Surrealista non ci si può più interamente fidare neppure dei propri occhi». Inoltre, l’attentato di Bruxelles è ricco di pane per i denti dei teorici delle coincidenze: «Scopriamo infatti che una delle mancate vittime era già stata una mancata vittima a Parigi, al Bataclan, il 13 novembre 2015. Si tratta di tal Lahouani Ziahi, francese, che con tutti i posti che ci sono nel mondo ha avuto la sfiga di trovarsi per due volte esattamente là, dove i terroristi colpivano. E, naturalmente, anche la fortuna di rimanere illeso entrambe le volte».

Ancor meglio ha fatto il mormone Jason Wells, 19 anni, che prima di rimanere ferito a Bruxelles nell’esplosione all’aeroporto Zaventem, il 15 aprile 2013 si era trovato anche alla maratona di Boston a un isolato di distanza da dove esplose una bomba. Wells si trovava anche a Parigi il giorno dell’attentato al Bataclan: «Secondo il “Corriere” rimase ferito anche lì, secondo fonti più attendibili si trovava in altra parte della città, quindi il terzo miracolo al massimo vale solo a metà». D’altra parte, anche uno dei feriti sopravvissuti al Bataclan era una vittima recidiva, essendosi già stato presente a Manhattan l’11 Settembre: si trovava sotto la Torre Sud quando si schiantò il primo aereo. «Questa proliferazione di vittime recidive che balzano più o meno illese di strage in strage farebbe risuonare un campanello di allarme in qualsiasi persona razionale, ma nel Mondo Nuovo Surrealista ci pare tutto normale». Volendo osservare criticamente altri eventi americani come la strage di Sandy Hook o di San Bernardino, «scopriremmo di ritrovarci addirittura nel Paese delle Meraviglie di Alice». Ovvero: «Mentre nel mondo normale qualsiasi cosa succeda nove persone su dieci sfoderano il loro telefonino ed iniziano a filmare o a farsi i selfie che poi si riversano su Facebook Jason Wellse YouTube, nel Mondo Nuovo Surrealista i giovani rigorosamente dimenticano di comportarsi così, le app degli smartphone rigorosamente omettono di infestare i social network delle immagini scaraventate online in tempo reale».

Zero immagini da Bruxelles, come del resto anche da Parigi. «Subito dopo i fatti di Parigi, insospettito dal fatto che a parte poche eccezioni nessun giornalista “avvoltoio” intervistasse le centinaia di famigliari delle vittime, delle quali in buona percentuale nessuno neppure pubblicava le foto, provai a scoprire qualcosa di più su di loro cercandone i profili su Facebook». Prima sorpresa: «Una buona percentuale delle vittime, forse addirittura metà, non ce l’avevano. Questo, in un’epoca dove trovare un giovane che non sia su Facebook è quasi impossibile». L’80% delle vittime dell’11 Settembre, poi, non è neppure presente nell’Us Social Security Death Index. «Vittime che pare quasi non esistano, contrapposte a quasi-vittime che pare esistano anche troppo – come la studentessa 22enne Cordelia Bowdery, la quale della sua esperienza al Bataclan scrisse un breve post su Facebook, struggente, commovente, perfetto, così da manuale da parer scritto da un professionista (“a pensar male si fa peccato, ma…”) e che rapidamente totalizzò tre milioni di “likes” e quasi 800.000 condivisioni». Che dire: «Contrasti assurdi del Mondo Nuovo Surrealista, ove nulla è ciò che sembra».

Il Mondo Nuovo Surrealista, continua Quaglia, «è architettato in modo da mettere in stato permanente di dissonanza cognitiva i propri cittadini, poiché è noto in psicologia che chi è in stato di smarrimento e confusione, non potendo contare sul giudizio di se stesso, diviene molto più disposto a sottomettersi a quello dell’autorità». Tanto per cambiare, i presunti terroristi di Bruxelles sarebbero due fratelli, “i fratelli el-Bakraoui”. «Su questo canovaccio si butta anche unmedia russo, rivelando (falsamente) che gli attentatori suicidi sarebbero due fratelli bielorussi (i quali hanno prontamente contattato la stampa per chiedere come fanno ad essere ancora vivi dopo essersi fatti esplodere)». Per gli attentati di Parigi a novembre 2015 c’erano “i fratelli Abdeslam”. Per la strage di Charlie Hebdo “i fratelli Kouachi”. Per l’attentato di Boston “i fratelli Tsarnaev”. «Va bene che i film di Hollywood seguono sempre gli stessi canovacci, ma qui non dovremmo trovarci nel mondo reale?». Uno dei fratelli el-Bakraoui, peraltro, a L'arresto di Salah Abdeslamsentire Erdogan sarebbe stato arrestato in Turchia a giugno 2015, poi spedito in Belgio avvertendo le autorità belghe che avrebbe legami col terrorismo. Uno standard, ormai: gli attentatori “già noti alle forze di sicurezza”.

Cose simili sono state riferite anche per molti altri attentati, a partire da Londra nel luglio 2005: «Si alimenta il mito dell’inefficienza dei servizi di sicurezza creando così il pretesto per aumentarne i poteri». Intanto, nessuno viene mai punito per questi “errori” catastrofici. Al contrario: «Dopo l’11 Settembre, i vertici militari e di intelligence americani che avevano “fallito” nel prevenire gli attacchi, anziché licenziati vennero tutti promossi. I budget per la “sicurezza” vengono raddoppiati, triplicati. Esiste qualcuno che ancora abbia il cervello acceso? Qualcuno si ricorda cosa significhi “cui prodest”?». Come in un film di Hollywood, la strage di Bruxelles segue di pochi giorni un colpo di scena nel quale “i buoni” pareva avessero vinto: ecco infatti «l’improbabile, scenografica cattura del cattivissimo Salah Abdeslam, additato a “cervello” della strage di Parigi, esibito al pubblico con un sacco in testa come se ci dovessero proteggere dal suo sguardo letale, in grado di impietrirci come Medusa». E come in un film, proprio sul più bello, ecco il colpo di scena drammatico, la nuova strage. Canovaccio invariabile anche sull’identità dei killer: al posto del solito passaporto “dimenticato” sulla scena del crimine, stavolta «il kamikaze si autodenuncia lasciando il suo “testamento” su un computer gettato nella spazzatura. E a capire dove abitavano i terroristici è bastato chiedere al tassista».

Altra variazione di sceneggiatura: manca per ora la scoperta dell’esercitazione antiterrorismo, presente in tutti gli attentati terroristici precedenti, intenta a svolgersi nello stesso esatto momento e negli stessi luoghi dove poi per caso gli scenari immaginati divengono reali. Tuttavia, aggiunge Quaglia, abbiamo una grande esercitazione profetica di reazione a catastrofe a fine febbraio, con centinaia di partecipanti, a 400 metri dalla fermata del metrò di Maelbeek. «Praticamente, lo stesso posto dove ora c’è stato l’attentato». E quindi: «O chi ha fatto l’esercitazione sapeva che l’attentato sarebbe avvenuto lì, oppure i teorici delle coincidenze hanno messo a segno la lora ennesima vittoria consecutiva alla lotteria delle improbabilità». Poi, naturalmente, ci sono i “profeti”. Oltre a Erdogan, si fa notare il giornalista americano David Chase Taylor, caporedattore di “Truther.org” David Chase Taylor«autoesiliatosi in Svizzera». Con una settimana di anticipo, Taylor «ha previsto un attentato a Bruxelles fra il 16 e il 23 marzo». E c’è addirittura chi ha previsto un attentato nel giorno esatto, il 22 marzo 2016, anche se non in grado di specificare dove.

«Il fatto è che pare che il numero 322 (3/22 è il 22 marzo, per gli anglosassoni, che sono usi anteporre il mese al giorno) sia uno di quei numeri “speciali” ai quali certi circoli di potere riconoscerebbero un valore particolare». Cercando in rete, prosegue Quaglia, si scopre che sul 22 marzo, negli anni, è stato scritto di tutto e di più. Un po’ come il numero 11, un altro numero molto in voga in certi circoli e che ci ha regalato esperienze indimenticabili l’11 settembre 1973 (il golpe in Cile), l’11 settembre 2001 (Torri Gemelle), l’11 marzo 2004 (attentati alla stazione di Madrid), l’11 marzo 2011 (disastro di Fukushima). «Cosa ci regalerà stavolta il terrorismo surrealista? Una invasione Nato in Siria? Una fusione delle forze di sicurezza delle diverse nazioni europee? Ulteriori perdite di sovranità? Nuove leggi contro la libertà di stampa e di espressione? Di tutto un po’? Inutile avere fretta. Presto lo scopriremo. L’ex capo del Mossad in un’intervista a “Repubblica” suggerisce per noi un Patriot Act europeo. Accipicchia che sorpresa! Proprio quello che ci mancava».

Da: Idee Libre

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29 Apr

Stanno creando un nuovo feudalesimo totalitario

Pubblicato da Nino Caliendo

«Se la lotta contro i banchieri, la casta, le multinazionali, vi è sempre sembrata una guerra, non avete ancora visto nulla. Quella era una scampagnata. Adesso si piange veramente». Paolo Barnard certifica l’avvento definitivo di «una politica tecnocratica che in Usa ed Europa ora mena ceffoni ai banchieri, cosa mai accaduta dal XIV secolo a oggi». Un allarme speciale: se oggi a essere colpite sono anche le banche, significa che «qualcosa di orribilmente sinistro sta accadendo all’interno del Vero Potere», cioè l’élite mondiale che non ha mai digerito lo Stato democratico moderno – quello che vive di spesa pubblica, cioè deficit per investimenti sociali – e oggi «ha fatto fuori la borghesia in tutti i paesi avanzati, ha esautorato i Parlamenti, ha abolito il diritto». Ora anche le banche sono in ginocchio, «esattamente come nei secoli dal X al XVII». Le banche, cioè gli istituti di credito che «con la mano destra servono il Vero Potere ma che con la sinistra possono acquisire troppa ricchezza, dunque potere».  

Ripreso da Idee Libre           

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